PSICOPOLITICA DEL SOVRANISMO

PSICOPOLITICA DEL SOVRANISMO

Francisco Mele

 

 

 

 

 

 

 

 

articolo pubblicato in Ecologia della Mente, Rivista interdisciplinare per la costruzione di un comportamento terapeutico. Direttore Luigi Cancrini Volume 42, Numero 2, Dicembre 2019, Il pensiero scientifico editore

ATTUALITÀ

In un mondo che cambia con incredibile velocità, medici e terapeuti sono al centro di domande cui non è facile rispondere utilizzando la propria esperienza. Divulgare l’esperienza di chi ha lavorato per primo su temi dotati di un alto coef- ficiente di novità sarà, dunque, lo scopo principale di questa sezione della rivista.

In a fast world, practitioners and therapists are the target subjects of many questions to which it is not easy to answer using one’s previous personal expe- rience. The principal aim of this section will be to disseminate the experience of those who have been the first to work arguments with a high percentage of no- velty.

En un mundo que cambia rápidamente, médicos y terapeutas se ponen una serie de preguntas que no son fácil de contestar recurriendo solo a la experiencia personal. Nos interesa divulgar acá, los aportes de aquellos que han trabajado por primera vez sobre algunos temas nuevos.

L’INFLUENZA DEL POTERE SUL SÉ

Michel Foucault [1], nel suo studio sulla bio-politica, analizza il modello di- sciplinare che era alla base del sistema di produzione industriale. La disciplina e il controllo costituivano i dispositivi necessari a che i soggetti potessero essere produttivi. A questa conclusione Foucault era arrivato dopo lo studio del modello elaborato da giurista Jeremy Bentham conosciuto come “Panottico”, ispirato dalla costruzione del carcere moderno, applicato poi al manicomio, all’ospedale, alla fabbrica, alla scuola. Il controllo dello spazio, del tempo e dei corpi era un obiet- tivo necessario da raggiungere. Chi non si sottometteva a tale schema veniva con- siderato un disfunzionale o un anormale. Con l’avvento delle nuove tecnologie, il Panottico è stato superato ampiamente perché si è modificato anche il sistema produttivo. Oggi persistono tanti modelli che rispondono agli imperativi diversi- ficati dell’era definita neo-liberale e della globalizzazione.

Alla dialettica hegeliana servo-padrone ha fatto seguito la dialettica consuma- tore-produttore, delineandosi l’immagine dell’auto-imprenditore. Attraverso le nuove tecnologie, lo sfruttamento non è più soltanto quello dei corpi dell’era industriale, ma è anche quello della propria psiche. Secondo il filosofo coreano Byung-Chul Han il soggetto sfrutta se stesso credendosi libero nel farlo, senza poter percepire come il potere abbia influenzato e programmato il suo Sé in maniera volontaria.

L’effetto della ottimizzazione del Sé, che comporta il desiderio di arrivare a un punto di positività senza negatività, come scrive il filosofo coreano, porta a un incremento degli stati depressivi e anche – secondo me – alla costruzione di diverse identità contraddittorie che convivono nello stesso soggetto.

IL SOVRANO NEL GIOCO BIPOLARE

L’attuale Sovrano, inteso come chi crede di governare le menti dei suoi elet- tori, fa parte anch’egli di una macchina che lo trascende. Tale Sovrano si presenta in tante sfaccettature e conformazioni. Una delle sue immagini appare con la forma tradizionale, distante, severo, autorevole, al di sopra di tutti; un’altra è di- sponibile al dialogo, alla cordialità con il suo popolo, in una dimensione in cui viene cancellata la distanza fra il leader e i suoi elettori.

Questa forma di populismo che segue il modello della popolarità è rischiosa per lo stesso sovrano. Si viene a creare una mutua dipendenza quasi simbiotica capace di travolgere ciascuno dei protagonisti appena svanisce il sonnambulismo collettivo che mantiene apparentemente salda la struttura di un potere basato sul consenso. Attraverso la tecnologia gli elettori riescono a seguire le variazioni del pensiero, dei sentimenti e delle azioni del proprio leader in tempo reale. Questo eccesso di espo- sizione, che riguarda anche il lato privato del leader, porta a ciascuno dei protagonisti a una specie di altalena che passa rapidamente in un gioco bipolare dall’euforia alla depressione, dall’onnipotenza all’impotenza, provocando un incremento del meccanismo paranoide che porta a dover impostare un nemico, interno o esterno, costante, su cui incanalare la violenza insita nel dispositivo sovranista moderno.

Lo studio dell’attuale potere permette lo sviluppo di una psicopolitica (3)  come  disciplina che analizza tutto il sistema che coinvolge i soggetti che agiscono e subiscono il rapporto tra sé stessi e la comunità, virtuale e reale, propria dell’era attuale.

IL NEMICO NECESSARIO

Secondo Thomas Hobbes, il soggetto, per paura, cede una quota di libertà al Sovrano, e lo fa per avere un po’ di sicurezza attraverso i suoi mezzi di difesa.

Per Foucault, il Sovrano ha la facoltà di decidere della vita e della morte dei suoi sudditi. Nella concezione bio-politica, sempre secondo Foucault, il Sovrano ha il potere di lasciar vivere o di lasciar morire, come ad esempio tollerare che un paese invada un altro e distrugga la sua popolazione senza prendere posizione di condanna. Il Sovrano si rivolge in ogni momento al suo popolo indicando a turno il nemico necessario – interno o esterno, reale o immaginario – per incanalare le tensioni violente che minacciano l’esistenza dello stesso suo popolo [2].

Foucault quando si occupa della difesa della società scrive: «Il potere è la guerra, la guerra continua con altri mezzi. Così facendo, si ha il rovesciamento della tesi di Clausewitz ( “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi” ) e si afferma che la politica è la guerra continuata con altri mezzi» [3].

Il Sovrano ha la facoltà di disporre del corpo dei sudditi e di impedire che degli stranieri entrino nel suo territorio, considerato luogo sacro e inviolabile. Il Sovrano ha anche la capacità di imporre lo stato di eccezione. Per il filosofo Giorgio Agam- ben [4] significa che il Sovrano può sospendere la validità dell’ordinamento giuri- dico: citando Carl Schmitt, egli sostiene che il Sovrano sta al di fuori dell’ordinamento giuridico, e tuttavia appartiene a esso, «perché spetta a lui decidere se la Costituzione in toto possa essere sospesa». Volendo dare un volto alla Legge, il Sovrano si presenta affermando: «Io sono la Legge. Non c’è sopra di me nessuna Legge». Avviene che tanti capi di Stato, dopo essere stati scelti dal popolo, tentino di modificare la Costituzione a loro vantaggio. Un’altra forma dell’aporìa – cioè della sua difficoltà in termini di logica – rispetto al potere si manifesta nel doppio messaggio: «Devi vivere, ma non ti do gli strumenti per vivere con dignità». In effetti il Sovrano può decidere chi deve vivere e chi deve morire. A livello sociale questo stato di cose si verifica riguardo a chi può accedere alle cure mediche o psicologiche e a chi è negata una reale forma di assistenza, mancando di mezzi personali.

Lo psicoanalista argentino Miguel Banesayag, prendendo spunto da una riflessione del giurista spagnolo Eduard Punset, si domanda: “C’è una vita prima della morte?”. L’autore, che è stato rinchiuso nelle carceri argentine nel periodo dei colon- nelli, fa riferimento alle tante persone che vivono in maniera drammatica, dolorosa, addirittura disumana la loro esistenza, essendo malati, privi di mezzi e in situazioni politicamente costrittive. Per queste persone si tratta cioè di una vita-non vita.

L’HOMO SACER

Agamben individua nell’homo sacer il soggetto che può essere ucciso da chiunque si senta minacciato senza conseguenze per lui. Questa figura dell’homo sacer ha la funzione del pharmakon nella duplice valenza di medicina o veleno.

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Il caduceo di Microbio, simbolo della medicina e della farmacia

LE ALI DELLA SPERANZA E L’AGILITÁ DELLO SPIRITO  Francisco Mele

Caduceo di Macrobio figura salvifica e mortale  

 

 

 

Il caduceo qui disegnato rappresenta il simbolo della medicina e della farmacia. Nel disegno sono rappresentati due serpenti (Hermes) che si attorcigliano contrapponendosi l’un l’altro intorno a un bastone.

C’è anche una versione di caduceo (Asclepio), in cui attorno al bastone figura soltanto un serpente. Quest’ultimo è stato adottato come simbolo dell’Organizzazione mondiale della salute – OMS.

Tale simbolo è antico; esso collega le culture egizia, greca e romana. È uno schema molto seguito dagli esoterici, in quanto cerca di integrare astronomia, astrologia e alchimia.

Il caduceo di Macrobio ha ispirato Goethe diventandone una specie di guida intellettuale. Pierre Hadot nel suo libro “Ricordati di vivere – Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali”[1]descrive lo schema di cui possiamo anche per noi servirci come guida  per comprendere i luoghi del Sé e del non-Sé[2]. La filosofia  fino a Spinoza era considerata come la disciplina  che preparava i soggetti alla morte. Il pensiero “Ricordati che devi morire” ha accompagnato i monaci che ogni sera al momento di fare l’esame di coscienza si recavano a guardare gli scheletri dei confratelli morti.

“Ricordati di vivere” si impone come disciplina in cui ciascuno organizza la propria esistenza, Goethe aveva colto questo nuovo modo di pensare. Gli esercizi spirituali non sono  soltanto proprietà della Chiesa, riguardano l’intera umanità che grazie alle facoltà intellettive, all’immaginazione creativa e alla volontà è capace di reagire e distanziarsi dalla pressione che le impone l’urgenza della realtà reale.

Lo schema si presenta sotto forma di due serpenti intrecciati, maschio e femmina, Daimon e Tuke, sole e luna, le loro bocche sono unite in un bacio  rappresentato da Eros. Macrobio chiama questo intreccio il nodo di Ercole perché è difficile da sciogliere; questo nodo è Ananke. La parte inferiore dei corpi si intreccia nuovamente alla fine di una specie di bastone  da dove poi spuntano le ali. Ananke è la necessità, il destino,  l’obbligo. Il bastone è nelle mani di Hermes – Mercurio -. Si può modificare il destino?  La Tuke è la Fortuna oppure, in termini sociologici, la “lotteria sociale” che ci ha destinato a nascere in un momento determinato del tempo, in una famiglia particolare, in una nazione anziché in un’altra. La Fortuna è mutevole. In poco tempo tutto può cambiare. Nei giorni del Coronavirus ciascuno può sentirsi fortunato o non se incontra o non, senza saperlo, una persona positiva.

