LA FAMIGLIA E IL SENSO DI GIUSTIZIA

FRANCISCO MELE
rivista online famigliedonbosco.it
pubblicato online 30-07-2007

“E’ in grado la famiglia di creare per i figli il senso di giustizia?”

Sappiamo che il senso di giustizia si verifica in fasi collegate alla crescita della conoscenza e della comprensione. Bisogna sviluppare una concezione del mondo sociale e di ciò che è giusto e ingiusto se si vuole acquisire il senso di giustizia. (J. Rawls, Una teoria della giustizia, pag. 405).
L’esperienza, soprattutto nell’area mediterranea, in cui la famiglia è un nucleo presente, operante e influente fino all’età adulta rispetto ai figli, dimostra che tale famiglia non aiuta lo sviluppo di questo senso di giustizia.

Quando un ragazzo sbaglia, accade sovente che la madre difenda il figlio in maniera irragionevole; anche di fronte all’evidenza il ragazzo viene da lei considerato una vittima accusata ingiustamente e maltrattata dalla società, i colpevoli saranno gli amici, la fidanzata, i datori di lavoro, mai “il suo bambino”.
“Che cosa sarà mai una catenina, poche lire a una vecchietta…è un bamboccio, non voleva fare male, era perché gli servivano, senno è buono come il pane…eppoi, di solito i soldi che gli do io gli abbastano… si vede che non poteva proprio farne a meno”, questa in sintesi, la dichiarazione del padre di un tossico arrestato per furto plurimo e aggravato da .
Se rubano in casa, i genitori tendono minimizzare il furto; non usano il termine “rubare” bensì “prendere”; se falsificano assegni con la firma del padre, questi si affretta a coprire la somma amministrando inconsapevolmente dentro le mura di casa una sorta di giustizia tribale, che, benché sia stato leso un diritto attraverso un fatto penale, non viene denunciato, ma risolto all’interno della famiglia.
E’ assente lo Stato, sono assenti, e ignoranti, i principi di giustizia.
Prima di arrivare, ad esempio, alla falsificazione della firma di un assegno, il ragazzo ha quasi certamente percorso una scala in salita di falsificazioni, che non gli sono mai state seriamente contestate nell’ambito familiare. Avrà falsificato la firma paterna per giustificare un’assenza da scuola, per dimostrare di aver avuto il permesso per una gita, e così via.
Altre forme di truffa vengono contrabbandate nella vita familiare come dimostrazioni di affetto, di aiuto, di collaborazione.
Il compito eseguito dalla madre al posto del figlio, la lezione sintetizzata e|o scritto per lui; un eccesso di attivismo nel ‘portare’ il proprio ragazzo ad ogni possibile lezione in cui farlo emergere per ambizione, a prescindere dai desiderio e dalle qualità del figlio; l’esagerata cura nell’offrire abiti, svaghi, vacanze, auto e così via…Tutto ciò impedisce al ragazzo una sua autonoma determinazione, l’assunzione di proprie responsabilità nella scelta e nella gestione complessiva della sua esistenza; così deresponsabilizzato, vive, eterno minorenne, all’ombra di genitori troppo disponibili. Può restare per sempre centrato su se stesso; non capire mai i bisogni degli altri e permanere in una sorta di anestesia emotiva in cui non si percepiscono la sofferenza e comunque i sentimenti altrui.
Ci ha colpito il racconto di un giovane industriale sudamericano, tossico, che spendeva centinaia di migliaia di dollari al gioco seguendo una linea di comportamento già tenuto dal padre; la madre aveva accettato senza discussioni il comportamento sia del marito che del figlio; tuttavia per sé riservava pochi e umili abiti, e nei confronti dei lavoratori della fabbrica di famiglia osservava parossisiticamente delle forme di rigida ossessiva economia, come il controllo della carta igienica nei bagni o l’uso dell’illuminazione negli uffici. Sia nel figlio che nei genitori mancava il benché minimo senso di giustizia sociale; gli altri non venivano considerati minimamente, né nei loro bisogni quotidiani né in forma più lata, in relazione ad un disegno che tenesse conto di una più equa e utile distribuzione ed utilizzazione della ricchezza. Il ragazzo buttava milioni nel demone di gioco, mentre una più ragionevole considerazione del valore del lavoro, con un conseguente aumento salariale, non veniva neppure a sfiorare i pensieri del padroncino.
Una terapia finalizzata alla riabilitazione non deve quindi preoccuparsi esclusivamente dei bisogni personali dell’individuo in cura, del suo stato psicologico e delle sue pulsioni; deve arrivare anche a far sviluppare nel giovane il collegamento necessario tra la sua azione e l’effetto, sia sulla famiglia -il ragazzo che ruba la magra pensione ai genitori pensa soltanto a sè e non considera lo stato in cui vengono a trovarsi i suoi, che sul sociale.
