LA PASQUA E IL DOPOPASQUA

Francisco Mele

La festa pasquale ricorda il passaggio attraverso il Mar Rosso del popolo ebraico mentre sta fuggendo dalla schiavitù egiziana.

Il popolo si trova poi davanti al deserto dove rimarrà vagando per circa quarant’anni, fino a raggiungere la Terra Promessa.

A differenza di allora, questo periodo della Pasqua imminente non riguarda soltanto il popolo cristiano, ma tutti gli uomini che si trovano a vivere il tempo senza tempo in cui il nemico comune toglie ogni  indumento che segnala la differenza di classe, ruolo, età, razza, religione  e quanti altri elementi di differenziazione esistano.

In questo percorso, “strano” perché non si tratta di correre ma di restar fermo, il Mar Rosso diventa una realtà e una strada virtuale, grazie alla tecnologia che ci assiste.

In questa fuga attraverso il mare virtuale, ciascuno dovrà decidere che cosa prendere e che cosa lasciare e, soprattuto, affrontare un lavoro di discernimento tra cosa  ricordare e  cosa dimenticare nel rapporto interpersonale  con le figure positive e negative della propria esistenza.

Arrivare con l’essenziale dall’altra riva è una sfida che pone la questione tra l’essere e l’avere. Questa sfida non è un dilemma significativo, perché per essere dobbiamo avere. Quindi la questione significa soffermarsi su che cosa si ha bisogno per essere.

È una marcia che va oltre alla funzione del camminare; per alcuni è il cammino dello spirito, per altri il percorso dell’anima, per altri ancora un movimento della mente.

Le persone in cammino vengono sollecitate ad alleggerire il peso che li tiene ancorati a situazioni conflittuali del passato e ha decidere cosa ricordare e cosa dimenticare.  Fare i conti con lo stato belligerante è togliere energie per poter affrontare  il passaggio del Mar Rosso; non c’è tempo per guardarsi indietro o mantenere vivi vecchi rancori quando non si sa quanto tempo ci dà questo mare prima che si richiuda.

Arrivare al “dopopasqua” e affrontare la traversata del deserto ci impone di ri-installare le nuove tende, che non saranno come quelle lasciate prima di partire.

Ognuno dovrà impostare di nuovo lo spazio della tenda intesa come dimora ovvero come luogo di ricostruzione del Sé interpersonale e soprattutto un Sé che si scopre appartenere e dipendere dalle sorti dell’umanità.

Share on Facebook

La casa esercizio della memoria

Rivisitazione delle case nel  “tempo senza tempo”

Francisco Mele

Una rivisitazione delle nostre case  o dei nostri amici, e dei luoghi dove ciascuno ha vissuto è un esercizio della memoria che incide positivamente nella costruzione dell’identità.

Raccordare gli spazi e i tempi trascorsi nella casa dell’infanzia o riappropriarsi di quei momenti dell’asilo o della scuola è aprire una galleria di figure significative come i genitori dell’infanzia, la voce della maestra o dei volti dei compagni di allora.

Questo percorso delle case prosegue con i luoghi dell’adolescenza. I viaggi con i familiari o con gli amici, soprattutto di quelli he tornano a ricordarci che ciascuno ha continuato a vivere.  Familiari e amici possono essere chiamati a testimoniare e a fornire quei documenti che a modo di lapide segnalano i luoghi dove si è passati. Un dialogo immaginario con quelle figure che tanto hanno inciso nella propria storia. Quanti di essi fanno parte della nostra più intima personalità e quanto di ciascuno fa parte della storia dell’altro. La rivisitazione dei luoghi della memoria, che sono alla base del Sé intersoggettivo, costituisce il filo conduttore di un viaggio di andata e ritorno ai luoghi dove si è  forgiata la nostra vita. In questo periodo sono in molti ad aver attivato i contatti con tante persone che sono state parte del loro universo; questo universo personale non si aveva mai il tempo di visitarlo. Forse adesso che si ha tempo senza dover essere costretti a “passare il tempo” – o addirittura qualcuno non pensa ad altro che uccidere il tempo, senza sapere che uccidendo il tempo uccide se stesso -, si può cominciare a re-immaginare un processo di ricostruzione del Sé intersoggettivo.

Questo esercizio è necessario per mantenere attiva l’immaginazione creativa in quanto il passato offre dei segnali e delle linee tracciate nella propria storia che ricordando anche momenti molto difficili riapre all’idea e al sentimento di poter superare questa fase di stallo obbligatoria.