È la dea dei giocatori. Questi sono sempre a interrogare se la fortuna è o no con loro. Quando vincono, si sentono baciati dalla dea, e quindi raddoppiano la giocata. Se perdono, non si danno per vinti, pregando la Dea di assisterli.Per un bambino giocare è un atto che lo aiuta a gestire l’angoscia, le paure e le incertezze. Per un adulto chi gioca all’azzardo; l’atto di giocare aumenta ancora di più quei sentimenti

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LA PASQUA E IL DOPOPASQUA

Francisco Mele

La festa pasquale ricorda il passaggio attraverso il Mar Rosso del popolo ebraico mentre sta fuggendo dalla schiavitù egiziana.

Il popolo si trova poi davanti al deserto dove rimarrà vagando per circa quarant’anni, fino a raggiungere la Terra Promessa.

A differenza di allora, questo periodo della Pasqua imminente non riguarda soltanto il popolo cristiano, ma tutti gli uomini che si trovano a vivere il tempo senza tempo in cui il nemico comune toglie ogni  indumento che segnala la differenza di classe, ruolo, età, razza, religione  e quanti altri elementi di differenziazione esistano.

In questo percorso, “strano” perché non si tratta di correre ma di restar fermo, il Mar Rosso diventa una realtà e una strada virtuale, grazie alla tecnologia che ci assiste.

In questa fuga attraverso il mare virtuale, ciascuno dovrà decidere che cosa prendere e che cosa lasciare e, soprattuto, affrontare un lavoro di discernimento tra cosa  ricordare e  cosa dimenticare nel rapporto interpersonale  con le figure positive e negative della propria esistenza.

Arrivare con l’essenziale dall’altra riva è una sfida che pone la questione tra l’essere e l’avere. Questa sfida non è un dilemma significativo, perché per essere dobbiamo avere. Quindi la questione significa soffermarsi su che cosa si ha bisogno per essere.

È una marcia che va oltre alla funzione del camminare; per alcuni è il cammino dello spirito, per altri il percorso dell’anima, per altri ancora un movimento della mente.

Le persone in cammino vengono sollecitate ad alleggerire il peso che li tiene ancorati a situazioni conflittuali del passato e ha decidere cosa ricordare e cosa dimenticare.  Fare i conti con lo stato belligerante è togliere energie per poter affrontare  il passaggio del Mar Rosso; non c’è tempo per guardarsi indietro o mantenere vivi vecchi rancori quando non si sa quanto tempo ci dà questo mare prima che si richiuda.

Arrivare al “dopopasqua” e affrontare la traversata del deserto ci impone di ri-installare le nuove tende, che non saranno come quelle lasciate prima di partire.

Ognuno dovrà impostare di nuovo lo spazio della tenda intesa come dimora ovvero come luogo di ricostruzione del Sé interpersonale e soprattutto un Sé che si scopre appartenere e dipendere dalle sorti dell’umanità.

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La casa esercizio della memoria

Rivisitazione delle case nel  “tempo senza tempo”

Francisco Mele

Una rivisitazione delle nostre case  o dei nostri amici, e dei luoghi dove ciascuno ha vissuto è un esercizio della memoria che incide positivamente nella costruzione dell’identità.

Raccordare gli spazi e i tempi trascorsi nella casa dell’infanzia o riappropriarsi di quei momenti dell’asilo o della scuola è aprire una galleria di figure significative come i genitori dell’infanzia, la voce della maestra o dei volti dei compagni di allora.

Questo percorso delle case prosegue con i luoghi dell’adolescenza. I viaggi con i familiari o con gli amici, soprattutto di quelli he tornano a ricordarci che ciascuno ha continuato a vivere.  Familiari e amici possono essere chiamati a testimoniare e a fornire quei documenti che a modo di lapide segnalano i luoghi dove si è passati. Un dialogo immaginario con quelle figure che tanto hanno inciso nella propria storia. Quanti di essi fanno parte della nostra più intima personalità e quanto di ciascuno fa parte della storia dell’altro. La rivisitazione dei luoghi della memoria, che sono alla base del Sé intersoggettivo, costituisce il filo conduttore di un viaggio di andata e ritorno ai luoghi dove si è  forgiata la nostra vita. In questo periodo sono in molti ad aver attivato i contatti con tante persone che sono state parte del loro universo; questo universo personale non si aveva mai il tempo di visitarlo. Forse adesso che si ha tempo senza dover essere costretti a “passare il tempo” – o addirittura qualcuno non pensa ad altro che uccidere il tempo, senza sapere che uccidendo il tempo uccide se stesso -, si può cominciare a re-immaginare un processo di ricostruzione del Sé intersoggettivo.

Questo esercizio è necessario per mantenere attiva l’immaginazione creativa in quanto il passato offre dei segnali e delle linee tracciate nella propria storia che ricordando anche momenti molto difficili riapre all’idea e al sentimento di poter superare questa fase di stallo obbligatoria.

Il nemico di tutti ha inciso sulle sovrastrutture che, in forma di maschere indossate insieme a ruoli esercitati, colpisce la struttura da dentro e ciascuno scopre la nuda vita.

Il Leviatano è stato colpito da dentro; emerge la maschera del potere, dello Stato vissuto come una figura nemica del singolo. Attualmente, presso di noi, lo Stato viene invocato a salvare gli individui che ne fanno parte.

Se lo Stato crolla, ed è quello da tanti sentito come ostile, c’è il rischio della scomparsa dell’uomo. Da questa situazione l’immagine dello Stato nazionale o di quello sovranazionale viene messa a dura prova. I governanti si rendono conto che sono stati chiamati a un compito del quale non immaginavano la portata come impegno assunto. Si sono trovati a dover far fronte a una situazione per la quale non erano preparati. Sono quindi obbligati ad ascoltare quanto suggerisce il popolo.

Essere nudo davanti al nemico comune permette di sentirsi parte di una umanità che non è più legata a razze, etnie, sistemi politici e culturali che separano e rendono conflittuale la convivenza dei popoli.

Questa sensazione di essere in pericolo deve portare a un disarmo del meccanismo che soggiace alla ricerca del capro espiatorio, che serve a incanalare la violenza del gruppo.

La ricerca del colpevole calma momentaneamente la paura, ma poi si rende insufficiente a ristabilire un ordine in cui ciascuno si sente più sicuro insieme agli altri in una comunità di riconoscimento, il riconoscimento-base non è più l’essere il professore, il capo o il figlio prediletto, bensì un riconoscimento che riguarda l’essere uomo al di là delle differenze imposte dalle culture.

Lo stare in casa è una possibilità di attivare anche la contemplazione, il guardare ogni istante, ogni cosa con gli occhi, con l’intelligenza cognitiva e quella emotiva.

La contemplazione è un guardare con gli occhi e percepire con i sentimenti in cui si mette in movimento un processo di immedesimazione con il mondo, e di distanziazione.

Si tratta di esercitare la distanza come esercizio dello Spirito per non rimanere schiacciati dagli eventi o rimanere in uno stato di distacco totale come il diventare uno spettatore anonimo.

La casa diventa uno spazio-tempo di rielaborazione dei progetti della propria vita, tenendo conto che questi dovranno essere vagliati dal progetto di ricostruzione che si dovrà affrontare da ogni paese, e soprattutto dalla comunità internazionale.

L’angoscia più profonda non è soltanto quella di sperare di superare il momento di crisi rimanendo in vita, bensì quella che dovremo superare quando ci troveremo davanti alle difficoltà dell’economia e della complessiva situazione sociale.

Questa pandemia globale ha un effetto sulla struttura del desiderio.

Ciascuno è chiamato a ridimensionare progetti, aspettative nel mondo del lavoro, dello studio, dello sport. Ognuno dovrà fare i conti con le proprie dipendenze, non soltanto quelli che soffrono le dipendenze da sostanze, ma tutti quelli dipendenti dal lavoro, da legami affettivi, da appartenenza a gruppi sportivi. È da verificare come i soggetti dovranno fare i conti con i sentimenti di invidia e rivalità nei confronti del collega, di un capo,  di un direttore, perché c’è il rischio che non esista più l’azienda, lo stesso che prima provava un sentimento negativo.

In questo periodo ciascuno dovrà superare le crisi d’astinenza, tranne quelli che dipendono dalle nuove tecnologie, a cui forse si sono aggiunti altri campi nell’ambito online.

Forse una delle sfide che si dovranno affrontare quando si sia attraversato questo periodo sarà di affrontare l’astinenza tecnologica.

 

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L’INTELLIGENZA SPIRITUALE COME RISPOSTA ALLA PAURA

INTELLIGENZA SPIRITUALE COME RISPOSTA ALLA PAURA

Francisco Mele

In questo periodo si scontrano due principi. Il principio di “uccidibilità” e il principio di “solidarietà”.

Il principio di uccidibilità è inteso come ciascuno di noi sia veicolo di morte, o può essere ucciso dall’altro attraverso il virus che rende ciascuno un possibile assassino inconsapevole.

L’assassino inconsapevole non ha in sé le caratteristiche della personalità del criminale, per cui i sensi di colpa che lo assalgono quando ha contagiato l’altro senza averne intenzione lo possono portare a uno stato di depressione che paradossalmente lo rende ancora più vulnerabile.

Il principio di solidarietà va inteso come il desiderio di augurarsi che l’altro stia bene, anche per un proprio egoismo; addirittura si desidera che il peggior nemico non sia malato.

Il desiderio che l’altro stia bene non riguarda soltanto il prossimo vicino, amico, parente, collaboratore, collega, ma si estende anche al prossimo lontano. Questo principio può far breccia su quelle persone che hanno come fine l’odio verso l’altro vissuto da ostacolo per la propria realizzazione.

Il principio dell’odio si è riscontrato tra i malati di tubercolosi della fine dell’Ottocento o in alcuni malati di aids; pochi decenni fa si era posto come la vendetta con cui si voleva colpire tutti gli altri indistintamente.

In questo momento invaso dalla paura e dall’incertezza veniamo sollecitati a reagire non solo con la forza della nostra salute fisica, ma soprattutto imponendoci di sviluppare un tipo di intelligenza che ci consenta di alzare la testa e di guardarci intorno per comprendere il valore della terra, dell’ambiente e soprattutto delle persone che la abitano.

Aldi là di una religione particolare, l’intelligenza spirituale è da intendere come la risposta che mi pongo ad alcune domande che riguardano il tema della morte, della vita e del tempo.

