L’INDIFFERENTE DROGA

FRANCISCO MELE”
Droga: Tra indifferenza e incertezza
Rivista Famiglie don Bosco
25 APRILE 2007

A differenza degli anni precedenti, oggi i genitori di questi giovani hanno sovente un passato di familiarità con le droghe e non avvertono di conseguenza quel dramma della rivelazione di un figlio tossico che aveva pervaso le famiglie di allora. Anche in chi non ha vissuto questo passato si manifesta una sorta di indifferenza rispetto al fenomeno considerato comune alla maggioranza dei giovani, quindi avvertito più come una inevitabile condizione che come problema da risolvere. Ci sono addirittura dei genitori che iniziano i figli all’uso delle droghe: ne vengono usate di nuove, più chimiche, adatte a sballi da divertimento per week end, legate all’evasione e non alla sofferenza dell’esistenza, pur trattandosi di una più inconsapevole mancanza di voglia di vivere.

Come è cambiato l’approccio alle sostanze stupefacenti negli ultimi decenni e il ruolo che possono ancora giocare le comunità terapeutiche nel recupero. (di Francisco Mele*, Progettouomo)
Al periodo di forte politicizzazione che parte dagli anni sessanta, intorno agli anni novanta è subentrato un periodo di depoliticizzazione progressiva della società; si è quindi profilata una fase di disincanto – concetto weberiano quanto mai pertinente –, dovuta ai cambiamenti sociali, specialmente al crollo dei partiti, delle ideologie e soprattutto alla sfiducia dei giovani in quelle forze progressiste che sembrava loro avessero perso gli obbiettivi di fronte alle tendenze dirompenti della globalizzazione.
I tossicodipendenti di questo periodo presentano caratteristiche differenti da quelli di venti/trent’anni prima: non sono disillusi dalla politica in quanto non hanno fatto scelte in questo campo; si drogano per noia, per emulazione, soprattutto nell’ambiente circoscritto alle discoteche, alle palestre, ai campi sportivi, alle playstation dove non si discute sulle finalità della società e sul proprio ruolo in essa, a cui pure questi giovani appartengono e di cui dovranno in futuro assumersi le responsabilità.

Il paradosso drammatico di queste “nuove droghe” consiste nel fatto che chi le usa non crede di drogarsi, pensa di servirsi soltanto di una sostanza che gli renda più piacevole un momento di divertimento; non emerge la cultura del buco con gli inevitabili pericoli di infezioni, non c’è più la paura dell’ago, né le ansie del contagio all’emergere dell’aids; è svanita quella comunanza di gruppo che si creava intorno al farsi come una connivenza fra emarginati facendo dell’esclusione l’elemento di unione; non entra più nel gioco la criminalità degli spacciatori dell’eroina e della cocaina, perché oggi si tratta di pastiglie che si reperiscono con facilità.
Di fronte a questo nuovo quadro “le comunità formatesi per recuperare i tossicodipendenti hanno vacillato circa le funzioni e soprattutto i programmi da adottare; hanno cercato di adattarsi aggiornando i programmi, e trovando difficoltà a reperire dei residenti, perché i nuovi tossicodipendenti rifiutano la comunità, tranne che non vi siano costretti dal giudice come alternativa al carcere, ma in questi casi si tratta quasi sempre di tossici di vecchio tipo” (1).
In definitiva, questi giovani che non aspirano ad uscire davvero dalla dipendenza – e che sovente di dipendenze ne hanno altre, oltre alla droga, come il gioco, internet, l’alcol – costituiscono per la società delle sacche di individui non recuperabili nel suo contesto; essi vengono considerati un peso dal forte costo sociale; con il moltiplicarsi dei fenomeni della doppia diagnosi risultano “irrecuperabili” e superflui in un mondo che valuta la persona secondo criteri di calcolo. La mancanza di ideali non induce alla trasformazione del Sé, né d’altra parte i terapeutica possiedono delle motivazioni ideali tali da proporre progetti di vita che vadano aldilà di una sopravvivenza priva di pericolosità, e in sostanza soltanto tollerata. In una società avviata a questo genere di trasformazione, la rassegnazione più che la lotta per la guarigione è l’obbiettivo.
Ma, come accade spesso in situazioni dall’apparenza disperante, l’impegno di operatori che contrastino questo andamento a prezzo di sacrifici personali e di una strenua lotta contro le forze negative di società rivolta essenzialmente all’efficienza, può offrire insperate vie d’uscita.

(1) Cfr.Il libro di Maricla Boggio, Raffaella Bortino, Francisco Mele, “Il disincanto. Le patologie dell’abbondanza in una comunità terapeutica di doppia diagnosi”, Armando editore, Roma 2006.

* Francesco Mele è dottore in psicologia clinica, psicoterapeuta, docente di Sociologia della Famiglia presso l’Istituto “Progetto Uomo”, responsabile dell’Istituto della famiglia del CeIS di Roma

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