Il nemico di tutti ha inciso sulle sovrastrutture che, in forma di maschere indossate insieme a ruoli esercitati, colpisce la struttura da dentro e ciascuno scopre la nuda vita.

Il Leviatano è stato colpito da dentro; emerge la maschera del potere, dello Stato vissuto come una figura nemica del singolo. Attualmente, presso di noi, lo Stato viene invocato a salvare gli individui che ne fanno parte.

Se lo Stato crolla, ed è quello da tanti sentito come ostile, c’è il rischio della scomparsa dell’uomo. Da questa situazione l’immagine dello Stato nazionale o di quello sovranazionale viene messa a dura prova. I governanti si rendono conto che sono stati chiamati a un compito del quale non immaginavano la portata come impegno assunto. Si sono trovati a dover far fronte a una situazione per la quale non erano preparati. Sono quindi obbligati ad ascoltare quanto suggerisce il popolo.

Essere nudo davanti al nemico comune permette di sentirsi parte di una umanità che non è più legata a razze, etnie, sistemi politici e culturali che separano e rendono conflittuale la convivenza dei popoli.

Questa sensazione di essere in pericolo deve portare a un disarmo del meccanismo che soggiace alla ricerca del capro espiatorio, che serve a incanalare la violenza del gruppo.

La ricerca del colpevole calma momentaneamente la paura, ma poi si rende insufficiente a ristabilire un ordine in cui ciascuno si sente più sicuro insieme agli altri in una comunità di riconoscimento, il riconoscimento-base non è più l’essere il professore, il capo o il figlio prediletto, bensì un riconoscimento che riguarda l’essere uomo al di là delle differenze imposte dalle culture.

Lo stare in casa è una possibilità di attivare anche la contemplazione, il guardare ogni istante, ogni cosa con gli occhi, con l’intelligenza cognitiva e quella emotiva.

La contemplazione è un guardare con gli occhi e percepire con i sentimenti in cui si mette in movimento un processo di immedesimazione con il mondo, e di distanziazione.

Si tratta di esercitare la distanza come esercizio dello Spirito per non rimanere schiacciati dagli eventi o rimanere in uno stato di distacco totale come il diventare uno spettatore anonimo.

La casa diventa uno spazio-tempo di rielaborazione dei progetti della propria vita, tenendo conto che questi dovranno essere vagliati dal progetto di ricostruzione che si dovrà affrontare da ogni paese, e soprattutto dalla comunità internazionale.

L’angoscia più profonda non è soltanto quella di sperare di superare il momento di crisi rimanendo in vita, bensì quella che dovremo superare quando ci troveremo davanti alle difficoltà dell’economia e della complessiva situazione sociale.

Questa pandemia globale ha un effetto sulla struttura del desiderio.

Ciascuno è chiamato a ridimensionare progetti, aspettative nel mondo del lavoro, dello studio, dello sport. Ognuno dovrà fare i conti con le proprie dipendenze, non soltanto quelli che soffrono le dipendenze da sostanze, ma tutti quelli dipendenti dal lavoro, da legami affettivi, da appartenenza a gruppi sportivi. È da verificare come i soggetti dovranno fare i conti con i sentimenti di invidia e rivalità nei confronti del collega, di un capo,  di un direttore, perché c’è il rischio che non esista più l’azienda, lo stesso che prima provava un sentimento negativo.

In questo periodo ciascuno dovrà superare le crisi d’astinenza, tranne quelli che dipendono dalle nuove tecnologie, a cui forse si sono aggiunti altri campi nell’ambito online.

Forse una delle sfide che si dovranno affrontare quando si sia attraversato questo periodo sarà di affrontare l’astinenza tecnologica.

 

Share on Facebook

L’INTELLIGENZA SPIRITUALE COME RISPOSTA ALLA PAURA

INTELLIGENZA SPIRITUALE COME RISPOSTA ALLA PAURA

Francisco Mele

In questo periodo si scontrano due principi. Il principio di “uccidibilità” e il principio di “solidarietà”.

Il principio di uccidibilità è inteso come ciascuno di noi sia veicolo di morte, o può essere ucciso dall’altro attraverso il virus che rende ciascuno un possibile assassino inconsapevole.

L’assassino inconsapevole non ha in sé le caratteristiche della personalità del criminale, per cui i sensi di colpa che lo assalgono quando ha contagiato l’altro senza averne intenzione lo possono portare a uno stato di depressione che paradossalmente lo rende ancora più vulnerabile.

Il principio di solidarietà va inteso come il desiderio di augurarsi che l’altro stia bene, anche per un proprio egoismo; addirittura si desidera che il peggior nemico non sia malato.