In questi anni, il principio dell’odio verso l’altro, considerato il nemico da battere, ha portato a una spesa smisurata in favore di una esagerata corsa all’armamento e di una costruzione di muri: coloro che hanno sostenuto questa tesi si sono trovati prigionieri del proprio sistema di difesa, e sono rimasti intrappolati credendo di essere al sicuro.

La medicina come scienza si è sviluppata con le guerre. Per questo, il sistema medico ha un’organizzazione simile a quella militare, quindi utile ad agire velocemente quando scoppiano delle epidemie, come nel caso presente. Si sono chiusi dei reparti e degli ospedali a favore di una medicina privata, sguarnendo le postazioni migliori per affrontare le diverse epidemie che abbiamo sofferto in questi ultimi decenni.

Il virus non tiene conto della sovrastruttura che fa sì che ciascuno indossi la maschera del potere, del funzionario o dell’operaio. Non tiene conto del sistema gerarchico, ma sta imponendo a tutti, di usare la mascherina, con l’illusione che possiamo in questo modo non essere riconosciuti dal nemico senza volto.

In questa guerra siamo tutti in battaglia. Senz’altro il personale sanitario si trova a combattere senza tutto quell’arsenale necessario per affrontare la crisi.

A niente servono quei carri armati e quei missili postati in punti-chiave del pianeta, perché c’è il rischio che non si possa sparare il primo colpo,  dal momento che non esiste più nessuno, e forse questa situazione paradossale ci può far riflettere sul valore della vita.

In questo periodo alcune persone credono di scongiurare il pericolo decidendo da sé la propria morte,

come tanti tossicomani che usano la dose, come i perseguitati durante il nazismo usavano la pasticca di cianuro per non essere catturati. Oppure come l’ex carabiniere che, per la paura del futuro, uccide con la pistola dell’Arma moglie e figlio, per poi spararsi dopo aver avvertito la Polizia.

Ognuno di noi che viviamo la paura della minaccia, siamo chiamati a sostenere l’angoscia di tanti malati, familiari, amici, colleghi che si trovano nella nostra stessa situazione.

Nella disgrazia del momento presente emergono le capacità dei dirigenti, e molti di questi davanti alla crisi, in quanto impreparati ma avidi di potere, si sono dimostrati inadeguati.

il sonnambulismo collettivo che ci ha colpito in questi ultimi anni ci ha portato a scegliere dei dirigenti, soprattutto politici, che entrano nella categoria “del Pifferaio Magico”, in analogia con quello che si può definire un “collettivo incosciente”, a differenza dell’incosciente collettivo junghiano, dove, attraverso un codice di lettura adatto, si legge una grammatica saggia in quanto si scopre quel sapere dell’uomo che riguarda il mito.

La mitologia interrogata con la ragione porta a una conoscenza del Sé e della Comunità. Il collettivo incosciente è l’azione dell’individuo e del gruppo senza senso, da cui non si può trarre alcuna sapienza. Senza questa sapienza non si impara mai dall’esperienza e a livello compulsavo si ripetono gli stessi errori.

 

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IL VOLTO DELLA CROCE

I luoghi del sé e del non-sé

Francisco Mele

 Ciascuno di noi viene invitato a portare la sua croce, metafora diffusa nel popolo perché “portare la croce” significa assumere la sofferenza insita nella stessa vita.

Che cosa significa la croce di cui ciascuno deve assumersi il peso?

Se la croce è molto pesante, chi deve portarla ne rimane schiacciato, e quindi viene meno la metafora, perché una persona schiacciata a terra non è in grado di portare niente .

Nel Vangelo, Simone il Cireneo aiuta Cristo a portare la croce: ciascuno di noi ha bisogno che qualcuno lo aiuti a portare la sua croce, ma certi rifiutano l’aiuto.

Allo stesso modo dovremmo renderci conto della situazione in cui possiamo noi aiutare qualcuno oppure lasciarlo sprofondare.

Il valore della croce ha una forte valenza simbolica nella cultura di tradizione cristiana: in essa il piano verticale collega la dimensione del cielo con quella della terra, o la luce con le tenebre, la spiritualità con la carnalità;

il piano orizzontale rappresenta le braccia con cui l’uomo circonda il mondo.

  Il quadripodo esistenziale

Da anni sto lavorando, sia nell’ambito della psicoterapia che come docente, a sviluppare uno schema che ho definito il “quadripodo esistenziale”:  esso ha la forma di una croce, in cui il piano verticale e il piano orizzontale si incrociano a diversi livelli secondo la storia di ciascuno.

L’asse verticale riguarda il rapporto asimmetrico tra il soggetto in posizione di dominio e il soggetto in posizione inferiore: in Hegel è la dialettica rappresentata dal rapporto servo/padrone.

In sintesi, lo schema rappresenta il rapporto di una persona all’interno della gerarchia sia in posizione di subire il potere sia in posizione di comando.

L’asse orizzontale riguarda il rapporto intersoggettivo allo stesso livello tra fratelli, amici, colleghi, compagni di scuola o di giochi ecc.

Lo schema della croce viene presentato in tre figure che si sovrappongono senza annullarsi l’una con l’altra.

Nella prima figura la persona si confronta con sé stesso, con la sfera intima familiare, quella del mondo dell’amicizia o dell’inimicizia.

Nella seconda figura si ripercorre la sfera intima ma nella configurazione che riporta alle case, come il soggetto ha vissuto all’interno delle case dei genitori, quali sentimenti evocano; il rapporto con le proprie case; come ha vissuto in relazione alle case degli altri.

Nella terza figura si indaga sul rapporto del soggetto con le istituzioni, soprattutto quelle che sono intervenute nella costruzione della propria identità, come la scuola, l’università, il lavoro, la parrocchia o altro luogo di culto e di incontri giovanili.

Queste istituzioni possono essere definite come “fornitrici di identità”

Nello spazio delle istituzioni vengono evidenziate con più forza i luoghi del sé e i luoghi del non-sé.

Nei primi il sé realizza un proprio progetto nell’ambito di un progetto sociale istituzionale.

Nei secondi luoghi il soggetto viene invece sottomesso e talvolta ingiustamente penalizzato.

Questa  figura terza ripropone la triade dell’etica della personalità definita da Ricoeur come “la stima di sé, l’incontro con l’altro all’interno delle istituzioni giuste”. Continua a leggere

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La Teologia del Pueblo de Papa Francisco -Il popolo secondo Francesco

Dialogo con el padre Scannone acerca de la Teologia del Pueblo del Papa Francisco 

Francisco Mele  Dr. en Psicología

El PADRE SCANNONE FALLECE UN MES DESPUÉS DEL ENCUENTRO DE OCTUBRE EN ROMA

El 4 de octubre, en el dia de San Francisco, los padres Juan Carlos Scannone[1] y Carlos Maria Galli tuvieron  sus disertaciones  sobre los 40 años de Puebla y los efectos de tales documentos sobre la actual Teologia latinoamericana. Uno de los representates històricos de la Teologia de la Liberaciòn el padre Gustavo Gutiérrez expuso su conferencia el dia anterior.

Este itinerario (que abarca la lectura de los documentos sociales de la Iglesia a la luz del Vaticano II) ha tenido  un efecto particular en el nacimiento de la Teologia de la Liberaciòn y sobre todo en, nuestro caso, sobre la Teologia del Pueblo. Parte desde Medellin en 1968, se enriquece con el Sinodo de los obispos latinoamericanos reunidos en Puebla en 1979, prosigue con Santo Domingo (1992) con la presencia de Juan Pablo II, y  culmina con el 

documento del 2007 en Aparecida (Brasil), donde fué fundamental el liderazgo del cardenal Bergoglio en su redacción y que ha sido fundamental para su visibilidad en el ámbito eclesial..

El documento de Puebla acentùa el pensamiento de Medellin sobre  la opciòn preferencial por los pobres.

Scannone afirma, que en América Latina , a partir de los documentos del Vaticano II se ha dado lugar al nacimiento de 4 de las llamadas “teologias de la Liberaciòn,” y una de ellas -segùn Gutiérez[2]–  es la Teologia del Pueblo. Esta Teologia es una  lectura por parte de un grupo de estudiosos argentinos reunidos en San Miguel en el 1968 que diò lugar a un documento que hizo historia. En ese documento se reconocen los aportes de  Lucio Gera y de Eduardo Pironio .

 Hay que tener en cuenta  la diferencia de método entre la Teología argentina y la Teología de la Liberación como la conocemos. Se trató del pasaje desde el paradigma socio-cultural al paradigma histórico-cultural. De una visión sociológica a-histórica, basada en la dialéctica hegeliana de la lucha por el reconocimiento – con  base de la lucha de clases, a un método mas bien inspirado en Husserl , en el cual la lectura tiene cuenta de los distintos momentos históricos que vive un pueblo. En esta linea, Scannone toma en cuenta las reflexiones de Paul Ricoeur que junto al pensamiento de Emanuel Lévinas han echado las bases filosóficas de la Teología latinoamericana, donde no se trata de imaginar un mundo sin clases sociales, sino  mas bien, un mundo donde el conflicto viene resuelto con la búsqueda de una convivencia y donde  la solidaridad, puede ser un motor que ayude a  superar las diferencias e introducir el valor evangélico de la Justicia. 

 El paradigma socio-cultural tiende a liberar la sociedad de las diferencias sobre todo económicas. El modelo histórico-cultural cristiano viene a liberar al hombre de las distintas dependencias a través del mensaje del Evangelio, la “evangelización de la cultura” que  fue elaborada claramente por  Paolo VI en la Evangelii Nuntiandi.

 La liberación no es dirigida a un sujeto sino a un pueblo, a una cultura. La Religión toma sus formas según el tipo de cultura en la cual se halla inserta. Evangelizar la cultura a partir de los pobres, definidos “pobres con Espiritu” de parte de Ignacio Ellacuria -amigo y consejero de Monsenor Romero- uno de los seis sacerdotes jesuitas asesinados en El Salvador.

EVANGELIZAR LA CULTURA FORMA  PARTE DEL MENSAJE DE PAPA FRANCISCO AL NOMBRAR CARDENAL  A LUIS ANTONIO TAGLE PARA DIRIGIR PROPAGANDA FIDES. ES INTERESANTE DESTACAR QUE HAY ESPACIO EN LA IGLESIA PARA ESCUCHAR LAS DISTINTAS PROSPECTIVAS PASTORALES PROVENIENTES DE OTROS CONTINENTES, ROMPIENDO EN ESTE MODO  EL MONOPOLIO EUROPEO. ESCUCHAR OTRAS PROSPECTIVAS REPRESENTA LA ACTUALIZACIÓN DEL LEGAJO QUE NOS DEJÓ EL CONCILIO VATICANO II.

