LA SCELTA ETICA DI NON ESSERE

FRANCISCO MELE

1997

Lo psicoanalista Ettore Perrella ritiene che sussista uno stretto rapporto fra l’etica e la scelta iniziale di un soggetto ; da ciò si configura una psicopatologia psicoanalitica che si manifesta attraverso quattro modi di dire di no all’amore. Questa posizione dell’autore proviene dalla teoria lacaniana, che ha fatto derivare le forme patologiche (psicosi, nevrosi e perversione) dal modo in cui il soggetto si pone difronte alla Legge.
Il primo di tali modi è la forclusione (Werwerfung) – negazione dell’amore dell’altro -, nel senso che l’altro per il soggetto in questione non esiste e quindi per quest’ultimo non viene a costituirsi la pietra di fondazione su cui egli possa appoggiarsi per costruire la sua identità. La forclusione dell’amore dell’altro porta alla lacerazione del tessuto simbolico e linguistico. La sua espressione più evidente è il delirio, inteso come effetto patologico di un processo che cerca, secondo Freud, di dare senso ad eventi, allucinazioni, comportamenti bizzarri e soprattutto di ricucire il reticolato simbolico necessario ad accogliere il mondo.
Il secondo modo di dire di no è la denegazione (Verneinung) dell’amore dell’altro, che presuppone l’esistenza dell’altro, ma che di questo il soggetto non tiene conto: è come se, per lui, l’altro, pur esistendo, non contasse niente, è la sua parola a non avere alcun valore. Se la denegazione viene letta come un’analisi del giudizio, è un de-giudizio, secondo la definizione datane dal filosofo Jean Hyppolite. All’interno della coscienza del soggetto, il suo de-giudizio presuppone un tribunale, un giudice, una sentenza, che però non ha nessun effetto sul suo comportamento. Analogo risultato si avrebbe per lui, se il tribunale, il giudice e la sentenza lo riguardassero per fatti compiuti realmente nel contesto sociale: egli subirebbe la condanna, senza avere alcun tipo di reazione morale. Il processo della de- negazione è alla base dell’area psicopatologica in oggetto. Perrella individua un’area – quella delle dipendenze – come autonoma rispetto alle tre originarie descritte da Freud – psicosi, perversione e nevrosi -; sposta la forma maniaco-depressiva – appartenente alla sfera delle psicosi- all’ambito delle dipendenze e la colloca come paradigma di tutte le altre forme di dipendenza, le tossicomanie, l’anoressia-bulimìa e il gioco d’azzardo. L’analisi che conduce Perrella presuppone la teoria dell’oggetto, che nella forma maniaco-depressiva viene incorporato – divorato – e poi, nelle tossicomanie, diventa “sostanza”, nell’alcoolismo “alcool”, e nell’anoressia-bulimìa “cibo”. In psichiatria la mania e la depressione sono inscindibili dalla malattia conosciuta come ciclica e descritta come forma maniaco-depressiva. Tale forma maniaco-depressiva è alla base della diade anoressia-bulimìa.
Un altro elemento relativo alle forme di dipendenza è il rapporto tra il soggetto con la propria madre che si configura patologicamente come una dipendenza del soggetto stesso nei confronti materni. Un’ipotesi da me formulata, sulla base di una serie nutrita di constatazioni di casi di questo genere, è che la tossicodipendenza sia la conseguenza di una fuga da un’immagine materna opprimente e possessiva; è, in sostanza, un tentativo fallito di volersi liberare da questa dipendenza. Il rapporto esclusivo con la madre da parte del soggetto va comunque annoverato nella teoria del complesso di Edipo.
Secondo Freud la risoluzione del complesso di Edipo segnala la differenziazione tra l'”Io ideale” -“quello che io sono per mia madre”- e l'”ideale dell’Io” – il quale introduce il discorso paterno che tende al futuro e si esprime in “quello che vorrei essere”.
Nelle dipendenze, l’adolescente è rimasto intrappolato nella posizione dell'”Io-ideale”; con questo “Io-ideale” si deve confrontare, trovandosi sempre lontano dal soddisfare il desiderio materno. Nella fase maniacale della forma clinica maniaco-depressiva, il soggetto crede di essere realmente quell’ “Io ideale” fantasticato da sua madre e si comporta come tale, affrontando il mondo senza rendersi conto degli errori del suo comportamento e dei limiti della sua persona. Nella fase depressiva, il soggetto si sente un relitto, incapace di stima di sé. Anche il tossicodipendente passa, con la droga, attraverso questi due momenti, della fase “hight” e della fase “down”.