Ci sono genitori che operano truffe, intascano tangenti e così via, adducendo a giustificazione del loro operato il bene della famiglia, la necessità di provvedere ad essa; essi ritengono di aver agito rettamente giustificando le loro azioni nel nome degli affetti.
Al contrario, ci sono genitori che ai propri figli danno troppo rispetto al giusto.
Essi si fanno carico di un’esigenza che prevedono nel figlio alcune volte addirittura prima che questo lo manifesti; si danno allora da fare, mettendosi da parte rispetto alle giuste esigenze loro, determinate dalla loro posizione di adulti e dal rispetto che si deve loro come genitori. Ho conosciuto il caso di una famiglia piccolo-borghese: abitava in un appartamento di grandezza sufficiente al momento in cui vi erano entrati, e i due figli, il ragazzo ora adolescente e la bambina, erano entrambi piccoli; una camera da letto era per i genitori, una stanza per i figli, la sala da pranzo per riunire la famiglia. Lettrice di rubriche para-psicologico-culturali la madre a un certo punto aveva avvertito la necessità di offrire al ragazzo “una stanza tutta per sé”; la bimba a sua volta, come ‘femminuccia’ non poteva fare a meno di una camera per lei sola; alla madre e al padre non restava -una volta sistemata la prole tra la camera dei ragazzi- ora della bimba- e la loro stanza da letto – diventata il regno del figlio, che andarsene in sala da pranzo, tra gli avanzi del pasto e l’urlo del televisore.
Abituato a fare zapping fino alle ore piccole -tanto al mattino non aveva niente da fare-, il ragazzo non solo si era impadronito della ex camera iniziale, ma aveva invaso la sala ora dormitorio genitoriale, confinando gli assonnati genitori ad un’altezza insordita di tivù sul divanoletto, fino a che lui, annoiato, non si fosse ritirato nella nuova dimora.
L’uso dell’ironia e del paradosso, nonché del grottesco, è stata l’arma da me usata per far capire a quei genitori come avessero frainteso il senso di giustizia, la necessità per un ragazzo di avere la sua camera- con un eccesso di generosità da parte loro, che aveva di sotteso il senso di giustizia intergenerazionale, avendo abdicato ad un’esigenza ben più importante, che riguardava la libertà della loro intimità, la comodità e il riserbo necessari alla loro età, ai loro impegni di lavoro e di orari e così via. Si erano persi i confini che devono permanere tra il livello genitoriale e quello filiale.
Il ragazzo inoltre non aveva preteso lui quel cambiamento. Quando avessero voluto avere rapporti tra loro due, sarebbero andati nascostamente in albergo?; visto che la sala era rimasta territorio notturno di televisione, incontri con amici, pranzi e spuntini, avrebbero potuto guadagnare il terrazzino contendendone l’esiguo spazio al cane…; queste ed altre battute ironico-grottesche mi servirono per riportare la situazione a condizioni ragionevoli, facendo recedere la generosa coppia dalla sua offerta sacrificale, e ritornare al talamo.
Il desiderio di superamento delle differenze generazionali porta talvolta a delle confusioni che portano alla perdita del discernimento tra il giusto e l’ingiusto, ciò che è permesso e ciò che non è consentito.
La mancanza di confini nei rapporti interpersonali tra genitori e figli è sentita positivamente, come un superamento di vecchi tabù e un mutamento rispetto al proprio vissuto minacciato da un padre padrone e simili. Ecco allora la madre sessantottina, separata e in carriera, che lascia ai figli adolescenti la casa a disposizione per le loro riunioni e feste; se ne va, addirittura, poco dopo essere rientrata dal lavoro, per non essere di peso ai ragazzi con al sua presenza. Spesso, al suo ritorno, nella notte, troverà lo sfacelo tornata mamma e casalinga, riparerà amorevolmente.
I ragazzi, usciti per andare in discoteca, torneranno nel cuore della notte; allora, anche loro, un ritorno di ruolo; rifattisi bambini, entreranno nella camera materna implorando asilo nell’accogliente lettone; anche ultraventenni, ripareranno fra le braccia materne, finalmente liberati dalle paure notturne che li hanno indotti a rifugiarvisi.
La casa in cui si verificano questi comportamenti non conosce alcun limite da parte di chi la abita. L’esempio descritto induce a rilevare la mancanza di confini tra le persone all’interno della famiglia, e tra la casa e l’esterno. Non ci sono criteri di selezione rispetto alle persone che vi possono entrare, né la priorità delle azioni primarie e secondarie, a seconda della variabilità del contesto. Le azioni passano da primarie e secondarie, e viceversa.
La confusione nella testa dei genitori porta ad una confusione ancora maggiore nella mente dei figli; questi non sono in grado di costruire dei criteri che permettono di valutare di volta in volta un’azione in rapporto alla situazione ed alle altre situazioni.