EN ESTE SENTIDO EL APORTE DE PADRE SCANNONE NOS AYUDA A ENTENDER ESTA VISIÓN MAS AMPLIA DE UNA TEOLOGÍA QUE ESCUCHA EL PUEBLO EN SU SABIDURÍA.

Cardenal  Luis Antonio Tagle y Francisco Mele

También aquí vienen escondidos -según el teologo Galli, discipulo de Gera-  cuatro generaciones de teólogos del Pueblo, En la primera figuran Lucio Gera, Justino O’Farrell, Rafael Tello entre otros. En la segunda generación encontramos a Juan Carlos Scannone y en la tercera Carlos M. Galli. En la cuarta generación, estamos en presencia de jóvenes teólogos que están ejerciendo una pastoral cerca de los humildes que sufren hasta de hambre injustamente en un país rico como la Argentina.

 Podemos nombrar:  padre Pepe (José) de Paola, amigo de Bergoglio, padre  Antonio M. Grande – ex rector de la Iglesia Argentina en Roma-   hizo su tesis doctoral sobre la Teologia del Pueblo con la supervisión del mismo Galli. En Italia, padre Walter Insero, famoso por ser el sacerdote de la Misa de los artistas en Piazza del Popolo de Roma, (donde el domingo 1 de diciembre hemos ofrecido la misa a la memoria de Scannone).  Insero  ha publicado su tesis  doctoral en la Gregoriana, dedicada a la Teología del Pueblo. El aporte de Galli , resulta significativo para construir una Teología de la Ciudad, en su libro “Dios vive en la ciudad”[3]se tiene en cuenta del desafió que significa llevar la Palabra de Dios en lugares donde las relaciones son mas bien anónimas, a diferencia de la Pastoral de los pequeños pueblos o villas, donde la mayor parte de las personas se conocen. 

Me interesa  expresar aquí parte del diálogo que tuvimos con el padre Scannone cuando nos vimos en casa el sábado 5 de octubre, en Roma.   Trajo como regalo su ultimo libro apenas publicado en italiano por las ediciones Queriniana,  “La teologia del popolo. Radici teologiche di papa Francesco”.

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Psicopolitica e rivalità mimetica

La psicopolitica secondo la teoria mimetica

 

IL TERZO CERVELLO: lo spazio-tempo della mimesi.

 

Jean-Michel Oughourlian, a partire dalla teoria di René Girard sulla mimesi e dalle scoperte a posterioridella teoria dei neuroni a specchio, ha inaugurato un approccio interessante per comprendere  il comportamento delle persone in società.

Secondo questa prospettiva, la psicologia non può essere intesa come la scienza del singolo ma  considerata come la scienza che non può prescindere dall’interazione psicosociale.

Lo stesso Aristotele aveva definito l’uomo come un essere politico.

Il primo cervello ha a che vedere con l’area pre-frontale: essa riguarda il pensiero razionale cognitivo

che serve a spiegare a livello intellettuale le azioni di ogni soggetto nel suo vivere nel mondo.

Il secondo cervello che viene localizzato nel sistema limbico, comprende l’area delle emozioni e dei sentimenti. La scoperta da parte di Antonio Damasio, neurologo e psicologo portoghese, del cervello arcaico o cervello emotivo ha portato a uno sviluppo considerevole sul valore dell’intelligenza emotiva, capace di influenzare notevolmente il pensiero razionale.

La terza scoperta fondamentale in campo neurologico dei neuroni a specchio da parte dell’équipe di Parma da parte degli specialisti in neuroscienze guidata da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese è stata illuminante per comprendere il meccanismo mimetico ipotizzato molti anni prima da René Girard.

La scoperta ha significato una vera rivoluzione nel campo della conoscenza della mente dell’uomo.

Secondo Oughourlian si può immaginare e costruire una psicologia e una psicopatologia che tengano conto di questi concetti che illuminano con più profondità i rapporti interpersonali.

I quadri clinici della psichiatria francese che differenziava la psicosi, la nevrosi e le perversioni può essere arricchita con questa dimensione triadica del cervello umano.

Il terzo cervello non è legato a una zona  particolare dell’encefalo, ma è un’integrazione di tutte le aree che lo costituiscono. In questa teoria del terzo cervello viene attivato a livello metaforico – sostiene Oughourlian – una specie di cursore che si muove in rapporto al valore che ha l’altro per il soggetto.

L’altro può essere percepito e vissuto come modello, come rivale o come ostacolo. Continua a leggere

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Il crollo del ponte d’agosto

Intervista adnkronos del 15 agosto 2019 da Valentina Marsella 

GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI MA DA CAOS EMERGONO NUOVI COSTRUTTORI’/ADNKRONOS ZCZC ADN0494 7 POL 0 ADN POL NAZ  ‘Con crisi d’agosto crolla ultimo tabu’, carica esplosiva che crea competizione in tutti gli ambiti’ Roma, 15 ago. (AdnKronos) (di Valentina Marsella) – Non c’è più il Ferragosto di una volta: il governo è in piena crisi e per molti cade l’ultimo amato tabù delle vacanze. Uno scenario che invade non solo la politica ma tutta la società e la vita quotidiana. Crisi di governo in piena crisi economica, un fenomeno quest’ultimo che viene da lontano. Dal 2008, e che sta portando a una guerra di tutti contro tutti. Ma è proprio nel momento peggiore, in cui tutto sembra sgretolarsi, che possono emergere nuovi ‘costruttori’. Con uno sguardo filosofico-sociologico, lo psicoterapeuta, docente e criminologo Francisco Mele spiega in tre metafore la stagione che stiamo attraversando. Mele è stato anche il successore di Papa Bergoglio come professore di psicologia al collegio universitario del Salvador di Buenos Aires, per trent’anni ha guidato l’Istituto della Famiglia del CeIS nella Capitale ed è docente di sociologia della famiglia. “Siamo in un periodo di decostruzione dei miti – fa notare all’Adnkronos Mele – anche del mito della vacanza, quello spazio estivo in cui ciascuno torna nel suo luogo speciale per affinare le unghie e tornare alla battaglia in autunno. Oggi questo passaggio è saltato, e il fatto che nessuno si sia riposato non ci fa vedere come sarà settembre o ottobre. C’è una carica esplosiva che riguarda una competizione che investe tutti i piani, dalla politica alla società, alla famiglia”. (segue) (Vmr/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 15-AGO-19 18:41 NNNN

GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI MA DA CAOS EMERGONO NUOVI COSTRUTTORI’/ADNKRONOS (2) ZCZC ADN0495 7 POL 0 ADN POL NAZ GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI Come il ponte Morandi, anche la politica e’ crollata ma e’ il momento dei costruttori (AdnKronos) – Un “fenomeno” che il professor Mele spiega in tre metafore. La prima metafora, secondo il sociologo, è quella del crollo del ponte. Inutile dire che il riferimento più attuale (proprio ieri 15/8/2019 TELECOM NÓVITA | News Experience https://agenziedistampa.mise.gov.it/novita//news/print_all/160808 2/3 il giorno dell’anniversario) è quello del Ponte Morandi a Genova. “Il crollo del ponte – afferma Mele – come metafora del crollo della politica, che come nel caso della città ligure porta con sé una speranza, quella delle forze positive che si sono messe in moto per una ricostruzione veloce. Nella tragedia, il momento positivo. La politica è crollata, e ciò implica che ora ci siano dei validi costruttori di ponti. Sì, tanti Renzo Piano della politica in campo per ricostruire la frantumazione delle istituzioni e dello Stato. Se falliscono le mediazioni inizia la guerra, e spero tanto che non si arrivi a questo punto”. Per Mele è crollato anche un altro ponte, quello della “mediazione del premier Conte tra due partiti in perpetua discordia”, Lega e M5s, discordia che di fatto ha portato alla rottura e alla crisi di governo. “Nel caos – prosegue – possono emergere i costruttori di ponti, e questa crisi ci ha mostrato lo sgretolarsi di un altro ponte”. (segue) (Vmr/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 15-AGO-19 18:41 NNNN

GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI MA DA CAOS EMERGONO NUOVI COSTRUTTORI’/ADNKRONOS (3) ZCZC ADN0496 7 POL 0 ADN POL NAZ  Il docente cita il filosofo Han, ‘tutti agitati e senza direzione’ (AdnKronos) – La seconda metafora riguarda il mare: “Da una parte c’è la politica con la gente che balla e si diverte – afferma Mele – senza rendersi conto che a pochi metri, nel mare che ha partorito tutti i suoi figli allo stesso modo, c’è gente che muore. La gente che balla è investita da un’illusione di gioia, da un sonnambulismo plurale. Sono tutti addormentati, e non si rendono conto che da un momento all’altro possono cadere nel precipizio”. E poi c’è una terza metafora, quella della croce, o meglio del simbolo della croce dove il piano orizzontale e verticale sono in equilibrio. “Quando c’è equilibrio c’è armonia e accoglienza – spiega – ma quando i piani si spostano e prevale il verticale siamo in presenza dell’autoritarismo, quando scompare il verticale vige l’anarchia e tutti sono in guerra contro tutti. E’ la guerra dei doppi teorizzata dal filosofo Renè Girard, la stessa che si vede nei partiti politici dove ci si rinfacciano responsabilità e si cercano capri espiatori, come le minoranze e i migranti. Oggi sono saltati anche i capri espiatori, non c’è più tempo per trovarli e c’è il massacro dell’uno contro l’altro”. Come nella visione del filosofo coreano Byung-Chun Han sono “tutti agitati e senza una direzione”. A giocare un ruolo scatenante è stata, secondo Mele, la grande crisi economica del 2008: “La guerra di tutti contro tutti è iniziata qui e non è ancora finita, in politica, nelle istituzioni, in famiglia. La politica con la P maiuscola è quella che rende tutti felici e tiene conto dei bisogni di tutti, è un’utopia ma è l’orizzonte da perseguire e raggiungere con forza”. (Vmr/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 15-AGO-19 18:41

 

 

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MULTICULTURALISMO E RICONOSCIMENTO

Convegno alla BocconiTitolo: “Maya o dell’illusione”
Università Bocconi giugno, 2002
Locandina

Maya o dell’illusione
Francisco Mele

la sfida alla multiculturalità
per un arricchimento interculturale

“Quando uno straniero dimorerà presso di voi
nel vostro paese, non gli farete torto.
Lo straniero dimorante tra di voi lo tratterete
come colui che è nato fra di voi; tu lo amerai
come te stesso, perché anche voi siete stati
stranieri nel paese d’Egitto”.