Il desiderio che l’altro stia bene non riguarda soltanto il prossimo vicino, amico, parente, collaboratore, collega, ma si estende anche al prossimo lontano. Questo principio può far breccia su quelle persone che hanno come fine l’odio verso l’altro vissuto da ostacolo per la propria realizzazione.

Il principio dell’odio si è riscontrato tra i malati di tubercolosi della fine dell’Ottocento o in alcuni malati di aids; pochi decenni fa si era posto come la vendetta con cui si voleva colpire tutti gli altri indistintamente.

In questo momento invaso dalla paura e dall’incertezza veniamo sollecitati a reagire non solo con la forza della nostra salute fisica, ma soprattutto imponendoci di sviluppare un tipo di intelligenza che ci consenta di alzare la testa e di guardarci intorno per comprendere il valore della terra, dell’ambiente e soprattutto delle persone che la abitano.

Aldi là di una religione particolare, l’intelligenza spirituale è da intendere come la risposta che mi pongo ad alcune domande che riguardano il tema della morte, della vita e del tempo.

In questi anni, il principio dell’odio verso l’altro, considerato il nemico da battere, ha portato a una spesa smisurata in favore di una esagerata corsa all’armamento e di una costruzione di muri: coloro che hanno sostenuto questa tesi si sono trovati prigionieri del proprio sistema di difesa, e sono rimasti intrappolati credendo di essere al sicuro.

La medicina come scienza si è sviluppata con le guerre. Per questo, il sistema medico ha un’organizzazione simile a quella militare, quindi utile ad agire velocemente quando scoppiano delle epidemie, come nel caso presente. Si sono chiusi dei reparti e degli ospedali a favore di una medicina privata, sguarnendo le postazioni migliori per affrontare le diverse epidemie che abbiamo sofferto in questi ultimi decenni.

Il virus non tiene conto della sovrastruttura che fa sì che ciascuno indossi la maschera del potere, del funzionario o dell’operaio. Non tiene conto del sistema gerarchico, ma sta imponendo a tutti, di usare la mascherina, con l’illusione che possiamo in questo modo non essere riconosciuti dal nemico senza volto.

In questa guerra siamo tutti in battaglia. Senz’altro il personale sanitario si trova a combattere senza tutto quell’arsenale necessario per affrontare la crisi.

A niente servono quei carri armati e quei missili postati in punti-chiave del pianeta, perché c’è il rischio che non si possa sparare il primo colpo,  dal momento che non esiste più nessuno, e forse questa situazione paradossale ci può far riflettere sul valore della vita.

In questo periodo alcune persone credono di scongiurare il pericolo decidendo da sé la propria morte,

come tanti tossicomani che usano la dose, come i perseguitati durante il nazismo usavano la pasticca di cianuro per non essere catturati. Oppure come l’ex carabiniere che, per la paura del futuro, uccide con la pistola dell’Arma moglie e figlio, per poi spararsi dopo aver avvertito la Polizia.

Ognuno di noi che viviamo la paura della minaccia, siamo chiamati a sostenere l’angoscia di tanti malati, familiari, amici, colleghi che si trovano nella nostra stessa situazione.

Nella disgrazia del momento presente emergono le capacità dei dirigenti, e molti di questi davanti alla crisi, in quanto impreparati ma avidi di potere, si sono dimostrati inadeguati.

il sonnambulismo collettivo che ci ha colpito in questi ultimi anni ci ha portato a scegliere dei dirigenti, soprattutto politici, che entrano nella categoria “del Pifferaio Magico”, in analogia con quello che si può definire un “collettivo incosciente”, a differenza dell’incosciente collettivo junghiano, dove, attraverso un codice di lettura adatto, si legge una grammatica saggia in quanto si scopre quel sapere dell’uomo che riguarda il mito.

La mitologia interrogata con la ragione porta a una conoscenza del Sé e della Comunità. Il collettivo incosciente è l’azione dell’individuo e del gruppo senza senso, da cui non si può trarre alcuna sapienza. Senza questa sapienza non si impara mai dall’esperienza e a livello compulsavo si ripetono gli stessi errori.

 

Share on Facebook

IL VOLTO DELLA CROCE

I luoghi del sé e del non-sé

Francisco Mele

 Ciascuno di noi viene invitato a portare la sua croce, metafora diffusa nel popolo perché “portare la croce” significa assumere la sofferenza insita nella stessa vita.

Che cosa significa la croce di cui ciascuno deve assumersi il peso?