LA SCELTA CONSAPEVOLE

Per portare avanti un’azione occorre una scelta, che implica una capacità valutativa; deciso un percorso di azione, il soggetto se ne fa responsabile.Questo comportamento delinea un grado di maturità; il soggetto non si fa trascinare da fattori inconsci, pulsionali, né da un qualche tipo di plagio, né d altre sollecitazioni esterne. Non siamo certo sempre così consapevoli da poter ogni volta essere lucidi in maniera tale da prendere decisioni totalmente giuste; tuttavia è la tensione in questa direzione a contare, in un processo dinamico che procede in maniera discontinua.
Nell’agire umano non operano soltanto forze naturali che seguono deterministicamente le loro leggi; solo attraverso ciò che fa, come si comporta, l’uomo -dice Ricoeur- diventa quello che poi è.
Colui che agisce, deve vedere la situazione concreta alla luce di ciò che in generale si esige da lui. Un sapere generale, che non si può applicare ad una situazione concreta, non ha senso.
Uno dei tratti dell’azione regolata dalla dimensione morale è che colui che agisce deve saper decidere in modo autonomo; il soggetto deve aver già costruito in sè, mediante l’educazione e l’esercizio, un atteggiamento che deve mantenere nelle situazioni concrete attraverso il comportamento giusto.
Aristotele fa una distinzione fra il sapere morale della “prhonesis” dal sapere dell'”episteme” basato sul modello matematico, che è anche il modello della scienza.
Il sapere che guida il soggetto nel campo morale è diverso dal sapere dell’artigiano – che è la “techné”-, nel senso che questo, davanti ad un lavoro da realizzare, sa già quali azioni compiere per realizzarlo, secondo parametri precostituiti.
Mentre nell’ambito scientifico ed in quello artigianale in linea di massima si sa sempre quale percorso compiere per arrivare a plasmare l’ipotesi realizzandolo concretamente, nell’ambito morale ciò non avviene, perché non si sa mai, prima di iniziare -quali scelte si devono fare, quali le azioni giuste da compiere-. Inoltre è anche la conclusione a non essere definita a priori, mentre l’obiettivo nei casi precedenti è già configurato. Facendo determinate operazioni, l’artigiano ad esempio, sa con quale risultato concluderà il suo lavoro; non così avviene per chi, volendo agire giustamente, si propone di arrivare ad un risultato, che è imprevedibile. Può illuminare qualche esempio.
Nell’ambito terapeutico delle tossicodipendenze, mi è accaduto di ascoltare più volte madri che dichiaravano di aver lasciato il lavoro esterno alla casa, a cui molto tenevano, nella convinzione che il loro sacrificio avrebbe giovato all’educazione dei figli, ai quali in tal modo potevano maggiormente dedicarsi; questa azione, sentita giusta nel momento in cui era stata presa la decisione, si rivela successivamente inadeguata nei confronti delle aspettative -l’educazione dei figli-, in quanto uno o più dei ragazzi della famiglia si droga e conduce una vita totalmente all’opposto rispetto ai parametri ipotizzati dalla madre. Talvolta il padre, in tali casi, accusa la madre di aver educato male i figli; al senso di frustrazione si aggiunge allora, nella madre, un senso di colpa, all’opposto della consapevolezza di aver agito bene, che ne aveva mosso la scelta.
Le ragazze, numerose, che hanno lasciato la famiglia e le amicizie per il nobile scopo di affiancare un tossico onde “salvarlo”, a riscontro della loro missione, un po’ generosa e un po’ illusa a livello di telenovelas, rischiano spesso di essere coinvolte a loro volta nel giro della droga, quando non della prostituzione e dello spaccio.
Per compiere un’azione giusta che abbia un effetto altrettanto positivo, chi agisce dovrebbe avere in mano tute le variabili che interagiscono nel percorso lineare e al momento dell’azione, il che è impossibile.
Riusciamo sì, molte volte, a risolvere situazioni assai complicate, mentre ci sfuggono dei fatti di poca importanza, le cui conseguenze negative sono invece dirompenti.