Levitico 19, 33-34

Premessa

Molti emigrati in Italia vi trovano lavori perlopiù di basso livello, anche se possiedono un grado di cultura e di preparazione professionale notevoli. Questo stato di cose mi ha fatto riflettere sull’ingiustizia di tale trattamento; ho cercato di superare questo disagio prendendo contatto con le organizzazioni che lavorano nel campo della riqualificazione professionale degli emigrati e, inserendomi in un corso che il CeIS stava elaborando, ho preparato insieme a queste organizzazioni un progetto finalizzato ad aiutare tale fascia di emigrati a inserirsi nella nostra società con maggiori possibilità di lavoro qualificato.
L’obbiettivo mio personale è stato soprattutto quello di lavorare sugli aspetti psicosociali dei corsisti, ascoltando le loro difficoltà nell’ambito di un corso così impegnativo per ore e materie, e nel contesto delle loro occupazioni quotidiane, che dovevano conciliarsi con i pesanti ritmi dello studio e superare le frustrazioni di situazioni lavorative non ancora giunte al livello da loro meritato. Si è trattato di far raggiungere ai componenti del gruppo un grado di omogeneità prima inesistente per mancanza di conoscenza delle rispettive culture; da tale ignoranza, io credo, deriva la maggior parte delle incomprensioni e dei contrasti, e la necessità di raggiungere una maggiore socializzazione fra i membri del gruppo.

Aspetti dell’emigrazione europea

 

L’emigrazione è un fenomeno che può essere determinato da una situazione di necessità politica – i rifugiati -, e l’asilo politico è la forma più riconosciuta a livello internazionale. In maniera più estesa, è un fenomeno ricorrente nel corso dei secoli, provocato da necessità di ordine economico; tale ordine può partire dalla ricerca di trovare ricchezze in un altro paese, generalmente in una situazione di civiltà considerata inferiore; ciò è avvenuto soprattutto nei secoli immediatamente successivi alla scoperta dell’America.
In epoca più recente l’emigrazione è stata determinata dalla necessità di vivere in paesi che offrissero lavoro per chi nella propria terra d’origine ne fosse carente. I movimenti migratori dall’Europa agli altri continenti si intensificarono fra l’ottocento e la prima metà del novecento; ciò permise all’Europa di trarre dei vantaggi sia per la diminuzione della pressione demografica nei suoi territori, che consentirono un tenore di vita meno difficoltoso, sia attraverso l’invio dei denari guadagnati dai propri emigrati negli altri paesi, che determinarono un benessere accresciuto in chi risiedeva in Europa, avendo parenti all’estero.
Al contempo gli emigrati europei migliorarono il loro livello di vita nei paesi in cui prestavano lavoro, aiutando anche tali paesi a svilupparsi attraverso il loro apporto.
Dopo la seconda guerra mondiale i paesi europei invitarono indirettamente i propri connazionali emigrati a ritornare alle terre d’origine, per portarvi un contributo di lavoro e di preparazione acquisita anche all’estero, avendone necessità per ricostruirsi dopo le terribile ferite belliche. Tutti questi movimenti di emigrazione e di ritorno immigrativo hanno contribuito a realizzare un forte interscambio fra i popoli, determinando nei loro ordinamenti una base comune di democrazia.
Il risultato attuale di questa diffusa democrazia non deve comunque far dimenticare le sofferenze relative alla discriminazione determinata dalla diversità delle origini e delle culture che hanno segnato il percorso faticoso, lungo e accidentato in particolare dei nostri emigrati, i quali, prima di raggiungere, ad esempio, le coste americane o australiane, hanno dovuto compiere lavori rifiutati dagli abitanti locali perché particolarmente duri e pericolosi, in Germania, Belgio, Svizzera, Inghilterra e altri paesi. Ma, andando ancora più addentro al tema della discriminazione, va ricordato, sia pure come episodi isolati e relativamente rari, l’atteggiamento tenuto negli anni cinquanta e sessanta – e talvolta anche più di recente – dalle popolazioni del nord dell’Italia nei confronti dei meridionali accorsi a svolgere i lavori più umili e pesanti senza contropartite sociali e in difficoltà perfino a trovare una stanza d’affitto.
Oggi l’Italia è diventata un paese invidiabile per chi si trova in situazioni di povertà nel proprio paese, e che quindi cerca di svolgervi un qualche lavoro sia pure pesante e precario: si pensi ai raccoglitori stagionali, a quanti espletano lavori domestici e di assistenza, o sono richiesti come braccianti a paga oraria e così via.
In qualche modo questi emigranti riproducono – almeno nella situazione di necessità e di disponibilità, se non di preparazione professionale – la situazione nella quale si trovavano i nostri emigranti di generazioni poco distanti da noi, fino a generazioni ancora viventi e profondamente percorse dal male dell’emigrazione sul piano affettivo, di nostalgia della propria terra; in Svizzera ad esempio una parte altissima di residenti in comunità terapeutica o in ospedale psichiatrico è composta da emigrati italiani, che dopo anni di permanenza lavorativa in quel paese, non hanno retto all’impatto discriminatorio che ancora oggi vi permane.
Ogni spostamento determinato da un’esigenza esistenziale, non quindi da scelta volontaria e finalizzata allo svago o alla curiosità, produce in maniera pressocché inevitabile e ricorrente dei disagi e determina dei costi che è l’individuo a dover pagare, al di là dei vantaggi minimi ottenuti sul piano economico, e non ricambiati né dal paese in cui è andato a lavorare né dal suo paese d’origine, che da questo suo sacrificio ha ottenuto molteplici vantaggi.

La politica del riconoscimento

Charles Taylor sostiene che esiste un legame fra riconoscimento e identità. La nostra identità è plasmata in parte dal riconoscimento o dal mancato riconoscimento o, spesso, da un misconoscimento da parte di altre persone, per cui un individuo o un gruppo possono subire un danno reale se le persone o una società che lo circondano gli rimandano una immagine di sé che lo umilia; il non riconoscimento è una forma di oppressione che imprigiona una persona in un modo di vivere impoverito.
Il concetto di riconoscimento si è sviluppato soprattutto alla fine del settecento, quando è avvenuta una svolta della soggettività. In questo periodo, soprattutto a partire da Rousseau, l’identità riguarda l’interiorità, scoprire l’io che è in me stesso, ascoltare la voce interiore della propria coscienza; questo incontro con se stesso va verso un ideale dell’autenticità; questo ideale è legato al senso morale, che permette ad una persona di percepire la differenza fra il giusto e l’ingiusto.
Chi ha contribuito allo sviluppo di questo nuovo concetto dell’identità è stato lo studioso Johan G. Herder; egli sostiene che ognuno di noi ha un modo originale di essere uomo, ogni persona ha una sua misura. Anche nel campo delle scoperte scientifiche il fatto che il dna di ogni individuo sia assolutamente legato alla persona e si differenzi per ognuno degli uomini esistenti è in un certo senso la conferma sul piano delle verifiche scientifiche di questa intuizione avuta in precedenza da un filosofo.
Questa lettura della diversità può essere interpretata come la chiamata a vivere una vita individualmente personale, non imitando quella di nessun altro. Il modello della mia vita è da ricercare in me stesso. Essere fedele a me stesso significa essere fedele alla mia “originalità”. Anche un popolo è originale come portatore di una propria cultura, quindi si è fedeli a se stessi e si è fedeli al proprio popolo.
Nelle società precedenti il settecento, l’identità era stabilita dalla posizione sociale, dalla funzione o dall’attività che accompagnava tale funzione; ma questa concezione di Herder risulta monologica, perché l’essere umano è fondamentalmente dialogico. In realtà la nostra identità si costruisce in un complesso contesto in cui intervengono sostanzialmente quattro elementi che sono: il soggetto, l’altro, gli altri e il sistema simbolico – il linguaggio, la cultura, la tradizione – della quale queste persone sono “incluse”. L’altro significativo è tale se viene inserito e riconosciuto in un sistema simbolico, ossia una padre diventa significativo non per il processo biologico della paternità ma in quanto deve essere riconosciuto – sostiene Jacques Lacan – dal discorso materno. Gli altri e il sistema simbolico: in questa rete simbolica il figlio viene a sua volta inserito nel sistema familiare e sociale; non basta che ci sia un altro a riconoscere una persona, è necessario che questo riconoscimento venga leggittimato dal contesto simbolico in cui le persone occupano posizioni diverse e significative; la nostra identità si costruisce con gli altri; noi siamo coautori della nostra propria storia; definiamo la nostra identità dialogando e qualche volta lottando con gli aspetti che gli altri vogliono vedere in noi; tale dialogicità è stata esplorata da Bachtin in Dostoevskij. L’identità prodotta interiormente non fruisce di un riconoscimento a priori venuto dall’altro, deve conquistarselo attraverso uno scambio con la società e può non riuscire in questo tentativo. Il riconoscimento si ottiene su due livelli, la sfera intima in cui gli altri significativi – famiglia, amici – giocano un ruolo importante, ma limitato all’ambito del privato, e la sfera pubblica – mondo del lavoro, degli studi, della politica -, dove gli altri svolgono una funzione di riconoscimento esterno, riscontrabile attraverso cariche, apporto economico e prestigio sociale.

