Il modello mimetico nella costruzione dell’identità


 

PER UNA PSICOPOLITICA DELL’IDENTITA

Le gabbie dellidentità

di Francisco Mele

Pubblicato sul libro Dominot,  Raccanto confidenziale di un artista en travesti

Armando editore, Roma, 2016

Il racconto come libro

Il racconto di Dominot è una rivisitazione della sua esperienza di vita. Tale esperienza è abitata dall’alterità: riuscendo a staccarsi dall’immediatezza non è più preda del uso anonimo dell’esistenza.

Nell’esperienza raccontata il soggetto fa un salto dalla nuda vita al registro simbolico.

Non si tratta soltanto di raccontare, bensì di lasciare una traccia di sé attraverso la scrittura. Paul Ricoeur scrive che nel racconto si costruisce quell’aspetto dell’identità da lui definita l’identità narrativa.

Perché Dominot sceglie una scrittrice e non, ad esempio, uno psicoterapeuta? O non decide di raccontarsi da solo? Non va dallo psicoterapeuta perché non ritiene di aver bisogno di cambiare il suo modo di vivere. Non racconta a se stesso perché considera necessaria una mediazione. Sceglie quindi come mediatore una persona che conosce il suo mondo, ma che non entra in competizione con lui e non giudica il suo operato.

Nel racconto avviene un processo in cui il Dominot-uomo lascia spazio al Dominot-donna senza scomparire del tutto. Il dispositivo da lui scelto si presenta come una dinamica circolare di soggettivazione, de-soggetti- vazione e ri-soggettivazione. In questo dispositivo la maschera Dominot- donna copre l’altra maschera, quella dell’Io, evidenziando la tesi lacaniana per cui l’Io è sovrapposizione di immagini. Il fondamento della soggettivi- tà si trova nell’istanza del discorso in cui l’Io designa l’interlocutore che si enuncia come soggetto. Dunque il fondamento della soggettività sta nell’esercizio del linguaggio. Anche per questo motivo Dominot ha bisogno di parlare e cerca quindi un interlocutore per collegare, ricordarsi e accordare i momenti apparentemente staccati della propria esperienza.

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Maurice Blanchot sostiene che la scrittura appartiene alla terza persona: si scrive per non morire. Ma la scrittura non è il libro, può diventare un libro, e for- se è stata questa la ragione per cui Dominot ha chiamato in causa una scrittrice.

Raccontare la storia a un altro significativo, che ha una capacità di ascolto e di trascrizione da permettere a un racconto orale di diventare scrittura, parte dalla convinzione che l’altro – in questo caso Maricla Boggio – abbia il sapere di ordinare e organizzare il proprio vissuto. Jacques Lacan invece dissente dal fatto che esista un altro che abbia la capacità di de-codi care, di costituire il soggetto dell’altro. In questo incontro tra Dominot e la scrittrice capace di portare alla luce il protagonista in scena, tale impossibilità viene superata dalla fiducia che ciascun soggetto pone nell’altro.

Il racconto scritto si distanzia dai protagonisti dell’incontro: in questo caso con Dominot, in altri con diversi soggetti trattati dalla Boggio1, an- che l’autrice scompare per dare spazio a un luogo dell’ascolto che fa parte anch’esso della terza persona. Se lo scrittore occupasse il centro del racconto, l’Io dello scrittore nasconderebbe la profondità del racconto stesso. Ciascuno dei due, in questa storia costruita quasi come un racconto ana- litico attraverso delle sedute, mette in moto un processo in cui transfert e controtransfert sono al servizio di altre gure, anch’esse facenti parte della terza persona, il lettore. Questi incontri permettono a Dominot di realizzare un’analisi senza interpretazioni da parte di un analista. Il lettore, che si presenta nel luogo di una terzietà, non può rimanere indifferente al racconto dominotiano, in quanto esso suscita in lui, immedesimandolo, tutta la gamma dei sentimenti provati dal protagonista.

Anche nel famoso caso Schreber, il presidente lascia il suo materiale psichico nelle sue memorie, che verranno lette e interpretate da Freud.

Il materiale psichico di Dominot, attraverso il racconto, diventa materiale “pubblico” a disposizione di analisti, antropologi, sociologi e filosofi .

