L’ATTORE IN UN CONTESTO DI INCERTEZZA

LUCA RONCONI E FRANCISCO MELE

 

Convegno sull’attore a San Marino

23-24 settembre 2005

Il teatro della cattiveria

L’attore è sempre alla ricerca della chiamata dell’Altro. La domanda fondamentale del desiderio è “che cosa vuole l’Altro da me”. Questa domanda formulata attraverso il linguaggio definisce, secondo Jacques Lacan, il desiderio dell’uomo; la formula lacaniana è “il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro”. Questa formula deriva dalla dialettica hegeliana espressa come lotta per il riconoscimento. Lacan scrive: “ Lo stesso desiderio dell’uomo si costituisce ( egli dice, riferendosi a Hegel) sotto il segno della mediazione, è desiderio di far riconoscere il proprio desiderio”. Continua a leggere

Share on Facebook

PAUL RICOEUR
Le identità della memoria

Ermeneutica del sé
Francisco Mele,

Pubblicato sulla rivista Igitur, numero 6 del 2005 ( a cura di Carla Solivetti)

e poi ripreso dalla “Rivista di religione” pubblicato nel 2006
2006

Ogni storia personale, secondo la terminologia di Paul Ricoeur, deve essere letta, compresa e interpretata secondo tre dimensioni: il Sé, il Prossimo e il Lontano. Questa triade in Ricoeur è intimamente collegata alla triade dell’etica della personalità: la stima di Sé, l’incontro con l’altro all’interno delle istituzioni giuste. In questa linea il concetto di memoria deve essere intesa non più come la memoria soltanto di un singolo, bensì un intreccio costruito con gli altri. Il logos è secondo me un tria-logos; in ogni logos individuale, quando un soggetto parla, ricorda, immagina, sono presenti l’altro e gli altri. Questi altri costituiscono l’umanità presente nel singolo; non esiste un individuo isolato, dal momento che pensa, patisce, agisce e parla, sono presenti gli altri logoi.
L’identità dipende dalla memoria; senza memoria un soggetto non saprebbe chi è quando dice “Io sono”. Ricoeur differenzia due tipi di identità: il medesimo come medesimezza, e l’ipse come ipseità.
Continua a leggere

Share on Facebook

PSICOTERAPIA DELLA FAMIGLIA
in un contesto
di società post-nevrotica

Francisco Mele

Saggio tratto da “In – dipendenza un percorso verso l’ autonomia” 
Volume II
FrancoAngeli, Roma Anno: 2006

Nei primi anni del Novecento Freud elabora il concetto di complesso di Edipo, mettendo in risalto il conflitto padre-figlio e l’attaccamento/differenziazione con la madre. Il padre viene vissuto da parte del figlio come il rivale che occupa un potere che lui, figlio, vorrebbe avere; questo conflitto, se non viene superato, rappresenta la genesi di tante nevrosi e addirittura di alcune forme di psicosi. Nella società post-nevrotica1, dopo la caduta della parola del padre2, in un contesto di incertezza il padre scompare come rivale-potere per diventare il fratello-amico-rivale, e quindi non è più colui che impedisce al figlio di godersi i beni appartenenti a lui padre-padrone, ma è lui stesso che incita al godimento mostrando il suo attaccamento alle cose accessibili al figlio, e che al figlio e non a lui, sono adatte.
Il concetto di complesso di Edipo risponde alla struttura familiare borghese che si era affermata tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento.

Nella società che ho definito post-nevrotica, il conflitto edipico viene rovesciato, non è più il figlio a vivere il conflitto con il padre, bensì è il padre che vive il figlio come rivale; inoltre, secondo René Girard3, il conflitto di rivalità-mimetica che si innesca fra padre e figlio è simile a quello che accade fuori dal sistema familiare.
Continua a leggere

Share on Facebook

LA TOSSICODIPENDEZA
CLINICA DELL’INSOSTANZA

Francisco Mele

Il paradosso della tossicodipendenza consiste nel fatto che il soggetto si appoggia su di una cosa illusoria definita “sostanza”, ma in realtà sarebbe meglio definirla “insostanza”. Perché l’insostanza diventa sostanza?

Francisco Mele a Uno Mattina
Continua a leggere

Share on Facebook

LA SUPERVISIONE IN PSICOTERAPIA

FRANCISCO MELE

Definizioni

Umberta Telfener scrive: “E’ stata chiamata supervisione la relazione tra una persona più esperta e un individuio in training. Si tratta di quella situazione in cui l’esperto costruisce con lo studente una serie di contesti educativi per connettere insieme gli aspetti comportamentali (il fare), quelli teorici (il saper fare), quelli emotivi (il saper essere), condividendo una cornice che contenga questi diversi livelli (la condivisione di una visione del mondo e di obiettivi condivisi). In un’ottica costruttiva la supervisione è considerata una coordinazione di pensieri e azioni all’interno di un contesto e di una definizione (di scopi e obiettivi) ugualmente condivisa”.

John Burnham (1993)
propone di chiamare la supervisione Parivisione. L’autore è contrario alla presenza di una persona che occupa una posizione super partes; la Parivisione è un processo di riflessione paritario. I partecipanti sono coinvolti in un’azione congiunta che sfrutta la “consapevolezza dei partecipanti stessi” : La supervisione classica si basa sulla pre-occupazione, e quindi sull’assunzione di responsabilità, da parte del supervisore della terapia. Sempre di più – sostiene Burnham – si tiene conto di un tipo di supervisione condiviso.

Supervisione o analisi di controllo

Il concetto “analisi di controllo” di origine lacaniana – diventato poi nell’uso semplicemente “controllo” – ha creato alcuni equivoci e differenziazioni con il termine “supervisione”.
Grinberg (1989) scrive:
“Si parla di supervisione e di controllo. Il termine supervisione suggerisce qualcosa che viene dall’alto, che tende prevalentemente a mostrare l’aspetto educativo; il termine controllo, invece, suggerisce l’idea di qualcosa più connesso cfon il controtransfert del terapeuta. Penso che valga la pena rivalutare questo aspetto perché può portare a vedere il processo di supervisione come qualcosa di persecutorio. Che connotazioni ha questo aspetto dal punto di vista istituzionale e quali difese crea?.(…) Controllo è un termine derivante dal tedesco Kontrolle, che significa ispezione o supervisione (…) Il termine “supervisione” sembra eliminare la sfumatura superegoica e persecutoria che era stata al termine controllo”.
In psicoanalisi, si va in supervisione dopo aver finito l’analisi didattica e quindi si comincia a fare l’analista.
Grinberg segnala che la supervisione3 comprende tre figure che agiscono nel processo: il terapeuta, il supervisore, il paziente. Altri hanno considerato il “rombo clinico” della supervisione costituito dal terapeuta, dal supervisione e dall’Istituto,
Continua a leggere

Share on Facebook