ESSERE CONSAPEVOLI DELL’EFFETTO DELLA PROPRIA AZIONE

Non possiamo diventare coscienti, una volta per tutto, in modo completo, degli effetti della storia; sarebbe come affermare il sapere assoluto teorizzato da Hegel: questa considerazione,che appartiene a H. G. Gadamer, si potrebbe estendere a tutte le determinazioni del nostro comportamento. I livelli di consapevolezza si costruiscono non in modo lineare né in maniera evolutiva, ma si configurano come momenti staccati e in fasi alterne: ci sono situazioni in cui ci pare di essere in preda al buio per cui niente ci è chiaro, e non riusciamo a vedere oltre l’immediato, ed altre situazioni dove ci sembra che la coscienza illumini frammenti della nostra vita, che si articolano secondo una linea di senso; ma la prospettiva è possibile quando c’è l’orizzonte – il cerchio che abbraccia e comprende tutto ciò che è visibile da un determinato punto- : “chi non ha un orizzonte è un uomo che non vede abbastanza lontano, e perciò sopravaluta ciò che gli sta più vicino –dice Gadamer – ; avere un orizzonte – prosegue – significa invece, non essere limitato a ciò che è più vicino, ma sapere vedere al di là di questo”
Queste riflessioni ci possono servire per capire che a volte l’altro può commettere delle azioni che noi condanniamo, e non sempre teniamo conto del contesto in cui tale azione viene realizzata. D’altra parte non è valido pensare che, per capire una, ci si debba mettere al suo posto. Se io mi metto al posto dell’altro, o questo scompare, oppure che sia il terapeuta a scegliere il testo adatto al lavoro, poiché una lettera indiscriminata potrebbe addirittura creare suggestioni negative o non produrre alcun effetto terapeutico.

