SUICIDI E LA CRISI ECONOMICA
Nanni Magazine

Crisi: suicidi, Francisco Mele “la delusione nelle vittime della new economy

Valentina Marsella (10/03/2010)

La tesi dello psicanalista e criminologo: “I grandi affaristi, suicidandosi, s’illudono di essere padroni di se stessi anche nella morte, mentre i piccoli imprenditori in crisi non sopportano di tradire il rapporto di fiducia coi propri lavoratori”.

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Giocatori d’azzardo della new economy, broker e uomini d’affari che investono ingenti capitali, con l’idea di guadagnare sempre e a tutti i costi. E se le borse crollano, e gli effetti della crisi fanno cessare improvvisamente il loro ‘gioco’, manifestano onnipotenza anche nella scelta di gestire la propria fine.

Ecco che allora, il suicidio, non è altro che l’illusione, ancora una volta, di decidere autonomamente e di essere padroni di se stessi. È la tesi dello psicanalista e criminologo Francisco Mele, docente di Sociologia della Famiglia e direttore del Settore Terapia Familiare del Centro Italiano di Solidarietà (Ceis), che analizza così il fenomeno dei suicidi legati ai problemi del mondo del lavoro in relazione alla crisi economica.

“Chi gioca in borsa, come tutti i giocatori – ci spiega Mele – sfida continuamente il futuro. Investe con i soldi degli altri, con la brama di guadagnare sempre e a tutti i costi. Una volta c’erano delle regole morali, ma oggi le barriere sono crollate e si vuole arrivare subito alla ricchezza. A rimetterci, non sono di certo loro se qualcosa va storto: sono tanti i casi di giocatori d’azzardo della new economy che si sono trovati nuovi impieghi quando hanno fallito. È chi perde i soldi che rischia”. Con la globalizzazione a livello economico, fa notare lo psicanalista, il “modello di competizione, di guadagno, si è allargato a tutto il mondo: si spostano capitali velocemente e in tempo reale, creando in aree che magari stavano bene un rischio di impoverimento. E le aziende più solide sono esposte a un rischio maggiore. Ciò è legato alla legge del più forte”.

Molti teorici, fa notare Mele, sostengono che “la crisi economica, ogni tre – quattro anni, sia necessaria per poter pulire il mercato: una specie di pulizia etnica economica, dove le aziende che non reggono al colpo, devono scomparire. Ma non si pensa affatto a tutti quei lavoratori che vi sono occupati. Nelle grandi multinazionali, del resto, ognuno è un numero e non una persona, e se si licenziano 3mila lavoratori o 5mila, è lo stesso, perché siamo nella società del superfluo, dove le persone diventano superflue”.

Spesso sono i grandi uomini d’affari, gli imprenditori, chi ha di più, dice il docente di origine argentina, “a togliersi la vita quando il crollo delle borse e la crisi spazza via il loro tenore di vita alto. La paura di non poterlo mantenere, e il suicidio è una via di uscita da questa disperazione: ecco che in loro subentra questa fantasia di onnipotenza di poter scegliere anche la data della propria morte”. “Se gestiscono da soli la propria fine, c’è illusione di essere padroni di se stessi anche nell’estremo gesto, come nella vita. È una fantasia disperata, che spesso spinge chi si suicida a sterminare anche la propria famiglia”.

Come i grandi affaristi, anche i piccoli imprenditori sono molto a rischio, ma è diversa la psicologia suicidiaria: “Come è successo di recente, molti piccoli imprenditori che falliscono, non hanno la forza di licenziare i propri lavoratori. Perché con loro si crea un rapporto di fiducia, un faccia a faccia che spinge il capo a non voler deludere i suoi”. Dalle grandi alle piccole realtà, il suicidio appare come una medaglia con le classiche due facce: nei grandi affaristi c’è la paura di deludere se stessi e la propria potenza, mentre nei piccoli imprenditori, oltre alla delusione personale, c’è il timore di fare del male agli altri. “L’unica via – rileva Mele – sarebbe cambiare le regole perverse di questa competizione all’estremo, come la definisce Renè Girard, altrimenti c’è il rischio che la crisi si ripeta nel tempo”. “Tutto è legato al fatto – ci spiega ancora lo psicanalista e criminologo – che c’è stato un trasferimento dall’economia alla famiglia”.

La parola economia, spiega il docente, che si è laureato nel 1976 in psicologia a Buenos Aires all’Università gesuitica ‘Del Salvador’, “è legata alla parola casa. Quest’ultima è significativa, perché la crisi americana è iniziata proprio con i debiti sulla casa. Il mercato ha innescato sulle famiglie, l’idea che si poteva facilmente pagare un’abitazione, poi quando il ‘gioco’ si è fermato, la gente si è trovata a non poter pagare i debiti. Anche il gioco d’azzardo con le borse, si è trasferito alle famiglie che pensavano di guadagnare a tutti i costi, ma quel gioco si è fermato”. Anche la crisi spagnola, dice Mele, “è stata una crisi sulla casa, mentre in Italia, dove il 70% ha un’abitazione propria, non si è rischiato più di tanto”.

La crisi macrosociale, come influisce nel micro sociale? “Viviamo in un sistema reticolare – sottolinea il criminologo e psicanalista – dove c’è una grande velocità di informazione, dove il messaggio subliminale arriva in profondità. Non c’è solo un effetto a livello biologico, sulla psiche, della crisi: non basta dire che una persona era depressa per spiegare certi comportamenti tragici”. “Si tratta di bombe o mine anti-uomo che esplodono in persone che, colpite dalla crisi, si sentono perfino in colpa. Chi compie l’estremo gesto, pensa che tutti vanno avanti, mentre lui non ce l’ha fatta a superare la crisi, perché non era bravo. Così la vittima si sente colpevole”.

Tra le categorie professionali più a rischio, dice lo psicanalista, quelli del sistema educativo e sanitario: “I professori sono a rischio – afferma – perché vivono in prima linea con i giovani e realtà spesso difficili, e anche infermieri e operatori sanitari sono spesso sotto pressione, perché sono responsabili della cura e della vita di altri. A volte questi lavoratori si sentono impotenti, quando non ci sono i mezzi per curare delle persone. E molte cliniche, si sa, sono in mano ai giocatori d’azzardo”. In un libro in particolare, ‘Le spie dell’incertezza’ (edito da Bulzoni), Mele spinge a varie riflessioni su come riparare i ‘guasti’ nell’era della “modernità liquida”: la costruzione del sé tra incertezza e globalizzazione, presenta varie spie che si accendono per segnalare un guasto.

Il docente, che ha effettuato vari studi e scritto molti libri sulla violenza e gli effetti della crisi economica, fa notare che “una conseguenza del nuovo capitalismo è la reiterata pratica delle fusioni e delle acquisizioni fra compagnie. Le piccole aziende temono di essere divorate e per proteggersi acquistano altre aziende ancora più piccole”. “La mania per l’acquisto e la fusione di compagnie – rileva – ha prodotto un elevato stress sulle persone non sempre preparate a reagire a un mercato sempre più impazzito”. “La New Economy – onclude Mele – ha arrecato benefici a poche nazioni, ma a livello sociale ed economico i risultati sono stati disastrosi, aumentando la disuguaglianza sociale. Siamo in un’epoca Hobbessiana, dove la lotta è di tutti contro tutti”. E sopravvivere, a volte, può diventare insopportabile.

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– Francisco Mele

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