MECCANISMO DI ATTACCO, meccanismi di attacco psicologici, mecanismos de ataques psicologicos

FRANCISCO MELE
10 marzo 2012

MECCANISMI DI ATTACCO E DI DIFESA IN PSICOLOGIA

L’ARSENALE BELLICO PERSONAL

Si sviluppano in queste pagine alcuni concetti che troveranno ampia trattazione in successivi capitoli, proseguimento di “Mio caro nemico – la guerra quotidiana in famiglia e nelle istituzioni” per un progetto sull’analisi dei conflitti interpersonali.
Perché si considerano i meccanismi di difesa e si dimenticano i meccanismi di attacco? Se qualcuno si difende, è perché qualcuno attacca.
I meccanismi di attacco e di difesa devono essere letti nell’ambito della teoria della polemologia interpersonale.


La psicopatologia basa le sue premesse nella descrizione dei quadri clinici dal tipo di difesa che predomina in uno o in un altro.
In un contesto nevrotico predominano la rimozione, la formazione reattiva, lo spostamento e la condensazione, la razionalizzazione o l’intellettualizzazione.
Nei disturbi di personalità gravi vengono descritte la scissione, la proiezione, l’idealizzazione, se non il diniego o la rottura tra l’io e il prncipio di realtà.

Perché si considerano i meccanismi di difesa e si dimenticano i meccanismi di attacco? Se qualcuno si difende, è perché qualcuno attacca.

Nel campo della biologia vengono studiati sia i meccanismi degli agenti patogeni che attaccano il sistema immunitario di un soggetto, sia i meccanismi di difesa che l’organismo mette in atto per proteggere la propria integrità.
Nel campo psicologico è più difficile differenziare chiaramente i meccanismi di attacco da quelli di difesa.

Ci sono poi meccanismi di attacco nell’ambito del linguaggio. Essi fanno parte dell’arsenale bellico che ogni soggetto costruisce nell’arco della sua esistenza attraverso l’esperienza personale e l’educazione ricevuta.
Le parole offensive lasciano dei segni, talvolta delle vere e proprie ferite, e incidono devastando la personalità dell’altro.

I meccanismi di attacco e di difesa devono essere letti nell’ambito della teoria della polemologia interpersonale.
E’ chi subisce l’azione offensiva a prendere il posto del soggetto su cui si incentra l’attenzione dell’osservatore, ed è lo stesso offeso a reclamare attenzione. La teoria dei meccanismi di difesa ha trascurato – secondo una mia interpretazione – un’analisi più accurata del soggetto attaccante. Ci sarebbe una negazione della propria aggressività. Nessuno accetta di essere aggressivo né meno accetta di essere per primo ad attaccare un rivale. Invece si verifica un paradosso: la reazione iniziale degli osservatori davanti ad un assassino che ha appena commesso un delitto è quella di infierire su di lui per vendicare l’azione delittuosa. Dopo un certo periodo di tempo, gli stessi che avevano assistito all’episodio si commuovono al vederlo in carcere in base al principio che non è umano privare un soggetto della sua libertà. Essi si sentono nella posizione di dover difendere il più debole nei confronti del più forte, il carcerato e lo Stato. Ciò li sente appagati nel loro desiderio di giustizia e depositari di misericordia. Ma dimenticano la vittima dell’assassino – che ha perso la vita – e le conseguenze relative ai suoi parenti ed amici.
Con quanto esposto non si vuole sostenere che l’attuale forma carceraria sia da mantenere nella sua durezza e invivibilità. Che il carcere debba essere luogo di recupero del soggetto va assolutamente realizzato; ma si segnala che quanti hanno subito un attacco che spesso produce morte non vengono presi in considerazione.
Anche la vittima talvolta ha esercitato un suo meccanismo di attacco nei confronti di chi poi lo ha ucciso, attaccandolo a sua volta e in forma più violenta, al punto da provocarne la morte. Questi meccanismi di attacco sono del resto considerati giuridicamente nelle aggravanti e nelle attenuanti che nel corso del processo influiscono sulla pena.
La polemologia dovrebbe essere un aspetto fondamentale della psicologia. Michel Foucault considera il soggetto che parla un soggetto non tanto polemico quanto propriamente guerreggiante. Il concetto di polemologia rimanda alla tesi di Hobbes, della guerra di tutti contro tutti. Il rapporto di potere è un rapporto di scontro, di lotta a morte; secondo Foucault dietro la pace, la ricchezza, l’autorità, l’ordine c’ è una sorta di guerra permanente.

