LA RIDUZIONE DEL TASSO DI CRUDELTA

FRANCISCO MELE
2006

Il filosofo Richard Rorty ritiene che i filosofi dovrebbero adoperarsi per ridurre il tasso di crudeltà nella società e promuovere strategie di solidarità tra gli uomini. Non solo i filosofi, secondo noi, dovrebbero impegnarsi in tal senso, ma tutti quanti coloro che hanno scelto di dedicarsi allo sviluppo della coscienza critica della società, come educatori, sociologi, medici, studiosi, pensatori, artisti, psicoterapeuti.
Di solito la crudeltà si rivolge verso il più debole. Non sempre si manifesta attraverso la violenza fisica: si ha una specie di gradazione, che va dall’intento di prevaricare l’altro verbalmente, alla pressione psicologica, fino alla tortura fisica e mentale e all’eliminazione dell’altro attraverso delle tecniche talvolta assurte a vere e proprie ideologie: il nazismo e le sue operazioni finalizzate alla distruzione di intere categorie di persone è uno degli esempi più evidenti
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Si possono tuttavia riscontrare forme di maltrattamento o di umiliazione in ogni qualunque giornata, da parte di persone apparentemente prive di manifesta volontà negativa.
Nel mondo del lavoro, con tutte le conquiste sociali che sono state ottenute in questi ultimi decenni, accade ancora che in alcune circostanze colui che si trova ad un livello più elevato di carriera rispetto ad un dipendente suo sottoposto esercita un qualche genere di oppressione nei confronti di quest’ultimo; il rispetto dell’orario, del regolamento o di altre norme giuridicamente stabilite diventa, attraverso un’applicazione rigida, una forma di ricatto e di punizione alla minima deroga. Il superiore che si comporta in questo modo nei confronti di un inferiore a sua volta si mostrerà ossequiente e sottomesso nei confronti dell’immediato suo superiore; quest’ultimo potrà permettersi di manifestare un atteggiamento mite e disponibile nei confronti dei suoi sottoposti; la parte dura, finalizzata a mantenere la disciplina e a consentire lo sfruttamento attraverso una stretta e talvolta crudele sorveglianza, è già stata espletata dal suo aiutante.
Al capo può essere consentito di apparire il Buono, il Clemente, l’Illuminato, che ignora le malvagità che vengono perpetrate sotto di lui.
Ciò, in genere e in determinati momenti, accade anche nell’ambito della politica. Il Capo può venire acclamato come un Santo, ma il consenso assoluto gli deriva dal timore inculcato dai suoi picchiatori o uomini che controllano il territorio e tengono sotto ricatto i gruppi di voti che consentiranno l’indiscussa continua rielezione. Il controllo mafioso è un esempio di questo tipo.
Anche nella scuola l’esercizio di un potere ingiusto si manifesta sovente.
Ci sono professori che perseguitano studenti che non accettano le loro idee; insegnanti che applicano i principi della disciplina come un fatto personale alla cui minima deroga fanno scattare punizioni sproporzionate, sentendo come una trasgressione rivolta contro di loro l’eventuale mancanza dell’alunno.
Se un insegnante si sente invece debole nei confronti di studenti prevaricatori, sarà lui a cedere rispetto a questi venendo meno al suo compito di educatore ,in quanto l’autorità e la docenza che dovrebbe mantenere lasciano il posto all’accettazione di ogni arbitrio; il danno non si limita alla persona dell’insegnante, né a quelle dei prevaricatori – che non vengono corretti e ripresi -, ma anche si riversa su tutti gli altri appartenenti alla classe, che diventano preda dei compagni violenti e non usufruiscono di quegli insegnamenti che il docente avrebbe potuto fornire in condizioni di normalità.
Paul Ricoeur riconsidera le istituzioni, e arriva a ritenere che esse, che pur già esistono, debbano essere riformate in funzione di un principio di giustizia, che tenga conto del “prossimo lontano”, che il filosofo chiama “il ciascuno”. In tal modo Ricoeur supera la concezione del filosofo americano John Rawls: questi, nella sua Teoria della Giustizia come equità, prende a modello di rapporto l’amicizia, il “vis à vis”. Superando la concezione per cui la lealtà e forse anche la generosità si devono soprattutto all’amico, Ricoeur delinea una posizione di ispirazione evangelica, che supera la logica dell’equità – relativa ad un distribuzione egualitaria dei beni e dei vantaggi – e si affianca alla logica della grazia, a quella logica “del sovrappiù” che dona all’altro non il giusto, ma più di quanto egli potrebbe meritare.