Se la croce è molto pesante, chi deve portarla ne rimane schiacciato, e quindi viene meno la metafora, perché una persona schiacciata a terra non è in grado di portare niente .

Nel Vangelo, Simone il Cireneo aiuta Cristo a portare la croce: ciascuno di noi ha bisogno che qualcuno lo aiuti a portare la sua croce, ma certi rifiutano l’aiuto.

Allo stesso modo dovremmo renderci conto della situazione in cui possiamo noi aiutare qualcuno oppure lasciarlo sprofondare.

Il valore della croce ha una forte valenza simbolica nella cultura di tradizione cristiana: in essa il piano verticale collega la dimensione del cielo con quella della terra, o la luce con le tenebre, la spiritualità con la carnalità;

il piano orizzontale rappresenta le braccia con cui l’uomo circonda il mondo.

  Il quadripodo esistenziale

Da anni sto lavorando, sia nell’ambito della psicoterapia che come docente, a sviluppare uno schema che ho definito il “quadripodo esistenziale”:  esso ha la forma di una croce, in cui il piano verticale e il piano orizzontale si incrociano a diversi livelli secondo la storia di ciascuno.

L’asse verticale riguarda il rapporto asimmetrico tra il soggetto in posizione di dominio e il soggetto in posizione inferiore: in Hegel è la dialettica rappresentata dal rapporto servo/padrone.

In sintesi, lo schema rappresenta il rapporto di una persona all’interno della gerarchia sia in posizione di subire il potere sia in posizione di comando.

L’asse orizzontale riguarda il rapporto intersoggettivo allo stesso livello tra fratelli, amici, colleghi, compagni di scuola o di giochi ecc.

Lo schema della croce viene presentato in tre figure che si sovrappongono senza annullarsi l’una con l’altra.

Nella prima figura la persona si confronta con sé stesso, con la sfera intima familiare, quella del mondo dell’amicizia o dell’inimicizia.

Nella seconda figura si ripercorre la sfera intima ma nella configurazione che riporta alle case, come il soggetto ha vissuto all’interno delle case dei genitori, quali sentimenti evocano; il rapporto con le proprie case; come ha vissuto in relazione alle case degli altri.

Nella terza figura si indaga sul rapporto del soggetto con le istituzioni, soprattutto quelle che sono intervenute nella costruzione della propria identità, come la scuola, l’università, il lavoro, la parrocchia o altro luogo di culto e di incontri giovanili.

Queste istituzioni possono essere definite come “fornitrici di identità”

Nello spazio delle istituzioni vengono evidenziate con più forza i luoghi del sé e i luoghi del non-sé.

Nei primi il sé realizza un proprio progetto nell’ambito di un progetto sociale istituzionale.

Nei secondi luoghi il soggetto viene invece sottomesso e talvolta ingiustamente penalizzato.

Questa  figura terza ripropone la triade dell’etica della personalità definita da Ricoeur come “la stima di sé, l’incontro con l’altro all’interno delle istituzioni giuste”. Continua a leggere

Share on Facebook

La Teologia del Pueblo de Papa Francisco -Il popolo secondo Francesco

Dialogo con el padre Scannone acerca de la Teologia del Pueblo del Papa Francisco 

Francisco Mele  Dr. en Psicología

El PADRE SCANNONE FALLECE UN MES DESPUÉS DEL ENCUENTRO DE OCTUBRE EN ROMA

El 4 de octubre, en el dia de San Francisco, los padres Juan Carlos Scannone[1] y Carlos Maria Galli tuvieron  sus disertaciones  sobre los 40 años de Puebla y los efectos de tales documentos sobre la actual Teologia latinoamericana. Uno de los representates històricos de la Teologia de la Liberaciòn el padre Gustavo Gutiérrez expuso su conferencia el dia anterior.

Este itinerario (que abarca la lectura de los documentos sociales de la Iglesia a la luz del Vaticano II) ha tenido  un efecto particular en el nacimiento de la Teologia de la Liberaciòn y sobre todo en, nuestro caso, sobre la Teologia del Pueblo. Parte desde Medellin en 1968, se enriquece con el Sinodo de los obispos latinoamericanos reunidos en Puebla en 1979, prosigue con Santo Domingo (1992) con la presencia de Juan Pablo II, y  culmina con el 

documento del 2007 en Aparecida (Brasil), donde fué fundamental el liderazgo del cardenal Bergoglio en su redacción y que ha sido fundamental para su visibilidad en el ámbito eclesial..

El documento de Puebla acentùa el pensamiento de Medellin sobre  la opciòn preferencial por los pobres.