LA LETTURA TRIADICA

 

Un’interpretazione sulla violenza nella coppia e nella famiglia si trova nella teoria mimetica elaborata da René Girard. Essa consiste nello scegliere il mediatore che orienta il desiderio di un soggetto, indica l’oggetto da desiderare. Si tratta di una lettura triadica: il mediatore diventa un modello da imitare. Quello che inizialmente sembra il fascino per l’ideale diventa poi il motivo della genesi di una escalation violenta che porta alla crisi estrema, fino all’omicidio e al suicidio. Questo mediatore – secondo una mia interpretazione – è il nemico, come colui che giustifica la mia infelicità. Per questo il soggetto non riesce a staccarsi dal nemico, ne ha bisogno. Ma la vittima in questo rapporto di violenza reciproca anche lei appare per il modello come un nemico di cui non può fare a meno. Da qui discende l’alternarsi di comportamenti violenti, di comportamenti teneri si seduzione e di riconciliazione. Forse questo potrebbe spiegare, in alcuni casi, anche il desiderio di fare un figlio per consolidare ancora di più il rapporto altalenante di odio e di amore. Secondo la prospettiva della reciprocità si viene a verificare che vista dall’esterno, è la somma di momenti non vicendevoli di due individui che si fronteggiano; vista dall’interno, è la risposta dell’uno all’altro, in un crescendo di velocità e di forza in parallelo. Dall’esterno gli avversari appaiono come semplici doppi. La guerra è un’unità fra alternanza e reciprocità: una oscillazione accelerata delle differenze. Un esasperarsi della reciprocità può portare alla soppressione dell’avversario. L’attacco dell’uno non implica la sconfitta dell’altro; chi attacca ottiene una vittoria provvisoria sulla difesa, chi si difende può preparare un contrattacco decisivo. Clausewitz sostiene che il conquistatore vuole la pace e il difensore vuole la guerra. Il paradosso è che il difensore è colui che inizia la guerra e chi la conclude. Il difensore è quindi il padrone del gioco; il concetto di difesa comprende quello di attacco. Nella guerra chi crede di padroneggiare la violenza, ne viene travolto. Secondo Girard, nella sua lettura di Clausewitz, i rapporti di rivalità non sono mai avvertiti come simmetrici. Ciascuno crede che sia l’altro ad attaccare per primo, e non si rende conto che è stato lui ad incominciare.

“Si vuol far intendere all’altro – afferma l’antropologo – che si sono raccolti i segnali aggressivi che ci ha inviato; l’altro interpreterà a sua volta questo modo di tirarsene fuori come una aggressione, e così di seguito. Arriva il momento in cui il conflitto esplode, e il suo iniziatore si mette in posizione di debolezza. Dunque in partenza le differenze sono talmente piccole e si esauriscono così rapidamente da non essere avvertire come reciproche, ma sempre a senso unico”.
In conclusione, non si comincia nulla, si risponde sempre. Siamo lontani da una psicologia dell’individuo; è sempre l’altro che decide per me e mi obbliga a rispondergli. Ma io sono l’altro dell’altro e quindi, anch’io l’obbligo a rispondermi.

Secondo il maestro Sun Tzu il miglior combattente è colui che si impossessa della mente del nemico. Perciò la vittima non riesce nemmeno a pensarsi fuori dal rapporto con il modello e paradossalmente ogni azione violenta del modello contro lei stessa viene interpretato secondo Girard come prova della potenza del nemico, e in una lettura circolare questa percezione aumenta l’attrazione verso la persona violenta a tal punto che la sfida attraverso delle provocazioni. Il soggetto coinvolto in queste azioni racconterà sempre secondo la sua posizione di vittima, non riuscendo a capire come a volte è lei stessa, senza volerlo coscientemente, a creare le condizioni per la escalation violenta.

La prospettiva triadica rimanda anche a una terminologia propria del teatro. Si parla della scena del crimine, dell’autore, degli attori che ne fanno parte e soprattutto dell’effetto che produce nello spettatore tale scena. Egli partecipa estraniandosi come dissociando quello che accade ad altri dalla propria vita; oppure ne partecipa attivamente immedesimandosi nei personaggi. La scena del crimine ha un effetto catartico, e per questo è anche oggetto di fascino e pericolosamente può diventare un atto da imitare e quindi da riprodurre. Non a caso certi delitti si susseguono con le stesse modalità in un breve arco di tempo.