La giustizia come equità – sostiene Ricoeur – è uno dei gradi più alti raggiunti dalla società democratica. Essa si fonda sulla teoria del contratto sociale esposta da Locke e da Rousseau e riformulata da John Rawls; sottoscrive la massima kantiana secondo cui l’uomo è un fine e non un mezzo; tale teoria cerca di conciliare due posizioni classiche: una considera come malvagio sin dalla nascita l’uomo, che viene poi reso civile attraverso l’educazione; l’altra considera buono per natura l’uomo, che viene poi corrotto e reso malvagio dalla società.
John Rawls tenta di superare la concezione utilitaristica sostenuta dal filosofo Francis Hutcheson – che nel 1725 è stato il primo a definire l’idea utilitaristica: “la migliore azione possibile è quella che procura la maggiore felicità per il più gran numero di persone e la peggiore è quella che, similmente, genera la miseria” e da David Hume, Adam Smith, Jeremy Bentham e John Stuart Mill. Il metodo per giungere all’utilitarismo è quello di adottare per la società nel suo complesso il principio della scelta razionale per un solo uomo. Il legislatore dovrebbe capire i bisogni del singolo e stabilire poi la distribuzione dei beni necessari al resto della società
Nella teoria contrattualista esposta da John Rawls si ipotizza un momento ideale dove i rappresentanti degli uomini, che non conoscono la posizione sociale degli altri rappresentanti né la propria – ed è da sottolineare l’astrattezza di tale teoria – si mettono d’accordo nello stabilire dei principi primi equi, dai quali derivano gli altri principi.
a questa deliberazione razionale sono nati due principi:
1) l’eguaglianza nell’assegnazione dei diritti e dei doveri fondamentali, che si traduce in una distribuzione equa del reddito, delle opportunità, della ricchezza, del potere e della libertà (considerati beni primari dell’uomo);
2) le ineguaglianze economiche e sociali, che sono giuste soltanto se producono benefici compensativi per ciascuno, e in particolare per i membri meno avvantaggiati della società; questo punto tiene conto del principio di differenza, ossia cerca di prendere in considerazione la posizione del più debole nella società; John Rawls collega tale posizione al principio di fratellanza espresso nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo elaborata dalla Rivoluzione Francese.
Esistono poi altre posizioni teoriche che sostengono che la giustizia non è il risultato di un accordo fra uomini liberi, ma l’effetto di un conflitto, di una lotta fra classi sociali, popoli di culture diverse, ecc. Chi ha vinto impone il proprio ordinamento giuridico; quindi, il discorso giuridico è il discorso del potere che parla attraverso le istituzioni. In questa linea, autori come Michel Foucault – soprattutto in Sorvegliare e Punire e La Microfisica del Potere – e Pierre Legendre – in L’amore del censore – possono essere considerati dei classici; secondo questa posizione, le istituzioni hanno la funzione di addomesticare i soggetti al discorso del potere, che li controlla attraverso un sistema quantomai perverso.
Ho trattato questi argomenti nella mia tesi di dottorato di ricerca nel 1983: “Il crimine del significante o il significante criminale, per una criminologia psicoanalitica”.
Lasciando da parte in questo capitolo Foucault e Legendre, intendo qui proseguire la proposta rawlsiana e ricoeuriana: la forma politica che più si avvicina alla giustizia come equità è il sistema democratico che viene oggettivato attraverso le istituzioni. Ricoeur lo considera la forma più alta della giustizia umana e ritiene che la vera rivoluzione dovrebbe avvednire attraverso le istituzioni, che consentano rapporti più giusti fra gli individui.

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