C’ERA UNA VOLTA LA FAMIGLIA

CAOSInforma numero 31, edito dal Centro Studi e Formazione, La Tenda di Salerno, Onlus
a cura della redazione

Dalla famiglia della “società della disciplina” alla famiglia della “società postnevrotica” nella ricostruzione di Francisco Mele

Francisco Mele, Psicoanalista, Direttore dell’Istituto per la Famiglia del CeiIS di Roma, nonchè docente univcersitario, già noto ai lettori di caosinforma, torna ad essere ospite del nostro giornale. Lo fa attraverso un’intervista sui temi che riguardano, in pparticolare, la famiglia, la sua trasformazione nel corso degli ultimi decenni, i modelli educativi che più o meno consapevolmente trasmette alle nuove generazioni.

Francisco, in questo numero di caosinforma riportiamo alcune riflessioni relativamente ai bisogni dei giovani, emersi dalla nostra ricerca-azione “cosa bolle in pentola?” Uno dei dati che più ci fa riflettere è una sostanziale assenza della “dimensione progettuale” nelle loro riposte. In altri termini sembra che i giovani vivano il presente e il futuro sullo stesso piano.
Tu cosa ne pensi?
L’avere, il potere e il valere costituiscono le “regioni” dei significati umani e stabiliscono tipi di relazioni proprii dell’uomo inserito nella società.
Per relazioni legate all’avere si intendono le relazioni riguardanti il lavoro, quelle cioè che sviluppano sentimenti che non appartengono alla sfera biologica ma all’attività economica; il soggetto entra nella prospettiva del progetto, differenziando i tempi del tempo. I ragazzi fuori dal tempo vivono nella dialettica del “pieno-vuoto” o dell'”avere-mancanza”, che riporta il soggetto alla prigione del tempo presente.
La dialettica complementare dell'”essere-avere” è stata sostituita da una dialettica disgiuntiva: “se non ho, non sono”; ciò avviene perché il ragazzo, per essere, non può evidenziare e distinguere le cose di cui ha bisogno da quelle di cui può fare a meno. Di solito si dice “avere o essere”, mettendo in atto un’opposizione, da cui deriva l’affermazione che tutto quello che è bello e buono per lo spirito fa parte dell’essere, tutto quello che è cattivo fa parte dell’avere. Ma è una errata separazione ed una errata valutazione del buono e del cattivo in relazione all’essere ed all’avere.
Le relazioni legate al potere riguardano le strutture e le istituzioni in cui si inscrive la dialettica del comandare e dell’obbedire. Intorno al potere si sviluppano sentimenti come la propensione all’intrigo, l’ambizione, la sottomissione, la responsabilità, e vi si delineano le figure del potere tirannico e di quello democratico. I ragazzi fuori dal tempo non sperimentano questi sentimenti; alcuni di loro non hanno nessun interesse per la politica, non riescono ad entrare in una qualche istituzione – lavoro, scuola, associazioni – o stentano a rimanervi o vi entrano, ma ne escono ben presto, talvolta perché sono rimasti intrappolati in vicende familiari che impediscono loro di instaurare rapporti diversi da quelli sperimentati in famiglia. Questa difficoltà la troviamo nei ragazzi che non resistono un percorso terapeutico in comunità, sono insofferenti a sottostare a regole istituzionali.
Da diverso tempo ti occupi di famiglia e non a caso hai approfondito l’argomento sin dal tuoi primi libri riconoscendo, senza retorica, la violenza che al suo interno spesso si annida, (come, per esempio ne: La violenza incarnata”). Ritieni che la famiglia sia ancora un’istituzione socialmente valida?
In contrapposizione alla società della disciplina secondo Foucault, io individuo la società che definisco post-nevrotica, che delinea una situazione ancor più drammatica: la perdita dell’autorevolezza e dell’autorità da parte di genitori ed insegnanti riguardo al ruolo di educatori; predominano in loro il sentimento di impotenza e la sensazione di essere in ostaggio di un ruolo che viene ad essi imposto dall’ordine giuridico in quanto responsabili sia come padri che come insegnanti. I ragazzi da parte loro vivono la scuola come una vera prigione dove vanno solo perché vi sono costretti dalla legge, e non spinti dalla famiglia. Nella società post-nevrotica, infatti, i genitori sono incapaci di indurre i figli a frequentare perfino la scuola dell’obbligo; essi si trovano da una parte costretti dalla legge a mandare i figli a scuola e dall’altra contestati dai figli che si rifiutano di studiare.