Blanchot considera che nel dialogo psicanalitico:

quando parliamo, viene in luce qualcosa che ci illumina su noi stessi at- traverso l’altro. Strano dialogo, tuttavia, reso stranamente ambiguo dalla situazione falsa dei due interlocutori. Ognuno inganna l’altro e si inganna sull’altro. Uno dei due è sempre pronto a credere che la verità del suo caso

1 Fra i casi trattati da Maricla Boggio v. marisa della magliana, Film RAI 1975; la Nara – Una donna dentro la storia, Qualecultura Jacabook, 1991; Natuzza Evolo – il dolore e la parola, insieme a Luigi M. Lombardi Satriani, Armando 2006; Vita di Regina – Regina Bianchi si rac- conta, RAIERI, 2012.

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sia già presente, formata e formulata in colui che ascolta e che, non rivelandola, dà prova semplicemente di cattiva volontà2.

Forse Dominot sperava in una rivelazione formulata dall’interlocutore, “collocato nel luogo del supposto sapere” – come dice Lacan – cioè come una sentenza che tutti noi aspettiamo di ascoltare: “Diventerai te stesso!”. Nel lettore sorge la domanda sull’identità di un travesti che non rinuncia al suo essere uomo. Essere se stesso in Dominot è riconoscere di appartenere a un terzo genere?

Il rapporto sessuale con un travesti, un trans, un prostituto o una pro- stituta è un tipo di rapporto che riguarda il terzo genere. Lo sguardo e la parola acquistano funzioni diverse: l’attrazione o il desiderio di questa sessualità da parte di tanti, apparentemente portati a rapporti soltanto etero- sessuali, porta in sé una specie di sospensione dell’essere o di interruzione dell’essere – concetto sviluppato in Blanchot – utile per comprendere le dinamiche che si verificano nel mondo di Dominot.

Il filosofo Ernst Cassirer afferma che l’uomo non ha mai a che fare con le cose, bensì sempre con se stesso. Secondo una mia considerazione, l’uomo ha a che fare con un sé che è costruito da altri e con altri. Il colloquio con se stesso ha bisogno della mediazione dell’altro. La convinzione dei filosofi – terapeuti dell’antichità era: «Io mi conosco attraverso il racconto che faccio a un altro». In questo senso il colloquio realizzato da Dominot avviene all’in- terno di una struttura mediata che si crea attraverso Maricla Boggio.

Sorge la domanda: chi è il soggetto che parla e chi il soggetto di cui si parla? Maricla Boggio fa emergere i momenti particolari della narrazione in cui appare qualcuno, e questo qualcuno non è soltanto un uno, ma un Uno multiplo, impossibile da ingabbiare in una sola Imago.

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IL DIO WEBBIZZANTE

L’ESPOSIZIONE CONTINUA DEL SÉ

Francisco Mele,

alla ricerca del Dio webbizzante secondo un monopoliteismo assolutista

Il Dio webbizzante si presenta come il panopticon digitale che tutto controlla, trattiene, conserva, conosce, venendosi a imporre come un’istanza superiore e globalizzante. Il soggetto si trova alla mercé di un altro che gli impone e gli attiva dei desideri di autonomia immaginaria. Il soggetto si crede libero perché può scegliere la password che presto diventa obsoleta e quindi dovrà di nuovo essere reimpostata per poter credere di essere al sicuro. Le persone vivono nell’insicurezza, angosciati di essere bersaglio degli hackers che sono capaci di svelare i loro dati sensibili; questi hackers, che si presentano come dei virus, sono capaci di entrare nella banca delle loro vittime e di svuotarne il conto. Chi è preso di mira si sente in balìa di istanze superiori che possono intervenire e modificare la sua vita.

LA CERTEZZA DI CIASCUNO DI ESISTERE  NON LO LIBERA DALL’ANGOSCIA DELL’ESISTENZA, DALL’INCERTEZZA E LA PAURA DI ESSERE ALLA MERCÈ DI UN ENTE SENZA VOLTO.

ascoltare l’intervista sull’incertezza in Radioinblue del lunedì 8 aprile 2019

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