Scannone afirma, que en América Latina , a partir de los documentos del Vaticano II se ha dado lugar al nacimiento de 4 de las llamadas “teologias de la Liberaciòn,” y una de ellas -segùn Gutiérez[2]–  es la Teologia del Pueblo. Esta Teologia es una  lectura por parte de un grupo de estudiosos argentinos reunidos en San Miguel en el 1968 que diò lugar a un documento que hizo historia. En ese documento se reconocen los aportes de  Lucio Gera y de Eduardo Pironio .

 Hay que tener en cuenta  la diferencia de método entre la Teología argentina y la Teología de la Liberación como la conocemos. Se trató del pasaje desde el paradigma socio-cultural al paradigma histórico-cultural. De una visión sociológica a-histórica, basada en la dialéctica hegeliana de la lucha por el reconocimiento – con  base de la lucha de clases, a un método mas bien inspirado en Husserl , en el cual la lectura tiene cuenta de los distintos momentos históricos que vive un pueblo. En esta linea, Scannone toma en cuenta las reflexiones de Paul Ricoeur que junto al pensamiento de Emanuel Lévinas han echado las bases filosóficas de la Teología latinoamericana, donde no se trata de imaginar un mundo sin clases sociales, sino  mas bien, un mundo donde el conflicto viene resuelto con la búsqueda de una convivencia y donde  la solidaridad, puede ser un motor que ayude a  superar las diferencias e introducir el valor evangélico de la Justicia. 

 El paradigma socio-cultural tiende a liberar la sociedad de las diferencias sobre todo económicas. El modelo histórico-cultural cristiano viene a liberar al hombre de las distintas dependencias a través del mensaje del Evangelio, la “evangelización de la cultura” que  fue elaborada claramente por  Paolo VI en la Evangelii Nuntiandi.

 La liberación no es dirigida a un sujeto sino a un pueblo, a una cultura. La Religión toma sus formas según el tipo de cultura en la cual se halla inserta. Evangelizar la cultura a partir de los pobres, definidos “pobres con Espiritu” de parte de Ignacio Ellacuria -amigo y consejero de Monsenor Romero- uno de los seis sacerdotes jesuitas asesinados en El Salvador.

EVANGELIZAR LA CULTURA FORMA  PARTE DEL MENSAJE DE PAPA FRANCISCO AL NOMBRAR CARDENAL  A LUIS ANTONIO TAGLE PARA DIRIGIR PROPAGANDA FIDES. ES INTERESANTE DESTACAR QUE HAY ESPACIO EN LA IGLESIA PARA ESCUCHAR LAS DISTINTAS PROSPECTIVAS PASTORALES PROVENIENTES DE OTROS CONTINENTES, ROMPIENDO EN ESTE MODO  EL MONOPOLIO EUROPEO. ESCUCHAR OTRAS PROSPECTIVAS REPRESENTA LA ACTUALIZACIÓN DEL LEGAJO QUE NOS DEJÓ EL CONCILIO VATICANO II.

EN ESTE SENTIDO EL APORTE DE PADRE SCANNONE NOS AYUDA A ENTENDER ESTA VISIÓN MAS AMPLIA DE UNA TEOLOGÍA QUE ESCUCHA EL PUEBLO EN SU SABIDURÍA.

Cardenal  Luis Antonio Tagle y Francisco Mele

También aquí vienen escondidos -según el teologo Galli, discipulo de Gera-  cuatro generaciones de teólogos del Pueblo, En la primera figuran Lucio Gera, Justino O’Farrell, Rafael Tello entre otros. En la segunda generación encontramos a Juan Carlos Scannone y en la tercera Carlos M. Galli. En la cuarta generación, estamos en presencia de jóvenes teólogos que están ejerciendo una pastoral cerca de los humildes que sufren hasta de hambre injustamente en un país rico como la Argentina.

 Podemos nombrar:  padre Pepe (José) de Paola, amigo de Bergoglio, padre  Antonio M. Grande – ex rector de la Iglesia Argentina en Roma-   hizo su tesis doctoral sobre la Teologia del Pueblo con la supervisión del mismo Galli. En Italia, padre Walter Insero, famoso por ser el sacerdote de la Misa de los artistas en Piazza del Popolo de Roma, (donde el domingo 1 de diciembre hemos ofrecido la misa a la memoria de Scannone).  Insero  ha publicado su tesis  doctoral en la Gregoriana, dedicada a la Teología del Pueblo. El aporte de Galli , resulta significativo para construir una Teología de la Ciudad, en su libro “Dios vive en la ciudad”[3]se tiene en cuenta del desafió que significa llevar la Palabra de Dios en lugares donde las relaciones son mas bien anónimas, a diferencia de la Pastoral de los pequeños pueblos o villas, donde la mayor parte de las personas se conocen. 