Ha causato clamore il caso di una madre che si è rivolta ai carabinieri in aiuto per portare la figlia adolescente a scuola. Un lavoro educativo e terapeutico dovrebbe aiutare la famiglia a riprendere il ruolo principale nella costruzione dell’identità dei figli.

“Famiglia e scuola non riescono a proteggere i giovani dai richiami di una società seduttiva. Determinante è la competizione sfrenata che si manifesta in ogni settore di attività. Essa è provocata da quella che il filosofo René Girard definisce rivalità mimetica: è in sostanza la spinta a occupare il posto dell’altro o di appropriarsi di un oggetto in suo possesso in quanto elementi relativi all’altro, non per necessità o volontà effettive di possesso.
Da essa nascono sentimenti negativi – odio, invidia, gelosia rabbia, impulso all’annientamento e soprattutto violenza verso gli altri e verso di sé. Essa è alla base della depressione/euforia che ha più manifestazioni:tossicodipendenza, anoressia/bulimìa, gioco d’azzardo, shopping compulsivo, smodata cura del corpo in senso estetico e sportivo, eccesso di attaccamento al lavoro e dipendenze affettive che spesso si mutano in tragedia quando un partner abbandona l’altro.
Il sistema educativo, sia nell’ambito familiare che in quello scolastico e con maggior risalto nelle strutture religiose che si aprono a meetings di forte impatto culturale e sociale possono tentare di smontare il meccanismo della competizione sfrenata. Gli incontri sperimentati in istituti scolastici e parrocchiali fra i tre soggetti interessati al problema, finalmente in dialogo e non in contrapposizione, in cui sono stati coinvolti più di mille ragazzi, circa trecento genitori e un centinaio di insegnanti, hanno aperto qualche spiraglio per uno sviluppo positivo dei rapporti interpersonali e la riscoperta e rivalorizzazione dei sentimenti che rendano consapevoli della bellezza di operare nella dimensione della carità secondo i principi di san Paolo e di sant’Agostino, riconosciuti anche al di fuori dell’universo cristiano”. ( tratto da “Nuntium”, rivista dell’Università Lateranense, 2008).
Un termine usato per descrivere la situazione che stiamo attualmente vivendo è “crisi”, sembra che ormai abbia valicato i confini economici per pervadere tutte le sfere della realtà umana. Secondo te, che rapporto c’è tra i risvolti della situazione economica e le relazioni tra persone?
L’agire strategico, applicato alla sfera delle relazioni interpersonali, può degenerare in un agire manipolativo delle persone. Il manipolatore ha una volontà chiara di influire e di manipolare l’altro, come il venditore; questi prosegue una logica utilitaristica. Nei rapporti improntanti sul calcolo, l’altro diventa un oggetto che deve servire al mio bisogno. In questo modo il mondo vitale si trasforma in un mercato selvaggio, in cui ogni soggetto perde la fiducia nel prossimo, vive i rapporti in forma persecutoria, tutti diventano nemici di tutti. Dobbiamo uscire da un sistema paranoico dei rapporti, ridurre l’arsenale bellico personale, aderire al progetto cristiano della non violenza e del perdono per neutralizzare lo stato di guerra quotidiana che viviamo nel quartiere, nella scuola e nella famiglia.
Ogni crisi ha anche, naturalmente, un risvolto positivo, almeno nel senso di fornire delle opportunità di “ristrutturazione del campo” e quindi di crescita. Quali occasioni intravedi per i giovani e per le loro famiglie dal tuo osservatorio in questa fase della nostra storia?
