L’INVENZIONE DEL NEMICO

FRANCISCO MELE
settembre 2010

L’amico può tradire. Il nemico non tradisce mai

Tra gli organizzatori esistenziali più potenti è da considerare l’Altro: ciascuno se lo immagina come il nemico al quale “affidare” la sua posizione nel mondo. Jacques Derrida sostiene che si ama il nemico e si odia l’amico; dietro l’amico c’è sempre l’ombra del nemico perché l’amico può tradirci, mentre il nemico non ci tradisce mai. Questi paradossi rivelano la verità che ognuno ha bisogno di un altro.

Derrida riprende una frase da Aristotele, riguardo all’amicizia. Aristotele si rivolge agli amici dicendo: “O miei amici, non c’è nessun amico!”. Derrida riporta la frase di Nietzsche: “Nemici, non ci sono nemici” e la mette in posizione dialettica con la frase di Aristotele. Ci si deve interrogare se ci sia un amico lì dove può esserci un nemico, il ‘ci vuole un nemico’ o il ‘bisogna amare i propri nemici’ trasforma senza indugi l’amicizia in inimicizia ecc. I nemici che io amo sono miei amici, così pure i nemici dei miei amici. Appena si ha bisogno o desiderio dei propri nemici, si finisce solo col contare sugli amici. Ecco la follia per noi in agguato.
Nietzsche scrive: “Come è insicuro il terreno su cui poggiamo tutte le nostre relazioni e le nostre amicizie (..), com’è solitario (vereinsamt, isolato, insularizzato, reso solitario) ogni uomo”. Riflettendo su questo pensiero, Derrida sostiene che allora è meglio tacere su questa verità della verità, come se dell’amicizia non si dovesse parlare, perché la parola rovina l’amicizia; parlando si corrompe e si degrada, quindi può nascere il conflitto. Per questo William Blacke scrive: “La tua amicizia mi ha spesso ferito il cuore. Siimi nemico per amore dell’amicizia”. Secondo queste riflessioni, diventando nemico, l’amico resterebbe più presente e più fedele.
Nietzsche collega la politica e l’amicizia. Karl Schmitt fa derivare il politico dal concetto di nemico. In questa ottica la perdita del nemico non sarebbe un progresso, una riconciliazione né l’apertura di un’era di pace o di fraternità umana; molto peggio, “sarebbe una violenza inaudita, il male di una cattiveria smisurata e senza fondo, una furia incommensurabile in forma inedita, quindi mostruosa, una violenza rispetto alla quale quel che chiamiamo ostilità, guerra, conflitto, inimicizia, crudeltà, persino odio, ritroverebbe dei contorni rassicuranti e finalmente pacificanti – perché identificabili. La figura del nemico sarebbe allora caritatevole (…). Nemico identificabile, cioè affidabile, fin nella sua perfidia – e dunque familiare. Un prossimo, insomma, si potrebbe quasi amarlo come se stessi, lo si riconoscerebbe un vicino, benché sia un cattivo vicino, cui fare la guerra”.
Per Schmitt senza la figura del nemico e senza la possibilità di una vera guerra non esisterebbe il politico. Il nemico viene definito come “l’avversario strutturante” ; laddove non si può identificarlo, e dunque non è più affidabile, la stessa fobia proietta una mobile molteplicità di potenziali nemici, sostituibili, metonimici e segretamente alleati fra di loro: la congiura”. Diventa quindi necessaria l’invenzione del nemico per calmare l’angoscia, è necessario quindi la presenza dell’avversario strutturante.
Partendo da Schmitt, Derrida scrive: “Senza nemici io divento folle, non posso più pensare. (…) Senza tale ostilità assoluta l’io perde la ragione. (…) Perde l’esistenza e la presenza, perde l’essere, il logos, l’ordine, la necessità, la legge”.

In una delle scene di “Danza di morte” di Strindberg il personaggio di Edgar, il capitano così parla all’amico Kurt:

CAPITANO – No, che terribile! In tutta la vita non ho avuto che nemici. Ed è stato un aiuto, per me, più che un danno. Quando verrà la mia ora, potrò dire di non dover niente a nessuno, di non aver mai ricevuto niente per niente. Tutto ciò che posseggo, ho dovuto lottare per averlo.

(…)

KURT – Perché ti fidi di me?

CAPITANO – Amici non siamo stati, perché non credo nell’amicizia; quanto alle nostre due famiglie, sono state sempre nemiche e in guerra tra loro.

KURT – E nonostante tutto questo, ti fidi di me?

CAPITANO – Sì. E non so spiegare perché.

A livello familiare la definizione data da Platone circa il dissidio fra coloro che hanno legami di parentela e di origine è “diaphorà”. La guerra vera e propria fra Stati è “polemos”.
Polemologia è lo studio relativo alla guerra fra Stati. Tale studio è applicabile alla sfera del privato, in relazione ai rapporti che riguardano i membri della famiglia, i congiunti, gli amici e, passando all’ambito delle istituzioni del lavoro e dello svago, i colleghi, i collaboratori, i compagni dello sport ecc. Si tratta di approfondire quanto emerge da quella polemologia del quotidiano che si sviluppa tra persone vicine.

Molte coppie si organizzano in funzione del nemico. Due persone vivono per decenni insieme odiandosi, ma per vivere devono restare unite. Alcuni coniugi, quando si separano, diventano amici; altri invece si separano continuando ad essere più nemici di prima.
Questo comportamento denuncia l’esistenza di un filo che unisce l’amico al nemico: tale rapporto è differente dall’amicizia perché nell’amicizia ci dovrebbe essere paritarietà, simmetria, reciprocità. Non può quindi esserci amicizia tra terapeuta e paziente o tra padre e figlio, in quanto fra tali soggetti esistono posizioni a diverso livello. Quando un padre tende ad annullare la dimensione verticale – della gerarchia – per privilegiare quella orizzontale – dell’amicizia -, si pone in rapporto paritario con il figlio: così facendo, fa scomparire il luogo in cui può manifestarsi la sua paternità: diventa un “grande amico” del figlio, ma in questa relazione manca il padre, che non si accorge delle conseguenze negative che ne derivano: la parità porta ad un conflitto fra lui e il figlio, non esiste più una autorità superiore che possa mediare il rapporto. Molte madri si lamentano perché in famiglia il soggetto che dà più problemi è il marito, il quale come un figlio chiede alla moglie più di quanto i figli chiedono, entrando addirittura in competizione con essi.

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