RICOEUR E LA TRIADE DELL’ETICA DELLA PERSONALITA

FRANCISCO MELE
anno 1997

La triade precedente ha come sfondo la “triade dell’etica della personalità”, elaborata da Ricoeur, che implica la stima di sé, il rapporto con l’altro e la propensione alla giustizia all’interno delle istituzioni.
Riguardo al primo aspetto della triade, un soggetto ha stima di sé quando crede nelle proprie forze per iniziare e sviluppare un percorso di attività ed eventualmente modificare gli eventi, e quando crede nella sua capacità di diventare coautore della propria storia.
Il secondo aspetto della triade – il rapporto con l’altro – è stato trattato in precedenza.
Il terzo elemento della triade è il rapporto con le istituzioni.
Il rapporto operatore-soggetto in cura si realizza sempre all’interno di un’istituzione, quindi è un rapporto mediato, non immediato come quello dell’amicizia, della coppia, dei fratelli.
Per istituzione non si intende solo o soprattutto un ente in possesso di una personalità giuridica, di un territorio ecc., ma il complesso di norme che regolano e distribuiscono funzioni all’operatore.
Il rapporto con le istituzioni come luogo di riconoscimento e di disconoscimento incide sulla costruzione dell’identità della persona. Certe istituzioni diventano spazio del sopruso e della violenza quotidiana che le persone, nelle figure dell’utente, dell’impiegato, dell’operaio, dello studente, soffrono e devono sopportare. In tali istituzioni viene messa in scena l’ingiustizia che talvolta porta a una vera e propria devastazione dell’Io. Nelle scuole, negli ospedali, all’università, negli uffici pubblici e in quelli assistenziali, spesso l’individuo vien umiliato e oltraggiato, e viene così a instaurarsi un rapporto asimmetrico tra l’istituzione sorda ai bisogni della gente e vissuta come una forza nemica.
Portata sul piano delle istituzioni, la diade amico/nemico si trasforma, viene superata – secondo Derrida – dal “terzo”, cioè la giustizia, che è la virtù delle istituzioni, come afferma John Rawls nel suo libro “Una teoria della giustizia” .
Se l’amicizia comporta il “faccia-a-faccia”, l’inimicizia può estendersi a un campo più vasto, come ad esempio in una organizzazione dove i rapporti di amicizia e inimicizia si moltiplicano, ciascun membro potendo essere amico di alcuni e nemico di altri, mentre di fronte ad un nemico esterno si ricompone tra i membri dell’organizzazione un’alleanza che viene, in maniera utilitaristica, definita come un’amicizia.
Nella costruzione della personalità individuale, in parecchie occasioni il nemico rappresenta una funzione determinante per lo sviluppo di individui che hanno continuamente bisogno di potersi scontrare e misurare con qualcuno; privato del proprio referente, il soggetto anziché sentirsene sollevato va alla ricerca di un altro nemico con cui di nuovo ingaggiare la sua lotta vitale.
Secondo Derrida, il nemico ha una funzione di riconoscimento: nella misura in cui il soggetto viene riconosciuto dal nemico, sente di acquistare un valore, essendo “pensato”, considerato, valutato; in un certo senso, la vita del soggetto dipende da tale valutazione.
Per tali considerazioni il capro espiatorio cambia: da vittima si fa soggetto attivo, essendo elevato a livello paritario con il nemico.
Le istituzioni dell’accoglienza si propongono di aiutare gli emarginati, considerati talvolta “nemici sociali”; tra questi, i tossicodipendenti, i malati di aids, le prostitute, gli extra-comunitari e così via.
In relazione all’accoglienza del volto dell’altro, Lévinas afferma che “(…) è necessario che l’altro sia accolto indipendentemente dalle sue qualità”, “ben accolto” e in modo immediato, urgente, senza attendere di analizzare il suo status sociale, a quale famiglia appartenga o quale sia il suo reddito.
Uno dei compiti dell’operatore rispetto alla persona che ha in cura è di individuare e neutralizzare l’effetto negativo di un’istituzione su questa persona. Un altro compito dell’operatore è di individuare la coppia persecutore-perseguitato che si instaura in funzione della storia dell’uno o dell’altro della diade. Se, ad esempio, il persecutore appartiene alla categoria dei perversi, cercherà un individuo da maltrattare, cambiando magari di volta in volta la sua vittima. Se, invece, il perseguitato appartiene alla categoria dei masochisti, è lui stesso a porsi come vittima, sollecitando la crudeltà dell’altro. La personalità “perversa” è quella che gode di veder soffrire l’altro. Nella letteratura psicoanalitica, il perverso occupa il posto della madre che ha scelto il bambino non come soggetto d’amore, ma come oggetto del desiderio. Il perverso non riconosce l’altro come altro da rispettare, ma tratta l’altro come un corpo, come un mezzo da maltrattare.
All’interno delle istituzioni che lavorano con le personalità malate, a rischio e con un alto grado di tensione emotiva, si scatenano delle forze disgregatrici che mettono in pericolo gli stessi operatori; a causa di ciò si verifica in tali istituzioni un continuo cambio di operatori, perchè essi perdono il legame di solidarietà fra di loro e il senso del loro lavoro o la cosiddetta “mission”. Ma le forze negative si verificano anche fra le stesse istituzioni che lavorano in questo campo, anche se esiste una volontà da parte dei dirigenti di ciascuna istituzione di creare una reale rete di sostegno reciproco. Quando all’interno delle istituzioni si riproducono le dinamiche dell’utenza, si crea l’implosione delle istituzioni stesse.

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