La costruzione dello Stato Nazione

Storicamente una svolta significativa è stata la costruzione dello Stato Nazione, soprattutto con la Rivoluzione francese. In questo senso la nascita della nazione moderna ha dato origine alla nascita della differenza, per cui ognuno dovrebbe essere riconosciuto per la sua identità, che è unica. In forma contemporanea alla politica della differenza c’è la politica delle pari dignità, che significa l’universalmente uguale, con un bagaglio universale di diritti e dignità.
La politica della differenza ha creato non pochi problemi di discriminazione, suddividendo i cittadini in prima e in seconda classe. La politica delle pari dignità ha invece degenerato in alcuni casi nel totalitarismo, in cui non si tiene conto delle differenze fra le persone, che sono considerate tutte uguali, per cui chi si differenzia viene emarginato o punito.
Questi due modi di fare politica possono entrare in conflitto; si tratta di un conflitto ineliminabile, ma credo che si debba tener conto dell’uno e dell’altro, contemperandoli. In sintesi la politica delle pari dignità può rispecchiare l’egemonia di un’unica cultura, mentre la politica cieca alle differenze sopprime le identità: in modo sottile e inconscio, risulta discriminatoria.
Secondo Hegel ogni coscienza cerca il riconoscimento in un’altra coscienza. Invece per Rousseau l’organizzazione politica deve escludere le differenze. Dobbiamo distinguere le libertà fondamentali – quelle che non dovrebbero mai essere violate – e i privilegi che possono essere limitati per ragioni di interesse pubblico.
Una società deve conciliare la libertà e l’uguaglianza, e la prosperità e la giustizia; conciliare conflitti che non sono facilmente risolvibili, come la differenziazione fra politica e religione, che esiste nella cultura europea, e invece è impensabile nella cultura islamica. Taylor considera il liberalismo un’affiliazione del cristianesimo, in quanto la divisione fra Chiesa e Stato risale allo stesso Cristo – “Date a Cesare quel che è di Cesare” – e ciò è stato rispettato tranne periodi storici di portata limitata. Nella religione islamica, invece, lo Stato si fonde in pratica con la religione, attribuendo ai capi religiosi i poteri di guida dello Stato. Riuscire a conciliare queste due visioni del mondo comporta una serie di negoziazioni che devono interagire e tendere a trovare soluzioni spesso difficili da raggiungere.
Tutte le società stanno diventando sempre più multiculturali, e nello stesso tempo sempre più “porose”, cioè aperte alle migrazioni multinazionali che generano una serie di fusioni e di scambi, mentre nelle società che permangono chiuse la multiculturalità si configura come un insieme di culture ciascuna delle quali rimane autoreferenziale e isolata rispetto alle altre.
Taylor propone di far sì che nel mondo dell’istruzione si lasci spazio ad autori stranieri, come sta accadendo in alcune nazioni nella scuola secondaria – quella più frequentata da etnie diverse -, in cui i programmi si organizzano in funzione della storia dei paesi da cui provengono gli alunni.

La funzione del diritto

Ne “I dannati della terra” Franz Fanon aveva individuato nella lotta violenta il modo che ha l’oppresso nel modificare l’immagine egemonica che gli viene imposta dall’uomo bianco che si presenta come il modello per eccellenza. Rovesciare il padrone non libera lo schiavo se non vengono modificate le condizioni di ingiustizia che stanno alla base di un sistema totalitario e se non viene creato un vero spazio democratico in cui ciascuno abbia la possibilità di esprimere la propria posizione senza il timore di venire soppresso da un potere arbitrario.
Amy Gutman scrive: “L’essere pienamente e pubblicamente riconosciuti come cittadini e eguali può richiedere due forme di rispetto:
a) il rispetto dell’identità irripetibile di ogni individuo, indipendentemente dal sesso, dalla razza o dall’etnia;
b) il rispetto di quelle attività, pratiche e modi di vedere il mondo, che sono particolarmente apprezzati dai ( o tipici dei) membri dei gruppi svantaggiati, come le donne, gli asiatico-americani, gli afro-americani, i nativi americani e molti altri gruppi presenti negli Stati Uniti.
Habermas sostiene che questa richiesta di riconoscimento mira non tanto a eguagliare le condizioni sociali dell’esistenza, quanto a tutelare le integrità delle forme di vita e delle tradizioni in cui si riconoscono i membri dei gruppi discriminati.
John Rawls e Donald Dworkin propongono un ordinamento giuridico eticamente neutrale, che assicuri a ciascuno pari opportunità nel perseguimento della sua personale concezione del bene. Per contro, i comunitaristi come Taylor e Michael Walzer contestano la neutralità etica del diritto e pretendono dallo Stato la promozione attiva delle condizioni della “Vita Buona”.
Habermas vuole dimostrare che una teoria dei diritti non è affatto cieca nei confronti delle differenze culturali. Il problema relativo al riconoscimento dei diritti individuali si supera con una teoria dell’identità intersoggettivamente concepita; una teoria dei diritti rettamente intesa tutela l’integrità dell’individuo anche riguardo al nesso di vita costitutivo della sua identità, ossia alla cultura di origine. La lotta delle minoranze etniche e culturali per il riconoscimento delle loro identità mira a superare una divisione illecita della società e l’autocomprensione della cultura maggioritaria.
I movimenti di emancipazione nelle società multiculturali non costituiscono un fenomeno unitario; ciò dipende dal livello di consapevolezza che ogni cultura ha raggiunto, e la lotta è più grande quanto più profonde sono le differenze di religione, razza e cultura. La sfida è ancora più dolorosa quando le tendenze all’autoaffermazione assumono un carattere fondamentalistico e reattivo, e il conflitto si acutizza quando la popolazione ospitante vuole mantenere una sua omogeneità etnico-linguistica.
Il diritto moderno è formale, giacché riposa sulla premessa che è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato. E’ individualistico, giacché intende la singola persona come titolare di diritti soggettivi. E’ diritto coattivo, poiché è sanzionato dallo Stato e si applica solo al comportamento legale ed è esternamente conforme alle regole (permette la libertà di culto, ma non determina la convinzione interiore). E’ un diritto proceduralmente statuito, in quanto viene legittimato da un procedimento democratico.
La parificazione giuridica e dell’eguale riconoscimento di gruppi culturalmente definiti tocca le collettività che si differenziano tra loro per tradizioni, forme di vita, discendenza etnica.

L’etica dell’ordinamento giuridico

Un problema fondamentale sollevato dal multiculturalismo è quello relativo alla neutralità etica di diritto e politica. Habermas chiama “etiche” tutte le questioni riguardanti le concezioni della “Vita Buona” La ‘Vita Buona’, termine che pone al centro del dibattito il tema del giusto e del bene, non può essere presentata come una dialettica che esclude uno dei termini, ma si tratta di un “vel” inclusivo, il giusto deve essere visto dal bene e il bene per essere realizzato o raggiunto non può utilizzare vie ingiuste da cui un altro viene danneggiato. Non basta pensare alla neutralità etica, ma si deve analizzare quale etica viene espressa in un ordinamento giuridico.
Attraverso i processi di socializzazione, gli individui vengono a contatto con le forme di vita culturali della nazione a cui appartengono. Essi condividono con la nazione l’orizzonte etico-politico del popolo di quella nazione. Se si modifica l’insieme demografico della nazione, si modifica anche questo orizzonte. Dal punto di vista normativo, l’integrità di una singola persona non può essere garantita se non sono anche tutelati quei contesti di vita condivisi in cui la persona ha formato la sua identità. L’individuo rimane quindi il titolare dei diritti di appartenenza culturale.
Tener conto del contesto culturale non vuol dire “caricare” giuridicamente i diritti di un gruppo del quale fa parte l’individuo; i gruppi umani non possono essere trattati come se si volesse proteggere una specie animale; un individuo ha la possibilità di dire “no” alla propria cultura, una cultura per sopravvivere deve poter progettare forme alternative e addirittura poter modificare le proprie tradizioni. Nelle società multiculturali, la convivenza giuridicamente equiparata garantisce all’individuo un ventaglio di possibilità; una persona può vivere tutta la vita nel mondo tradizionale della propria cultura e allevare i figli in essa, ma ha anche il diritto, se vuole, di rompere con la cultura d’origine o di mantenere un’identità scissa, conservando una lealtà sia alla cultura d’origine che una lealtà alla cultura adottata.
Le forme culturali che si irrigidiscono, che cercano a tutti i costi di mantenere un’identità statica, cadono vittime dell’entropia.
I movimenti fondamentalisti sono la reazione a qualsiasi processo di cambiamento. Le visioni fondamentalistiche – sostiene Habermas – sono dogmatiche nel senso che sono incapaci di riflettere sul rapporto che le collega ad altre visioni del mondo; i fondamentalismi non ammettono nessuno spazio di ragionevole disaccordo.
Una donna afgana con tre figli e separata era venuta a realizzare uno stage di alcuni mesi presso le strutture del CeIS; era il periodo in cui gli “studenti” del Corano che avevano preso il potere nel paese, avevano decretato la morte della donna, in quanto lei si era permessa di venire a studiare in un paese considerato infedele. Sfidando queste leggi la donna era ripartita per l’Afganistan, e non abbiamo mai saputo quale sorte le sia poi toccata..
Le immagini del mondo non fondamentalistiche rendono possibile la convivenza tra varie convinzioni, in quanto le persone sono in grado di disputare civilmente tra loro circa i temi che le riguardano. Tali immagini consentono “ad ogni partito di considerare gli altri partiti come dei competitori su verità autentiche – scrive Habermas -, senza con ciò dover rinunciare alla propria pretesa di validità”.
Nelle società multiculturali, la costituzione di uno stato di diritto può tollerare soltanto forme di vita che si articolano nel medium di queste tradizioni non fondamentalistiche, giacché la convivenza giuridicamente equiparata di queste forme di vita presuppone che le diverse appartenenze culturali si riconoscano reciprocamente. Ogni persona va infatti riconosciuta anche come membro di una comunità che è integrata intorno a una certa concezione del bene”. Soltanto l’integrazione di individui esterni fino a diventare cittadini, quando essi acquistano diritti riconosciuti dallo Stato, può produrre una lealtà verso una cultura politica comune. Habermas propone che si sviluppi un patriottismo costituzionale: l’interpretazione della Costituzione non sarà mai eticamente neutrale; il contenuto etico non deve compromettere la neutralità del diritto rispetto al pluralismo delle diverse comunità etiche; soltanto le procedure democratiche possono garantire una neutralità etica.