I ragazzi, diventati consumatori eccellenti, si sentono liberi quando in realtà sono rimasti dipendenti della logica consumistica. I consumatori di droga sono l’effetto di una società “intossicata”. La crisi può diventare un’occasione per aiutare i ragazzi a rendersi conto che quando le famiglie non saranno più in grado di soddisfare tutte le loro richieste, saranno costretti a modificare il paradigma consumistico.
Il Santo Padre, recentemente, ha dichiarato a proposito della famiglia: “Chi distrugge questo tessuto insostituibile dell’umana convivenza non rispettandone l’identità e stravolgendone i compiti, causa una ferita profonda alla società e provoca danni irreparabili”. Sei d’accordo su questa affermazione soprattutto relativamente alla insostituibilità della famiglia?
Il sistema del mercato selvaggio ha rotto i legami affettivi della famiglia. Il mercato aveva bisogno di scardinare il sistema famiglia per generare nuovi bisogni. La storia di una persona è intimamente legata alla storia della propria famiglia e alla storia di una comunità di appartenenza. La base dei rapporti umani si incentra nella famiglia come nelle amicizie. La distruzione del tessuto familiare – come il lento deterioramento della scuola- ha lasciato i giovani orfani di maestri di vita. Un ragazzo che non ha avuto un modello positivo da imitare non sarà poi in grado di scegliere.
Secondo l’antropologo cristiano René Girard i due modelli più alti nel bene e nel male che l’uomo può scegliere sono Dio Padre e Satana. Satana – anche definito l’Accusatore- rappresenta il seduttore: è il primo a desiderare ciò che ci spinge a desiderare. Semina scandali e raccoglie – secondo una definizione di Girard – le tempeste delle crisi mimetiche; è menzognero, promuove la rivalità e fomenta la discordia; si propone come modello dei nostri desideri; ci consiglia di lasciarci andare a tutte le nostre inclinazioni perverse, al disprezzo della morale e della Legge.. Girard esalta la figura del Maestro, Gesù, che condanna quelli che trascinano i bambini dentro il cerchio infernale dello scandalo. Gesù propone un modello da imitare, che rinvia al Suo modello, cioè a Dio Padre. A differenza del rapporto con il modello Satana (Skandalon), che si segnala come il vero modello, Gesù rompe questo meccanismo diadico e narcisistico ponendo al centro Dio padre. Il problema che si pone è se la famiglia oggi sia in grado di trasmettere i modelli positivi, la Legge e una morale del Bene.
È ancora valido, dal tuo osservatorio, il modello terapeutico della Comunità terapeutica per tossicodipendenti? Non risente anch’essa di una tendenza crescente alla “sanitarizzazione”?
A differenza di alcuni anni fa, oggi i genitori di questi giovani hanno sovente un passato di familiarità con le droghe e non avvertono di conseguenza quel dramma della rivelazione di un figlio tossico che aveva pervaso le famiglie di allora. In chi non ha vissuto questo passato si manifesta una sorta di indifferenza rispetto al fenomeno considerato comune alla maggioranza dei giovani, quindi avvertito più come una inevitabile condizione che come problema da risolvere. Oggi addirittura dei genitori iniziano i figli all’uso delle droghe: ne vengono usate di nuove, chimiche, adatte a sballi per week end, legate all’evasione e non ad un pieno vissuto dell’esistenza.
Il paradosso drammatico di queste “nuove droghe” consiste nel fatto che chi le usa non crede di drogarsi, pensa di servirsi soltanto di una sostanza che gli renda più piacevole un momento di divertimento; non emerge più la cultura del buco con gli inevitabili pericoli di infezioni perché le droghe vengono assunte di maniera diversa, né le ansie del contagio dell’aids; è svanita quella comunanza di gruppo che si creava intorno al farsi come una connivenza fra emarginati facendo dell’esclusione l’elemento di unione; non entra più nel gioco la criminalità degli spacciatori dell’eroina e della cocaina, perché oggi vengono assunte pastiglie che si trovano con facilità.