Me interesa  expresar aquí parte del diálogo que tuvimos con el padre Scannone cuando nos vimos en casa el sábado 5 de octubre, en Roma.   Trajo como regalo su ultimo libro apenas publicado en italiano por las ediciones Queriniana,  “La teologia del popolo. Radici teologiche di papa Francesco”.

Continua a leggere

Share on Facebook

Psicopolitica e rivalità mimetica

La psicopolitica secondo la teoria mimetica

 

IL TERZO CERVELLO: lo spazio-tempo della mimesi.

 

Jean-Michel Oughourlian, a partire dalla teoria di René Girard sulla mimesi e dalle scoperte a posterioridella teoria dei neuroni a specchio, ha inaugurato un approccio interessante per comprendere  il comportamento delle persone in società.

Secondo questa prospettiva, la psicologia non può essere intesa come la scienza del singolo ma  considerata come la scienza che non può prescindere dall’interazione psicosociale.

Lo stesso Aristotele aveva definito l’uomo come un essere politico.

Il primo cervello ha a che vedere con l’area pre-frontale: essa riguarda il pensiero razionale cognitivo

che serve a spiegare a livello intellettuale le azioni di ogni soggetto nel suo vivere nel mondo.

Il secondo cervello che viene localizzato nel sistema limbico, comprende l’area delle emozioni e dei sentimenti. La scoperta da parte di Antonio Damasio, neurologo e psicologo portoghese, del cervello arcaico o cervello emotivo ha portato a uno sviluppo considerevole sul valore dell’intelligenza emotiva, capace di influenzare notevolmente il pensiero razionale.

La terza scoperta fondamentale in campo neurologico dei neuroni a specchio da parte dell’équipe di Parma da parte degli specialisti in neuroscienze guidata da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese è stata illuminante per comprendere il meccanismo mimetico ipotizzato molti anni prima da René Girard.

La scoperta ha significato una vera rivoluzione nel campo della conoscenza della mente dell’uomo.

Secondo Oughourlian si può immaginare e costruire una psicologia e una psicopatologia che tengano conto di questi concetti che illuminano con più profondità i rapporti interpersonali.

I quadri clinici della psichiatria francese che differenziava la psicosi, la nevrosi e le perversioni può essere arricchita con questa dimensione triadica del cervello umano.

Il terzo cervello non è legato a una zona  particolare dell’encefalo, ma è un’integrazione di tutte le aree che lo costituiscono. In questa teoria del terzo cervello viene attivato a livello metaforico – sostiene Oughourlian – una specie di cursore che si muove in rapporto al valore che ha l’altro per il soggetto.

L’altro può essere percepito e vissuto come modello, come rivale o come ostacolo. Continua a leggere

Share on Facebook

Il crollo del ponte d’agosto

Intervista adnkronos del 15 agosto 2019 da Valentina Marsella 

GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI MA DA CAOS EMERGONO NUOVI COSTRUTTORI’/ADNKRONOS ZCZC ADN0494 7 POL 0 ADN POL NAZ  ‘Con crisi d’agosto crolla ultimo tabu’, carica esplosiva che crea competizione in tutti gli ambiti’ Roma, 15 ago. (AdnKronos) (di Valentina Marsella) – Non c’è più il Ferragosto di una volta: il governo è in piena crisi e per molti cade l’ultimo amato tabù delle vacanze. Uno scenario che invade non solo la politica ma tutta la società e la vita quotidiana. Crisi di governo in piena crisi economica, un fenomeno quest’ultimo che viene da lontano. Dal 2008, e che sta portando a una guerra di tutti contro tutti. Ma è proprio nel momento peggiore, in cui tutto sembra sgretolarsi, che possono emergere nuovi ‘costruttori’. Con uno sguardo filosofico-sociologico, lo psicoterapeuta, docente e criminologo Francisco Mele spiega in tre metafore la stagione che stiamo attraversando. Mele è stato anche il successore di Papa Bergoglio come professore di psicologia al collegio universitario del Salvador di Buenos Aires, per trent’anni ha guidato l’Istituto della Famiglia del CeIS nella Capitale ed è docente di sociologia della famiglia. “Siamo in un periodo di decostruzione dei miti – fa notare all’Adnkronos Mele – anche del mito della vacanza, quello spazio estivo in cui ciascuno torna nel suo luogo speciale per affinare le unghie e tornare alla battaglia in autunno. Oggi questo passaggio è saltato, e il fatto che nessuno si sia riposato non ci fa vedere come sarà settembre o ottobre. C’è una carica esplosiva che riguarda una competizione che investe tutti i piani, dalla politica alla società, alla famiglia”. (segue) (Vmr/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 15-AGO-19 18:41 NNNN

GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI MA DA CAOS EMERGONO NUOVI COSTRUTTORI’/ADNKRONOS (2) ZCZC ADN0495 7 POL 0 ADN POL NAZ GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI Come il ponte Morandi, anche la politica e’ crollata ma e’ il momento dei costruttori (AdnKronos) – Un “fenomeno” che il professor Mele spiega in tre metafore. La prima metafora, secondo il sociologo, è quella del crollo del ponte. Inutile dire che il riferimento più attuale (proprio ieri 15/8/2019 TELECOM NÓVITA | News Experience https://agenziedistampa.mise.gov.it/novita//news/print_all/160808 2/3 il giorno dell’anniversario) è quello del Ponte Morandi a Genova. “Il crollo del ponte – afferma Mele – come metafora del crollo della politica, che come nel caso della città ligure porta con sé una speranza, quella delle forze positive che si sono messe in moto per una ricostruzione veloce. Nella tragedia, il momento positivo. La politica è crollata, e ciò implica che ora ci siano dei validi costruttori di ponti. Sì, tanti Renzo Piano della politica in campo per ricostruire la frantumazione delle istituzioni e dello Stato. Se falliscono le mediazioni inizia la guerra, e spero tanto che non si arrivi a questo punto”. Per Mele è crollato anche un altro ponte, quello della “mediazione del premier Conte tra due partiti in perpetua discordia”, Lega e M5s, discordia che di fatto ha portato alla rottura e alla crisi di governo. “Nel caos – prosegue – possono emergere i costruttori di ponti, e questa crisi ci ha mostrato lo sgretolarsi di un altro ponte”. (segue) (Vmr/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 15-AGO-19 18:41 NNNN

GOVERNO: SOCIOLOGO MELE, ‘TUTTI CONTRO TUTTI MA DA CAOS EMERGONO NUOVI COSTRUTTORI’/ADNKRONOS (3) ZCZC ADN0496 7 POL 0 ADN POL NAZ  Il docente cita il filosofo Han, ‘tutti agitati e senza direzione’ (AdnKronos) – La seconda metafora riguarda il mare: “Da una parte c’è la politica con la gente che balla e si diverte – afferma Mele – senza rendersi conto che a pochi metri, nel mare che ha partorito tutti i suoi figli allo stesso modo, c’è gente che muore. La gente che balla è investita da un’illusione di gioia, da un sonnambulismo plurale. Sono tutti addormentati, e non si rendono conto che da un momento all’altro possono cadere nel precipizio”. E poi c’è una terza metafora, quella della croce, o meglio del simbolo della croce dove il piano orizzontale e verticale sono in equilibrio. “Quando c’è equilibrio c’è armonia e accoglienza – spiega – ma quando i piani si spostano e prevale il verticale siamo in presenza dell’autoritarismo, quando scompare il verticale vige l’anarchia e tutti sono in guerra contro tutti. E’ la guerra dei doppi teorizzata dal filosofo Renè Girard, la stessa che si vede nei partiti politici dove ci si rinfacciano responsabilità e si cercano capri espiatori, come le minoranze e i migranti. Oggi sono saltati anche i capri espiatori, non c’è più tempo per trovarli e c’è il massacro dell’uno contro l’altro”. Come nella visione del filosofo coreano Byung-Chun Han sono “tutti agitati e senza una direzione”. A giocare un ruolo scatenante è stata, secondo Mele, la grande crisi economica del 2008: “La guerra di tutti contro tutti è iniziata qui e non è ancora finita, in politica, nelle istituzioni, in famiglia. La politica con la P maiuscola è quella che rende tutti felici e tiene conto dei bisogni di tutti, è un’utopia ma è l’orizzonte da perseguire e raggiungere con forza”. (Vmr/AdnKronos) ISSN 2465 – 1222 15-AGO-19 18:41

 

 

Share on Facebook

Psicopolitica del sovrano

PSICOPOLITICA: LA RIVALITA SOVRANISTA

Articolo sviluppato presso la CGIL di Bologna il 6 giugno 2019

 di Francisco Mele

Il pensiero triadico 

 Passare dal pensiero diadico a quello triadico significa introdurre la figura del terzo o il luogo della terzietà, intesa come un’istanza che permette la distanziazione dall’immediatezza e distinguere l’urgenza dalla riflessione, ovvero non rispondere in forma immediata e quindi dare spazio a un’attenta considerazione a livello del pensiero astratto.