L’esplosione della multiculturalità

Il diritto di autodeterminazione di una nazione non può diventare una minaccia per le culture minoritarie, né un pericolo per le nazioni confinanti; tuttavia il rispetto delle culture minoritarie non è incondizionato, se queste culture minoritarie sostengono una politica o praticano delle convinzioni capaci di mettere in pericolo le conquiste democratiche e i processi partecipativi della nazioni in cui sono ospitate. La cultura ospitante deve salvaguardare la società dalla frammentazione, impedendo l’emarginazione delle subculture estranee; d’altra parte la cultura ospitante dovrà essere flessibile, in grado anche di produrre cambiamenti interni per adeguarsi alle nuove situazioni. Scrive Habermas: “Oggi, nel momento in cui lo Stato Nazione si trova minacciato all’interno dall’esplosione del multiculturalismo e all’esterno dai problemi della globalizzazione, ci chiediamo se esista ancora – in ordine alla possibilità di coniugare ‘nazione dei cittadini’ e ‘nazione etnica’, ordine giuridico e cultura popolare – un equivalente altrettanto funzionale”. Solo a un patto le società multiculturali potranno essere tenute insieme dalla tradizionale cultura politica liberale – riflette Habermas -: se i cittadini possono sperimentare il valore d’uso dei loro diritti nella forma della sicurezza sociale e del riconoscimento reciproco, sviluppando così forme di solidarietà fra estranei. La Costituzione si conferma come il quadro istituzionale per la dialettica dell’uguaglianza e delle differenze.
L’altra minaccia – la globalizzazione – rischia di produrre delle posizioni ancora più rigide a detrimento delle minoranze. La globalizzazione ha significato un cambiamento nella struttura capitalistica, in quanto la produzione economica non è più legata ad uno Stato o alle vicende di una nazione, ma le imprese produttrici hanno un orizzonte planetario, entrando in ogni paese e modificando i costumi di culture lontane. I governi hanno sempre meno influenza su queste imprese che si muovono su scala mondiale. Di fronte a questo allargarsi di influenza delle imprese su culture lontane si verifica anche in parallelo il flusso di immigrazione verso i paesi capitalistici, verificandosi sistemi di vita da terzo mondo nelle grandi città del primo mondo. Emarginazione sociale e impoverimento non sono più territorialmente circoscrivibili; si vengono a formare dei ghetti a macchia d’olio nei centri urbani; ciò produce un’erosione morale della società; il ceto medio si sente minacciato di declassamento, quindi le scelte politiche vengono dettate da queste paure. La coscienza nazionale oscilla tra un allargamento della inclusione e un rinnovamento della chiusura.
In un saggio del 1994 dal titolo “Multiculturalism: a Liberal Perspective”, sulla rivista “Dissent”, J. Raz scrive: “Mentre rafforza il perpetuarsi di gruppi cuilturali diversi in un’unica società politica, il multiculturalismo ha anche bisogno che esista una cultura comune (…). I membri di tutti i gruppi culturali (…) dovranno acquisire linguaggio politico e convenzioni di condotte comuni per poter partecipare effettivamente, in un’area politica condivisa, alla competizione per le risorse e alla protezione degli interessi, sia individuali che di gruppo”.

La Vita Buona

Lavorando su alcuni principi mutuati dalla studiosa Agnes Heller nei suoi libri “Oltre la giustizia” e “Filosofia morale”, nei primi incontri con i partecipanti al corso ho incentrato alcune riflessioni sul tema della Vita Buona in relazione ai tre livelli che si intersecano – la rettitudine, la scoperta dei talenti, lo stabilire legami profondi -; la rettitudine secondo uno sviluppo mutuato da Paul Ricoeur, a sua volta può essere intesa secondo la triade di etica, morale e giustizia. Ho insistito in particolare sull’’etica come rispetto della libertà, rispetto dell’altro, il comportamento responsabile delle proprie azioni e il rispetto della vita, principi universali che trascendono i contesti culturali. Ho anche chiarito che la morale rappresenta il dover essere, più legato alla pressione culturale a cui si appartiene.
Ho fatto rilevare che la giustizia si può analizzare dal punto di vista oggettivo – le leggi di una società -, e da quello soggettivo – il senso di giustizia che varia in ogni persona -. Nel caso dell’etica, i principi che ho segnalato vengono meno, ad esempio, nelle dipendenze patologiche, nel gioco, nella droga, dove l’individuo è dipendente, ha perso la libertà, non è più responsabile e rischia di uccidere o di morire.
In questo corso ho fatto riferimento ad Habermas circa “le regole morali (che) operano in maniera autoreferenziale: la forza con cui coordinano le azioni – sostiene il filosofo – si sviluppa su due piani interconnessi: sul primo livello esse controllano e dirigono l’azione sociale in maniera immediata, vincolando la volontà degli attori e orientandola in una certa direzione; sul secondo livello esse regolano le prese-di-posizione critiche adottate dagli attori in caso di controversia. Una morale non dice soltanto in che modo devono comportarsi i membri della comunità, ma fornisce anche le ragioni per risolvere consensualmente gli eventuali conflitti di azione”; la morale fa rientrare il conflitto nel luogo della ragione.
Ho lavorato con il gruppo dimostrando come l’aspetto soggettivo della giustizia sia il senso di giustizia. Ho fatto rilevare come ognuno di noi ne abbia una percezione particolare, condizionata dalla propria storia personale, che fa sì che talvolta si viva un atto di giustizia come ingiusto; ciò accade ad esempio a un bambino che a scuola non si sente trattato come si merita, sentendosi vittima di pregiudizi che in realtà non esistono, ma che lui vive in quanto venuto da un’altra regione o da un paese straniero: se è vero che tali discriminazioni esistono, è anche vero che molti insegnanti e genitori hanno ormai superato questa fase di pregiudizio, che permane nella mente di chi ha dovuto subire dei soprusi. Chi è portatore di una cultura diversa può avvertire come atto ingiusto quanto invece è dettato da una giusta valutazione. Se invece una persona viene beneficiata al di là dei suoi meriti, quasi sempre considera tale trattamento come giusto, anche se esso travalica nella misura, e non avverte magari l’ingiustizia toccata a un altro a cui il beneficio attribuito a lui avrebbe dovuto andare.
Il conflitto interculturale avviene sulle forme e i comportamenti morali che ogni cultura presenta; non si tratta quindi dei principi universali dell’etica, ma dei costumi, delle forme di vita legati alla cultura a cui si appartiene. Non ci sarebbe un predominio soltanto dell’etica o della giustizia o della morale, ma queste tre componenti della rettitudine si influenzano a vicenda, per cui ad esempio un ordinamento giuridico può essere ingiusto confrontato dal punto di vista etico. La giustizia – in questo caso il diritto – può risolvere equamente i conflitti che nascono fra contrasti di posizioni culturali diverse.

Un corso di dialogo interculturale

Il corso nel quale sono stato supervisore del gruppo di lavoro era destinato alla formazione di consulenti/formatori per l’inserimento qualificato di immigrati nel mondo del lavoro.
Da questo genere di interscambi, che ha messo il CeIS a contatto con i governi dei paesi in questione, è derivata l’opportunità di creare dei corsi per quanti sono venuti in Italia da paesi extracomunitari alla ricerca di un lavoro più soddisfacente che nei loro paesi d’origine. Spesso queste persone devono accettare di svolgere dei lavori al di sotto della loro preparazione e dei loro titoli di studio; ciò ha generato frustrazioni, risentimento ed emarginazione sociale. Da tale situazione è nata l’idea di questo corso regionale, realizzato insieme all’agenzia “Chances” che ha una vasta esperienza nel campo dell’immigrazione.
Il corso è stato frequentato da venti partecipanti, otto italiani e dodici stranieri provenienti da paesi africani, asiatici, latino-americani e dell’est europeo; tutti o quasi erano in possesso di un titolo di studio superiore, e avevano esperienze sia come imprenditori che come operatori sociali.
Il mio ruolo è stato quello di ascoltare nelle sue difficoltà e nei suoi interrogativi il gruppo che nell’arco di sei mesi intensivi ha frequentato svariate lezioni – tra queste i moduli “accogliere e orientare”, “gestire il gruppo”, “progettare e valutare un percorso”, “immigrazione e legislazione”, e un modulo che riguardava lo stage. Le ore del corso sono state 224 per le lezioni teoriche e 268 per le esercitazioni.
In questo percorso di gruppo ho esplicitato i concetti relativi ai luoghi dell’ospitalità narrativa, la “Vita Buona” e la differenziazione tra agire manipolativo – nel quale l’altro viene usato come un mezzo per un mio fine – e agire orientato all’intesa, in cui, secondo un’etica del discorso, ciascuno dei partecipanti ha la possibilità di presentare la propria argomentazione e la propria posizione agli altri.
Gli otto italiani avevano scelto di far parte del gruppo perché intendevano lavorare nel sociale e in particolare nei centri di accoglienza per stranieri. Per partecipare al corso e proseguire poi nel lavoro sociale, alcuni avevano rinunciato ad attività più remunerative ma meno gratificanti dal punto di vista umano.
A ognuno degli stranieri ho fatto inizialmente raccontare non soltanto le vicende personali e le motivazioni che l’avevano portato a venire in Italia, ma anche a far sì che parlasse in breve del proprio paese, descrivendo la propria cultura e le differenze dalla cultura ospitante.
Far raccontare le caratteristiche del proprio paese non va inteso soltanto nella direzione in cui la persona fa conoscere il suo universo culturale, ma far conoscere la propria cultura agli altri componenti del gruppo appartenenti ad altrettante culture, in uno scambio vicendevole e multiplo. Chi viene da un altro paese non deve conoscere soltanto lui tutto quanto riguarda il paese ospitante, ma sia chi lo ospita, sia chi è ospitato devono conoscere la reciproca cultura.
Il lavoro sulle differenze e sulle similitudini ha permesso di raggiungere una ricchezza maggiore nell’interscambio e nelle dinamiche del gruppo. In particolare ho poi cercato di riscoprire le competenze di questi partecipanti, in modo che potessero metterle al servizio del gruppo: uno di loro che aveva conoscenza di yoga, ad esempio, ha insegnato ai membri del gruppo tecniche brevi di meditazione e rilassamento; un altro con conoscenze di musicoterapia ha portato delle musiche che hanno permesso ai componenti del gruppo di entrare a contatto con i sentimenti e le emozioni più profonde; è stato così che sul piano affettivo si sono riscontrate similitudini fra le diverse culture, anche se non tutte erano in sintonia rispetto ai codici di comunicazione. Caratteristiche culturali e forme di conoscenza considerate con sospetto da quanti non le conoscevano sono così diventate momenti positivi di arricchimento scambievole.
Altro fenomeno rilevato: lo straniero, dopo un periodo di tempo che ha vissuto lontano dalla sua patria, quando vi ritorna, si sente estraneo, vivendo così un doppio conflitto di lealtà.
Dopo qualche incontro, ho fatto fare a tutti quanti insieme un disegno che doveva rappresentare il loro gruppo; l’esperienza è stata ripetuta alcune volte.
Nel primo disegno era stata disegnata una quercia enorme senza foglie e senza radici: forse rappresentava l’ideale del gruppo, che però non aveva ancora una storia in comune, e quindi quella quercia non poteva generare frutti, né aveva una solida base.
In un secondo disegno si vedeva una montagna sulla quale, a diversi livelli, apparivano degli individui: alcuni erano più vicini alla meta, altri a metà ed altri ancora quasi alla base: era un disegno che aveva creato un grande disagio e un profondo dispiacere nel gruppo; lì erano apparse le differenze, le competenze, il grado di maturità di ognuno. Quelli che si erano disegnati alla base si sentivano quasi estranei nel gruppo degli stranieri; la situazione è stata risolta intelligentemente dal rappresentante del Bangladesh, che ha spiegato che per salire su di una montagna si sale in fila indiana e non in un gruppo compatto; questa spiegazione ha creato un consenso e ha dato sollievo ai più preoccupati.
Per un certo tempo il gruppo ha cercato di mantenere una sua unità in maniera illusoria, nascondendo qualunque forma di conflitto interpersonale. Questa tendenza del gruppo all’unità è stata per molto tempo un ostacolo a comprendere in profondità le differenze individuali: la paura della frammentazione diventava un ostacolo alla crescita del gruppo; le differenze, se venivano messe in evidenza, rischiavano la competizione, le rivalità; esplicitare questo fantasma legato a una possibile violenza all’interno del gruppo ha permesso di comprendere altri fenomeni non espressi o rimossi; le conflittualità si sono infine spostate su di una persona esterna – la loro referente istituzionale, una segretaria di origine spagnola che aveva chiesto di far parte anche lei del gruppo, rimanendo anche a ricoprire il suo ruolo istituzionale: questa donna rischiava di diventare il “capro espiatorio” del gruppo che ha scaricato le sue tensioni su di lei, non avendo il coraggio di affrontare apertamente le conflittualità multiple interpersonali esistenti all’interno. Una volta scoperto questo genere di “escamotage”, il conflitto è stato affrontato, ciascuna delle parti ha finalmente espresso il proprio vissuto, le difficoltà di sentirsi “osservati” dall’occhio dell’Istituzione ospitante – che era poi rappresentata soltanto da una segretaria – sono svanite quando la donna ha rinunciato al doppio ruolo, rendendosi conto della funzione che pur non volendo andava a rappresentare.
L’ultimo disegno non è stato realizzato; doveva essere il disegno della fine di questo percorso, ma quel giorno il gruppo in maggioranza aveva deciso di partecipare alla marcia della pace a Roma: anche questa decisione mostra tuttavia come il gruppo avesse trovato una sua coesione e capacità di azione comune. Il gruppo doveva presentare un progetto virtuale, nel senso di presentare un’ipotesi di impresa sociale. Tutti loro avevano deciso di inventarsi un’azienda reale, chiamandola Maya, come il nome di una delle partecipanti al gruppo. La parola Maya ha diversi significati: come entità generatrice tocca il tema della maternità; ma significa anche illusione, per cui il contrasto fra realtà e fantasia veniva espresso in un progetto che illusoriamente doveva continuare a mantenere l’unità rassicurante del gruppo; inoltre la parola Maya riporta i connotati della cultura “vinta” – quella messicana – dagli aztechi e poi dalla cultura europea; e nell’identificarsi in questa parola, il senso di sconfitta faceva sentire al gruppo il desiderio di una rivalsa esistenziale.

