NANNI MAGAZINE
L’ora d’amore in carcere

Carcere: Francisco Mele, senza l’ora d’amore vincono violenza e sopraffazione

Valentina Marsella  (07/04/2010)

Lo psicologo e criminologo, spiega: “Le stanze del sesso? Una proposta positiva, in un mondo di spazi ristretti che alimenta atti di omosessualità come dominio”. Molto spesso, dice, sono le donne a mantenere il legame del detenuto con il crimine esterno.

Se il carcere deve avere una funzione riabilitativa, è giusto che venga curata la sfera affettiva dei detenuti e che ci siano spazi per godere, anche in prigione, della cosiddetta ora d’amore. Spesso gli ostacoli alla rieducazione possono esistere in quei legami che tengono collegato il recluso alla vita criminale del mondo esterno. È la tesi dello psicanalista e criminologo Francisco Mele, docente di Sociologia della famiglia e direttore del Settore terapia familiare del Centro italiano di solidarietà (Ceis), che considera positiva la proposta di creare ‘stanze del sesso’ dietro le sbarre, lanciata dal sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Ma lo psicologo spiega come, a volte, siano proprio le mogli o le compagne dei reclusi a voler mantenere un legame tra il detenuto e il mondo del crimine. E quindi l’ora d’amore può diventare un modo per ‘comunicare’ indiscrezioni della vita oltre le sbarre, a meno che tutto l’incontro amoroso non venga filmato e registrato. E la privacy? La possibilità dei detenuti di passare del tempo con il partner, secondo Mele, risponderebbe alla ‘missione’ del sistema penitenziario di rieducare chi ha commesso reati.

“La proposta – ci spiega il docente argentino, che nel suo paese ha lavorato in un ospedale giudiziario e in una colonia penale –  è un’occasione per lavorare sull’affettività dietro le sbarre, spesso negata. Il problema è prima di tutto etico, perché, se si intende il carcere come punitivo, il discorso non regge, diverso se è inteso come riabilitativo”.

Il primo rischio che si corre negando le stanze del sesso nei penitenziari italiani, ci fa notare lo psicologo e criminologo, è “quello dell’omosessualità per i detenuti, un’omosessualità che non è solo inclinazione, ma una condizione di sopravvivenza. È il rischio – sottolinea – di tutte le strutture chiuse e monosesso. Sappiamo che dietro le sbarre ci sono persone ‘che comandano’, e che dimostrano tale supremazia sottomettendo gli altri attraverso atti omosessuali. Questo significa che non tutte le persone che hanno rapporti con lo stesso sesso sono omosessuali, ma in cella vige la legge del più forte e l’omossessualità si trasforma in violenza e sopraffazione”. In qualche caso, precisa Mele, “si tratta proprio di inclinazione, ma molto spesso è lo spazio ristretto a generare violenze sessuali”.

Il boss, quello che comanda gli altri detenuti, rileva lo psicologo, “spesso ha una donna che lo attende a casa, ma in carcere il suo desiderio viene appagato dalla voglia di primeggiare sugli altri. E qualcuno, per sopravvivere e per quieto vivere – ci fa notare Mele – cede alla sopraffazione per difendersi da altri detenuti violenti. Il mondo del carcere è molto complesso, riflette il mondo della società esterna, ma tutto dietro le sbarre ha un’esaltazione maggiore”. Ecco che allora, in uno spazio chiuso e spesso sovraffollato, “l’aggressività e la violenza si amplificano – dice il docente – e può dilagare la depressione. Ma un individuo non si suicida solo perché non riesce ad avere rapporti con la propria donna o perché sente la sua mancanza, ma perché ha perso un intero progetto di vita”.

Spesso si dipende dal partner, aggiunge il docente, ma “la mancanza non è l’unico motivo che porta alla depressione, ci sono tanti elementi che fanno pensare al detenuto di aver perso la propria battaglia. Ogni storia è a sé, ognuna diversa dalle altre”. Certo, fa notare lo psicologo, “una donna può dare coraggio, o la spinta a cambiare e a redimersi, ma spesso può essere il legame con la vita criminale che ha portato il detenuto in carcere. A volte mogli e fidanzate amano avere come compagno di vita un delinquente”. E allora, spiega Mele, il fulcro del problema è che spesso il detenuto potrebbe non essere aiutato in questa riabilitazione.

“Quella delle stanze del sesso – prosegue Mele – potrebbe essere comunque un’opportunità di aiuto per il detenuto, affinché modifichi la condotta interiore. Il recluso deve cambiare interiormente e non esteriormente altrimenti, appena fuori di prigione, commetterà nuovi reati. E oggi, con un sistema in cui le carceri sono sovraffollate, è difficile porre in atto questo principio. Il problema è soprattutto economico, non credo che il sistema penitenziario si ponga una questione morale. Ma è comunque importante che se ne discuta”.

In molte occasioni, qualche operatore penitenziario ha sollevato il problema della privacy durante l’ora d’amore, che dovrebbe essere senza controlli da parte delle guardie. “Ma la privacy è un concetto relativo oggi, a partire dal mondo esterno, in cui vediamo il sesso online. Figuriamoci in cella, non penso che il detenuto abbia un senso del privato così forte, non si crea il problema di essere osservato, tranne se si tratti di rapporti di violenza, come nel caso del sadomaso. Tendiamo a pensare sempre in funzione della società esterna, ma nel mondo della criminalità, degli stupri e delle violenze, non ci si pone questi problemi”.

Di recente c’è stata la polemica della detenuta di Bollate rimasta incinta in seguito ad un rapporto con un altro recluso del carcere milanese: la donna ha confessato che il suo è stato un atto d’amore, che è felice di diventare madre. Ma quale futuro può avere il suo bambino? “Anche in cella, il senso di maternità può essere sviluppato e forte – precisa Mele – per lei questa gravidanza può essere l’opportunità di essere aiutata, di uscire dalla logica delinquenziale”. Forse questo può essere uno dei casi in cui, l’amore, può aiutare a redimersi.

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