I meccanismi di attacco non hanno sempre un finale tragico come quello determinato dal crimine. L’attacco è anche un concetto che si utilizza in musica, come in teatro quando l’attore “attacca” a dire la battuta. Nel caso di tali interpreti occorre che essi si inseriscano adeguatamente nel contesto dei partecipanti, rispettando il tempo giusto del loro intervento. Da questa prospettiva i meccanismi di attacco possono diventare strumenti di riflessione che fanno emergere un soggetto attivo piuttosto che passivo quando predomina la prospettiva del meccanismo di difesa.

Il concetto di attacco ha due aspetti fondamentali nel campo della polemologia: disarmare e piegare la volontà dell’altro, vissuto come avversario e nemico. Certi comportamenti possono essere letti in funzione della metafora che le rende ambigui e apparentemente senza una ragione logica.

Prossimi articoli ci occuperemo dei meccanismi di attacco che prevalgono nelle patologie o dei nuovi sintomi che sono emersi dopo la caduta della metafora del Padre che ha dato origine alla Società Post-nevrotica, ovvero la società senza confini o borderline.

L’attacco di panico è una metafora ambivalente:
1) la persona che subisce tale attacco è vittima di un’azione che ha la sua fonte nel suo inconscio il quale proietta le sue fantasie persecutorie all’esterno;
2) è l’effetto dell’attuale crisi globale che ha portato a uno stato di incertezza generalizzata: ciò avviene perché il soggetto colpito dall’attacco di panico si trova in uno spazio che vive come costrittivo, senza via dì uscita, e in un tempo frantumato in cui viene a perdere la percezione del futuro e del passato, mentre il presente diventa soffocante..

Massimo Recalcati considera “il soggetto panicato come emblema della nostra Civiltà ipermoderna”; esso si presenta disorientato e spaesato, vive la perdita dei confini, manca in lui un centro di gravità permanente, si trova davanti all’evaporazione degli Ideali. L’esperienza di panico, secondo Recalcati,

“è un’esperienza di estraneazione, di distacco, di perdita di se stessi. Ciò che è in gioco è il fallimento delle difese soggettive nei confronti della realtà”

Se leggiamo tale fenomeno come un’azione non soltanto di ultima difesa, bensì come un meccanismo di attacco da parte del soggetto stesso, che attraverso questo stratagemma riesce a disarmare gli altri, si può intervenire nei confronti del soggetto facendo leva sulle sue risorse e quindi sulla sua capacità, secondo la triade ricoeuriana, di patire, agire e dire.

Nel caso dell’anoressia il soggetto che ne soffre non desta pietà nell’altro, anzi crea rabbia perché attraverso il rifiuto del cibo è capace di disarmare chiunque gli stia vicino, impotente a intervenire per bloccare questa sorta di lento suicidio. La grande sfida dell’anoressica è di essere capace di attraversare senza paura la mancanza di cibo, che rappresenta il terrore che può colpire intere popolazioni in tempo di guerra.

Il bulimico è invece colui che ad esempio distrugge le risorse della famiglia: il suo comportamento può dare l’impressione che egli voglia affamarla, come il bulimico avido di ricchezza vuole affamare la società, ma in realtà egli accumula cibo per affrontare la paura di una guerra globalizzata in cui si sente prigioniero senza poterne prevedere una fine.

La tossicodipendenza rappresenta una strategia di sopravvivenza nel contesto di una guerra che si fa sempre più globalizzata. Il cocainomane vive in continua competizione; la sua violenza si rivolge soprattutto contro gli altri. L’eroinomane, invece, sentendosi un fallito, si ritira dalla competizione, dirige la violenza contro se stesso e, in forma indiretta, contro gli altri che partecipano della sua esistenza, diventando nei loro confronti un vero e proprio kamikaze.