Secondo Perrella le dipendenze si caratterizzano per una mancanza avvenuta nel processo di formazione del soggetto; la clinica di conseguenza deve cambiare “setting” e muoversi in un ambito più aperto che includa quegli elementi che lo aiutino a sciogliere il blocco venutosi a creare nella formazione della sua personalità. Occorre una “clinica della formazione” molto vicina alle scienze della formazione, che includono anche la Pedagogia come prospettiva educativa.
Un lavoro clinico con i tossicodipendenti non può escludere la famiglia e il gruppo degli amici: per questo le terapie familiari sistemiche e le comunità terapeutiche hanno più possibilità di riuscita sul piano delle proposte curative. Queste proposte di cura non possono accontentarsi superficialmente di cambi di ruolo e di apprendimenti di tecniche educative; si tratta di creare le condizioni necessarie perché il soggetto modifichi la sua posizione rispetto all’amore dell’Altro, rispetto alla Legge, in rapporto al “fantasma” definito come la risposta inconscia ad una domanda fondamentale che gli si pone rispetto alla morte, all’origine, alla sessualità. Un lavoro terapeutico è possibile solo quando il soggetto formula una reale domanda di cura, che non viene espressa quando questo è sotto l’effetto della droga o dell’alcool, o rifiuta il cibo o mangia smodatamente in preda ad una crisi bulimica. L’analisi può venire utilizzata quando il soggetto ha finito il percorso della comunità terapeutica e del gruppo di auto-aiuto, quando sono state soddisfatte le cure che riguardano i suoi blocchi formativi; si possono allora affrontare dei lutti non elaborati, il rapporto di amore-odio con il genitore, la differenziazione sessuale ecc.
La proposta di Perrella considera le dipendenze come le vere strutture psicopatologiche del nostro tempo, e non più come sintomi di altre malattie. Questo non significa che una tossicomania non possa manifestarsi come una doppia patologia. Ma una vera diagnosi clinica deve tener conto delle differenze tra sintomo e struttura di base. L’anoressia, ad esempio, può presentarsi sia in casi di psicosi sia in casi di isteria, ma essa stessa può costituire una propria struttura anoressica, che non è epifenomeno di una struttura psicotica o di una struttura nevrotica.
Il terzo modo di dire di no appartiene al quadro delle perversioni; in esso predomina il meccanismo della sconfessione (Verleunung) dell’amore dell’altro. L’amore della madre, ad esempio, si cambia in desiderio, il bambino diventa oggetto del desiderio materno. Tale posizione, che fa del soggetto un “perverso”, lo porta a occupare il posto della madre e a scegliere come oggetto del suo desiderio un altro che viene ad occupare il suo posto, anche qui come oggetto del desiderio e non come persona. Nella perversione gioca la componente sessuale, a differenza delle dipendenze in cui si manifesta una vera “indifferenza” sessuale.
La quarta forma di dire di no, segnalata da Perrella, è la “rimozione”, individuata da Freud fin dalla nascita della psicoanalisi; la rimozione è il meccanismo tipico delle nevrosi, e non appartiene alla sfera dell’indagine qui sviluppata.
Queste quattro forme di dire di no comportano una scelta etica da parte del soggetto e dei suoi familiari. Anche nelle forme arcaiche della psicosi -sostiene l’autore- si verifica questa scelta etica.
Concordo con l’autore sull’importanza dell’etica nel discorso della cura, della clinica e delle psicopatologie. Il notevole risalto in cui ho posto la triade dell’etica, della morale e della giustizia – concetti che ho assimilato da numerose riflessioni di Paul Ricoeur – deriva dalla convinzione che i tre principi di cui essa si compone rappresentano i nodi di ancoraggio dell’individuo nella sfera familiare e in quella sociale. L’etica, la morale e la giustizia sono gli ambiti nel quale il soggetto infans – il vivente – diventa umano, accede alla cultura e al linguaggio, percepisce l’organizzazione sociale e si pone quindi come persona nel mondo.

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