LA TRIADE DELL’ETICA, LA MORALE E LA GIUSTIZIA

FRANCISCO MELE
1997

Nel nostro studio questa triade costituisce lo sfondo su cui operano le strutture che hanno il compito di formare i terapeuti, i pedagogisti, gli operatori psicosociali.
I rapporti umani tendono ad essere diseguali. La giustizia cerca di ridurre tali disparità e soprattutto di contenere l’espansione dell'”Io” di chi ha più potere.
La giustizia si differenzia dalla norma, dalla legge, e soprattutto dal concetto del giusto. Essa ha due aspetti, il diritto e il giusto. Il primo aspetto – la giustizia come diritto – è calcolabile, dice Derrida. Concordando con Ricoeur, ritengo che il concetto di giusto, molto più vicino al senso di giustizia, non si possa misurare.
Agnes Heller afferma che il “senso di giustizia” è la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato; tale distinzione si realizza per mezzo del giudizio. Il senso di giustizia è senso morale se si è anche in grado di distinguere tra bene e male.
Come nasce il senso di giustizia o il concetto del giusto? La famiglia è uno spazio adatto a creare questo senso di giustizia? Come si può costruire il senso di giustizia all’interno della famiglia? Quando questo senso di giustizia contrasta con il senso di giustizia che dovrebbe regolare i rapporti sociali? Che strumenti abbiamo per limitare l’espansione del sé, l’intenzione omicida, la tendenza alla crudeltà verso il più debole? Come dovrebbe strutturarsi un progetto terapeutico di recupero tenendo conto dei principi della giustizia? Come si può costruire la struttura di un “Io” che neutralizzi l’effetto di quei genitori che sovrastano la personalità fragile del figlio? Come fare in modo che un giovane sia capace di contenere l’espansione del sé di quell’adulto – insegnante, educatore, familiare- che vuole entrare in modo prepotente nel suo spazio interiore? Quali argini aiutare a costruire ad un ragazzo, quando i suoi stessi familiari non riescono a proteggerlo dagli stimoli e dalle sollecitazioni che impediscono in lui la nascita di una coscienza autonoma?
Coloro che vengono definiti come trasgressori – delinquenti e tossicodipendenti in particolare – denunciano nel tessuto sociale dei nodi di conflittualità che ci coinvolgono tutti. Lo studio di questi nodi di conflittualità fornisce sul piano terapeutico e pedagogico la chiave per la realizzazione di un modo di vivere più dignitoso e umano.
L’operatore non può prescindere dell’interrogarsi; la sua azione quindi non è né asettica né arbitraria, poiché egli lavora in sintonia con la triade dell’etica, della morale e della giustizia.
La costruzione dell’individuo è simultanea alla presenza dell’altro e implica la costituzione del terzo, la giustizia, che interviene come spazio di differenziazione del soggetto nei riguardi di quell’anonimo, informe “il y a” trovato in Lévinas.
La giustizia deve essere inserita nel contesto della triade – etica, morale e giustizia – che la vede come terzo elemento.
Ricoeur differenzia l’etica, intesa come la convinzione del rispetto dei valori che nasce da dentro, dalla morale – il dover essere kantiano – e dalla giustizia, nel duplice aspetto del giuridico e del giusto.
Il riferimento all’etica, nella regola d’oro “Non fare all’altro quello che non vuoi sia fatto a te” in diverse formulazioni è stato principio regolatore dei comandamenti biblici, del pensiero cristiano e, in filosofia, dell’etica kantiana.
In Lévinas l’etica viene prima di qualsiasi azione umana che si estrinsechi nella scienza, nella filosofia, nell’arte. La frase in cui si definisce sinteticamente è “Non ucciderai”.
Già uno dei maestri di Lévinas, Franz Rozensweig, riporta l’imperativo del Cantico dei Cantici, “Amami!”, trasformando il divieto “Non ucciderai” in un’affermazione positiva; l’amore senza eros è l’amore che dovrebbe regolare il rapporto tra l’insegnante e l’allievo, tra l’operatore e il soggetto in cura, tra il terapeuta e il paziente.

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