Di fronte a questo nuovo quadro “le comunità formatesi per recuperare i tossicodipendenti hanno vacillato circa le funzioni e soprattutto i programmi da adottare; hanno cercato di adattarsi aggiornando i programmi, pur trovando difficoltà a reperire dei residenti, perché i nuovi tossicodipendenti rifiutano la comunità, tranne che non vi siano costretti dal giudice come alternativa al carcere: ma in questi casi si tratta quasi sempre di tossici di vecchio tipo” (1).
In definitiva, questi giovani che non aspirano ad uscire davvero dalla dipendenza – e che sovente di dipendenze ne hanno altre oltre alla droga, come il gioco, internet, l’alcol – costituiscono per la società degli individui non recuperabili nel suo contesto; essi vengono considerati un peso dal forte costo sociale; con il moltiplicarsi dei fenomeni della doppia diagnosi risultano “irrecuperabili” e superflui in un mondo che valuta la persona secondo criteri di calcolo. La crescente sanitarizzazione delle comunità è dovuta anche al fatto che siamo passati dalla società della disciplina a una società borderline, quella che ho definito la società post-nevrotica. È difficile trattenere dei ragazzi in una comunità terapeutica, perché i giovani di oggi non sono più abituati a vivere in un sistema sostenuto da regole nell’ambito delle istituzioni. Ricorrere alla sanitarizzazione della comunità terapeutica – cioè all’uso di sostanze chimiche – risulta comodo a tutti: al ragazzo, alla famiglia e agli operatori toglie la responsabilità personale circa il percorso di uscita dalla dipendenza. Ma se si trattasse soltanto di un problema chimico o biologico, il ragazzo non sarebbe responsabile della sua dipendenza, in quanto essa non deriverebbe da una scelta.
In base alla tua ultradecennale esperienza di psicoanalista e di Direttore dell’Istituto per la Famiglia del CeIS di Roma come è cambiato il ruolo delle famiglie, relativamente sia alle cause della tossicodipendenza che della “terapia del tossicodipendente?
Negli primi anni settanta e ottanta il problema droga aveva interessato anche i politici, e c’è stato – almeno in Italia – un aiuto alle strutture non medicalizzate né repressive. Nel primo periodo gli operatori erano mossi dall’ideale di lavorare per una società migliore; molti, come tanti tossicomani, avevano vissuto l’esperienza del Sessantotto. Che cosa ha determinato che certi si siano drogati e altri siano diventati operatori? In tutti c’era una condivisione di valori, di utopie, forse anche di solidarietà. Poi sono svanite le speranze di migliorare la società; si è sfaldata la struttura familiare; la tossicodipendenza non fa più paura, si sono presentate le nuove forme di dipendenza, come le dipendenze tecnologiche che hanno reso inadeguate le proposte terapeutiche tradizionali, inoltre, sono calate le risorse economiche. Le dipendenze vanno più veloci dagli strumenti utilizzati per arrestarle. Attualmente a livello nazionale si sta delineando una politica di restaurazione, in cui il tossicodipendente viene nuovamente inserito nella categoria del delinquente – per cui deve essere rinchiuso in carcere – o in quella del malato di mente, da confinare in una struttura specializzata sotto il controllo dei farmaci. La società ha rinunciato alla terapia della parola, a detrimento dell’ascolto e a favore di una politica di contenimento fisico; in questa spinta repressiva si sono ridotti i finanziamenti per le cure lunghe e incerte che riguardano, a ed esempio, i casi di doppia diagnosi. A livello nazionale ci sono delle regioni che affrontano le nuove sfide con risposte efficaci, mettendo in campo azioni diverse e convergenti; in altre regioni le politiche sanitarie si sono ridotte al minimo o addiritture sono inesistenti; in genere si osserva l’aumento non solo delle dipendenze, ma della violenza a livello sociale e familiare. La crisi economica è l’espressione del malessere sociale. Siamo in una fase intermedia fra un vecchio ordinamento mondiale e uno nuovo che tenga conto dei cambiamenti avvenuti nel campo della tecnologia, soprattutto nel campo dell’informatica. Il paradigma psico-local deve convivere con il paradigma psico-global: si deve essere capaci di capire la complessità dell’esistenza e di agire nel mondo vicino senza perdere la visione del mondo lontano.

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