L’IDEOLOGIA DELLA DIFESA

L’ideologia della difesa parte dal presupposto che un soggetto attacchi sotto una minaccia reale o immaginaria. Questa forse è un’ipotesi che può spiegare l’apparente trascuratezza di un’analisi più dettagliata dei meccanismi di attacco. Se consideriamo nel campo della biologia l’attacco dei microbi all’organismo, nessuno potrebbe ritenere che questi germi attaccano per difendersi.
L’attacco in campo umano non solo rappresenta una reazione difensiva, ma anche una spinta verso l’espansione di un soggetto verso un altro, di un paese verso un altro paese, ovvero un’azione di conquista.
La ricerca deve andare verso le modalità di attacco da parte di soggetti che hanno stili di comportamento descritti dalla psicopatologia: ad esempio, la modalità di attacco da parte di una persona che si manifesta attraverso uno stile ossessivo piuttosto che evitante oppure che si esprime secondo uno stile paranoideo o schizoide ecc.
La differenza fra un’azione aggressiva e un meccanismo di attacco è che in quest’ultimo c’è un’intenzionalità, un obbiettivo, quindi si inserisce in un programma di strategia o di tattica.
La differenza fra questi due concetti è legata all’esercizio del potere: la strategia è disegnata da un soggetto o una struttura che ho il potere su di un territorio o su di una persona; la tattica è la reazione di un soggetto che si trova in una posizione di sudditanza, ovvero sarebbero le azioni che può esercitare per eludere o colpire chi ha una posizione di dominio.
Questa distinzione è parziale, segue gli studi che si ispirano a Michel Foucault e soprattutto a Michel De Certeau.
Le modalità di attacco possono essere veloci come accade nel “colpo di fulmine” in un rapporto di coppia che poi va a finire in modo negativo quando non tragicamente. In questo colpo di fulmine la futura vittima si consegna in funzione dell’amore, senza valutare le conseguenze di tale impresa.
Modalità più soft sono quelle che appaiono passive; attraverso di esse il soggetto entra piano piano nella mente dell’altro, scardinandone le difese e rendendolo schiavo. Tali modalità, spesso utilizzate da spacciatori o magnaccia o anche da coloro che costringono i venditori e i commercianti a versare loro il “pizzo”, condizionano i soggetti in maniera totale, vuoi per assuefazione alla droga, per dipendenza dal giro della prostituzione o per la minaccia incombente della struttura mafiosa.

L’ARSENALE BELLICO PERSONALE

Ogni soggetto custodisce un arsenale bellico che utilizza attraverso ogni forma di attacco.
Alcuni si allenano ad apprendere le tecniche di difesa personale, sia finalizzate ad esercitare il corpo attraverso le cosiddette “arti marziali”, sia proiettate verso l’uso di armi, con cui si esercitano al tiro, o per mezzo di altri generi di strumenti di difesa ed offesa. Una gran parte di queste persone immagina di trovarsi di fronte ad un nemico reale o virtuale; in realtà non pensano alla difesa ma ad un attacco vero e proprio: sono quindi in attesa di essere attaccati, provocando a volte tale attacco per il piacere di attaccare a loro volta. La loro attesa mette in atto, in forme sotterranee, un invito ad esercitare una qualche forma di violenza nei loro confronti, che servirà loro a mettere alla prova l’uso delle armi predisposte.

L’arsenale linguistico non è meno efficace dell’arte marziale nel saper usare certe parole che diventano dei veri missili capaci di devastare la persona a cui sono dirette. Questa parole sono utilizzate in un momento particolare che prende l’altro di sorpresa. Il soggetto attaccante dovrebbe conoscere quali sono le parole più adatte per ferire l’animo del soggetto attaccato.
Quando non si è padroni di tutto questo arsenale, si rischia di disperdere le proprie risorse di difesa, scaricandole contro attacchi magari di poco peso – come quando un individuo davanti ad un topo utilizza un bazooka – mentre, quando si trova davanti un animale feroce, non avendo più un’arma adeguata, ricorre ad una fionda.
Certe parole hanno un potere distruttivo differente, a seconda che vengano usate in privato o in pubblico. Il soggetto che attacca in pubblico blocca la difesa dell’altro in quanto coinvolge gli altri nella conoscenza della situazione, e nel contempo impedisce al soggetto attaccato di reagire adeguatamente, poiché questi non intende far sapere ad altri il fatto che lo riguarda.
Il soggetto che attacca in pubblico o davanti a persone della famiglia nella volontà di far conoscere un fatto fino ad allora condiviso soltanto dai due partner, si comporta in tal modo in quanto cerca negli altri il consenso alla ragione che ritiene di avere.

Altre forme di attacco avvengono nei momenti in cui l’altro si trova in una posizione squilibrata: sta uscendo per andare al lavoro e non ha tempo per controbattere, si trova a mangiare in fretta perché ha subito un impegno; sta dormendo dopo una giornata di lavoro; sta per entrare in scena per interpretare la sua parte di attore in uno spettacolo ecc.

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