La prospettiva triadica dà spazio a raccogliere altri punti di vista e quindi a ridimensionare la visione di un io-tu solipsista.

Il padre occupando il luogo della terzietà si pone nella funzione distanziatrice necessaria per introdurre in questo caso nell’ambito della famiglia la Legge che supera l’arbitrarietà della regola imposta dal capriccio di ogni individuo o integrante dell’organizzazione familiare.

Il padre deve rinunciare all’idea di essere lui la Legge e accettare di essere anche lui sottoposto a tale Legge.

La prospettiva del terzo come terzietà dà la possibilità di capire a chi si trova ad esempio su di un treno fermo in una stazione di rendersi con di chi è che si muove quando il treno sta partendo. C’è un istante in cui il viaggiatore non riesce ad avere la cognizione di quale treno si è messo in moto.

È necessario spostare lo sguardo su di un punto terzo come ad esempio un lampione che dà la possibilità di trovare la posizione e di capire chi parte e verso quale direzione.

La Legge e la libertà, come l’ossigeno, quando mancano, ci se ne rende conto.

Continua a leggere

Share on Facebook

IL DIO WEBBIZZANTE

L’ESPOSIZIONE CONTINUA DEL SÉ

Francisco Mele,

alla ricerca del Dio webbizzante secondo un monopoliteismo assolutista

Il Dio webbizzante si presenta come il panopticon digitale che tutto controlla, trattiene, conserva, conosce, venendosi a imporre come un’istanza superiore e globalizzante. Il soggetto si trova alla mercé di un altro che gli impone e gli attiva dei desideri di autonomia immaginaria. Il soggetto si crede libero perché può scegliere la password che presto diventa obsoleta e quindi dovrà di nuovo essere reimpostata per poter credere di essere al sicuro. Le persone vivono nell’insicurezza, angosciati di essere bersaglio degli hackers che sono capaci di svelare i loro dati sensibili; questi hackers, che si presentano come dei virus, sono capaci di entrare nella banca delle loro vittime e di svuotarne il conto. Chi è preso di mira si sente in balìa di istanze superiori che possono intervenire e modificare la sua vita.

LA CERTEZZA DI CIASCUNO DI ESISTERE  NON LO LIBERA DALL’ANGOSCIA DELL’ESISTENZA, DALL’INCERTEZZA E LA PAURA DI ESSERE ALLA MERCÈ DI UN ENTE SENZA VOLTO.

ascoltare l’intervista sull’incertezza in Radioinblue del lunedì 8 aprile 2019

Continua a leggere

Share on Facebook

CONVEGNO, LEGITTIMA DIFESA

 

I

IL DELINQUENTE COME NEMICO SOCIALE

Francisco Mele

La scelta del nemico di tutti fa parte dell’intelligenza del politico – affermava Carl Schmitt -. Ogni governo sceglie quella figura che giustifica parte dell’impossibilità di raggiungere gli obbiettivi proposti durante le campagne elettorali.

Una lettura della legittima difesa sposta l’attenzione verso un problema che impedisce di vedere la complessità della governabilità.

Quando una società si sente minacciata a livello esterno o rischia la frammentazione della propria identità a causa di lotte interne, escogita il dispositivo che serve a riunificare una società in crisi: il meccanismo è la scelta del sacrificio di una figura considerata nemica. In sintesi, la scelta del sacrificio di uno serve a salvare tutti, perché una violenza nella guerra interna indiscriminata può portare all’autodistruzione della comunità.

René Girard individua nel capro espiatorio il dispositivo che serve quindi a proteggere il sistema.

Perché nel caso della legittima difesa lo Stato rinuncia alla sua funzione di terzietà?

C’è la tendenza nei governi di eliminare o ridurre il funzionamento della mediazione istituzionale, in questo caso dell’ordinamento giuridico.

Il sovrano alla base di quello che oggi viene chiamato il sovranismo tende a stabilire un rapporto simbiotico tra popolo e sovrano: questi si sente portatore della voce e dei sentimenti del popolo venendo a questo punto a sentirsi legittimato a modificare talvolta con l’intenzione di addomesticare la struttura giudiziaria.

Continua a leggere

Share on Facebook