Un corso di dialogo interculturale

Il corso nel quale sono stato supervisore del gruppo di lavoro era destinato alla formazione di consulenti/formatori per l’inserimento qualificato di immigrati nel mondo del lavoro.
Da questo genere di interscambi, che ha messo il CeIS a contatto con i governi dei paesi in questione, è derivata l’opportunità di creare dei corsi per quanti sono venuti in Italia da paesi extracomunitari alla ricerca di un lavoro più soddisfacente che nei loro paesi d’origine. Spesso queste persone devono accettare di svolgere dei lavori al di sotto della loro preparazione e dei loro titoli di studio; ciò ha generato frustrazioni, risentimento ed emarginazione sociale. Da tale situazione è nata l’idea di questo corso regionale, realizzato insieme all’agenzia “Chances” che ha una vasta esperienza nel campo dell’immigrazione.
Il corso è stato frequentato da venti partecipanti, otto italiani e dodici stranieri provenienti da paesi africani, asiatici, latino-americani e dell’est europeo; tutti o quasi erano in possesso di un titolo di studio superiore, e avevano esperienze sia come imprenditori che come operatori sociali.
Il mio ruolo è stato quello di ascoltare nelle sue difficoltà e nei suoi interrogativi il gruppo che nell’arco di sei mesi intensivi ha frequentato svariate lezioni – tra queste i moduli “accogliere e orientare”, “gestire il gruppo”, “progettare e valutare un percorso”, “immigrazione e legislazione”, e un modulo che riguardava lo stage. Le ore del corso sono state 224 per le lezioni teoriche e 268 per le esercitazioni.
In questo percorso di gruppo ho esplicitato i concetti relativi ai luoghi dell’ospitalità narrativa, la “Vita Buona” e la differenziazione tra agire manipolativo – nel quale l’altro viene usato come un mezzo per un mio fine – e agire orientato all’intesa, in cui, secondo un’etica del discorso, ciascuno dei partecipanti ha la possibilità di presentare la propria argomentazione e la propria posizione agli altri.
Gli otto italiani avevano scelto di far parte del gruppo perché intendevano lavorare nel sociale e in particolare nei centri di accoglienza per stranieri. Per partecipare al corso e proseguire poi nel lavoro sociale, alcuni avevano rinunciato ad attività più remunerative ma meno gratificanti dal punto di vista umano.
A ognuno degli stranieri ho fatto inizialmente raccontare non soltanto le vicende personali e le motivazioni che l’avevano portato a venire in Italia, ma anche a far sì che parlasse in breve del proprio paese, descrivendo la propria cultura e le differenze dalla cultura ospitante.
Far raccontare le caratteristiche del proprio paese non va inteso soltanto nella direzione in cui la persona fa conoscere il suo universo culturale, ma far conoscere la propria cultura agli altri componenti del gruppo appartenenti ad altrettante culture, in uno scambio vicendevole e multiplo. Chi viene da un altro paese non deve conoscere soltanto lui tutto quanto riguarda il paese ospitante, ma sia chi lo ospita, sia chi è ospitato devono conoscere la reciproca cultura.
Il lavoro sulle differenze e sulle similitudini ha permesso di raggiungere una ricchezza maggiore nell’interscambio e nelle dinamiche del gruppo. In particolare ho poi cercato di riscoprire le competenze di questi partecipanti, in modo che potessero metterle al servizio del gruppo: uno di loro che aveva conoscenza di yoga, ad esempio, ha insegnato ai membri del gruppo tecniche brevi di meditazione e rilassamento; un altro con conoscenze di musicoterapia ha portato delle musiche che hanno permesso ai componenti del gruppo di entrare a contatto con i sentimenti e le emozioni più profonde; è stato così che sul piano affettivo si sono riscontrate similitudini fra le diverse culture, anche se non tutte erano in sintonia rispetto ai codici di comunicazione. Caratteristiche culturali e forme di conoscenza considerate con sospetto da quanti non le conoscevano sono così diventate momenti positivi di arricchimento scambievole.
Altro fenomeno rilevato: lo straniero, dopo un periodo di tempo che ha vissuto lontano dalla sua patria, quando vi ritorna, si sente estraneo, vivendo così un doppio conflitto di lealtà.
Dopo qualche incontro, ho fatto fare a tutti quanti insieme un disegno che doveva rappresentare il loro gruppo; l’esperienza è stata ripetuta alcune volte.
Nel primo disegno era stata disegnata una quercia enorme senza foglie e senza radici: forse rappresentava l’ideale del gruppo, che però non aveva ancora una storia in comune, e quindi quella quercia non poteva generare frutti, né aveva una solida base.
In un secondo disegno si vedeva una montagna sulla quale, a diversi livelli, apparivano degli individui: alcuni erano più vicini alla meta, altri a metà ed altri ancora quasi alla base: era un disegno che aveva creato un grande disagio e un profondo dispiacere nel gruppo; lì erano apparse le differenze, le competenze, il grado di maturità di ognuno. Quelli che si erano disegnati alla base si sentivano quasi estranei nel gruppo degli stranieri; la situazione è stata risolta intelligentemente dal rappresentante del Bangladesh, che ha spiegato che per salire su di una montagna si sale in fila indiana e non in un gruppo compatto; questa spiegazione ha creato un consenso e ha dato sollievo ai più preoccupati.
Per un certo tempo il gruppo ha cercato di mantenere una sua unità in maniera illusoria, nascondendo qualunque forma di conflitto interpersonale. Questa tendenza del gruppo all’unità è stata per molto tempo un ostacolo a comprendere in profondità le differenze individuali: la paura della frammentazione diventava un ostacolo alla crescita del gruppo; le differenze, se venivano messe in evidenza, rischiavano la competizione, le rivalità; esplicitare questo fantasma legato a una possibile violenza all’interno del gruppo ha permesso di comprendere altri fenomeni non espressi o rimossi; le conflittualità si sono infine spostate su di una persona esterna – la loro referente istituzionale, una segretaria di origine spagnola che aveva chiesto di far parte anche lei del gruppo, rimanendo anche a ricoprire il suo ruolo istituzionale: questa donna rischiava di diventare il “capro espiatorio” del gruppo che ha scaricato le sue tensioni su di lei, non avendo il coraggio di affrontare apertamente le conflittualità multiple interpersonali esistenti all’interno. Una volta scoperto questo genere di “escamotage”, il conflitto è stato affrontato, ciascuna delle parti ha finalmente espresso il proprio vissuto, le difficoltà di sentirsi “osservati” dall’occhio dell’Istituzione ospitante – che era poi rappresentata soltanto da una segretaria – sono svanite quando la donna ha rinunciato al doppio ruolo, rendendosi conto della funzione che pur non volendo andava a rappresentare.
L’ultimo disegno non è stato realizzato; doveva essere il disegno della fine di questo percorso, ma quel giorno il gruppo in maggioranza aveva deciso di partecipare alla marcia della pace a Roma: anche questa decisione mostra tuttavia come il gruppo avesse trovato una sua coesione e capacità di azione comune. Il gruppo doveva presentare un progetto virtuale, nel senso di presentare un’ipotesi di impresa sociale. Tutti loro avevano deciso di inventarsi un’azienda reale, chiamandola Maya, come il nome di una delle partecipanti al gruppo. La parola Maya ha diversi significati: come entità generatrice tocca il tema della maternità; ma significa anche illusione, per cui il contrasto fra realtà e fantasia veniva espresso in un progetto che illusoriamente doveva continuare a mantenere l’unità rassicurante del gruppo; inoltre la parola Maya riporta i connotati della cultura “vinta” – quella messicana – dagli aztechi e poi dalla cultura europea; e nell’identificarsi in questa parola, il senso di sconfitta faceva sentire al gruppo il desiderio di una rivalsa esistenziale.

 

v. Charles Taylor,”Radici dell’io – La costruzione dell’identità moderna”, Feltrinelli, Milano, 1993.
v. Mickael Bachtin, “Dostoevskij, poetica e stilistica”, Einaudi, Torino, 1968.

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