UN BUON LIBRO CAMBIA LA NOSTRA COMPRENSIONE DEL MONDO

In Luciano, un ragazzo ventenne definito borderline, la lettura di un saggio antropologico –non quindi di uno scritto di bassa fattura – relativo alla figura del Diavolo nelle sue diverse intrinsecazioni in relazione a civiltà ed epoche differenti, aveva provocato addirittura una sorta di apparente possessione diabolica, che aveva persino impaurito i compagni del centro di terapia di doppia diagnosi. Invitato a leggere “Siddartha”, un testo di Hermann Hesse, Luciano vi aveva scoperto forti analogie con quanto aveva provato lui stesso interiormente, in un conflitto tra due contrastanti nature, una lupesca, distruttiva, ed un’altra spirituale, protesa all’elevazione della sua personalità.
Questi due aspetti descritti dall’autore li ha poi ritrovati, in maniera più ampiamente descritto, in “Narciso e Boccadoro” e soprattutto in un altro libro di Hesse, “Il lupo della steppa”, dal quale rimane addirittura sconvolto, in un senso però positivo, poiché il ragazzo si vede descritto in modo preciso in quel soggetto, e scoprendosi tale, riesce a prendere distanza dalla sua situazione, non più subendola inconsapevolmente, ma prendendone coscienza. Il fatto che il personaggio in questione abbia una via d’uscita consente a Luciano di vedere in maniera ottimistica la sua condizione, che in precedenza aveva vissuto con l’incubo della ineluttabilità e della condanna,al punto di pensare al suicidio, addirittura desiderando porre fine alla su esistenza, vissuta come sofferenza.
E’stato molto importante che, attraverso “Narciso e Boccadoro”, Luciano abbia visto come rappresentato quel conflitto che lui viveva con suo padre, e in qualche modo questa consapevolezza, mediata dalla scrittura, di un conflitto apparentemente estraneo a lui, lo abbia aiutato a muoversi da una situazione apparentemente statica ad un’altra meno carica di tensioni e di odi.
Il rapporto di Luciano con il padre risulta, da un certo tempo in qua, profondamente mutato; certo non esclusivamente a causa delle letture di Hesse, ma senz’altro anche per loro merito, e non solo per la carica simbolica delle analogie, ma anche per la scoperta di un linguaggio che ha dato parola al conflitto, al sentimento, alla necessità di esprimersi distanziando anche i propri sentimenti da se stesso, per vederli, definiti dalla parola in qualcosa che può sussistere in forma staccata dal vissuto sensoriale, e consentire il giudizio.
A differenza di un film, in cui c’è la scena, l’immagine, il suono, i volti, le suggestioni create dal regista, nel libro la parola detiene un “primo piano” evocativo, sul quale può intervenire il lettore a fare una sua “regia”, con immagini, suoni, volti evocati da lui. L’utilizzazione del testo, specie da parte di ragazzi il cui vocabolario è piuttosto esiguo, consente l’arricchimento del linguaggio attraverso l’apprendimento di una nuova forma espressiva, ampliando di conseguenza il loro orizzonte.
Nella scuola il ragazzo ha contatti con testi di varia natura, a ciò sollecitato dagli insegnanti. Però in questi casi non si stabilisce quel contatto tra il suo mondo, il suo vissuto, e il testo, poiché quanto egli è obbligato a studiare viene sentito come lontano e appartenente alla sfera del dovere, quasi sempre finalizzato ad un apprendimento privo di approfondimento. E’ invece il terapeuta, nel nostro caso, a individuare la lettura adatta da proporre secondo il conflitto del paziente, in modo che si verifichi quel contatto, quell’immedesimazione e quell’interscambio fra il mondo del ragazzo e il mondo del testo che porteranno al cambiamento di Sè.
Sempre a Luciano è stato offerto poi un’ulteriore lettura, con “La saggezza antica”, un testo di Giovanni Reale. Attraverso l’analisi di dieci punti, tra cui il riduzionismo scientifico della ragione, il problema dell’ideologismo, il dilagare della violenza, lo smarrimento del senso della forma e del fine, l’autore realizza un confronto fra le teorie nichiliste o materialiste e la filosofia greca di Platone e Aristotele. Luciano ha letto il libro con attenzione. Mi ha portato dei pezzi di alcuni capitoli, che aveva sottolineato, e lui stesso andava confrontando il suo modo di vedere il mondo, molto più vicino a Nietzsche e a Protagora che con il pensiero di Platone.
Nel dialogo successivo con lui, emerge che in realtà il suo pensiero è condizionato dalla visione del mondo di suo padre, il vero nichilista della storia familiare. Rimane, così, combattuto fra la posizione precedente, in cui si trovava completamente dipendente dal padre e dalla condizione religiosa della madre, fra il nichilismo e la lettura verso un orizzonte più ampio, l’orizzonte che può integrare le contraddizioni.
Nella terapia si crea un nuovo conflitto fra la lealtà alla visione del padre e un indirizzo differente che lo attrae verso il mondo proposto “indirettamente” dal terapeuta, in una prospettiva teleologica in senso ricoeuriano.
La messa in discussione della parola del padre, induce Luciano a provare una sorta di paura che questi muoia; vuole allora essere rassicurato che il padre non morirà, e questa rassicurazione vorrebbe riceverla e dal padre stesso e dal terapeuta. Il padre, davanti alla paura del figlio, risponde: “non ti devi preoccupare, io sono quasi eterno” aumentando ancora di più in Luciano il suo conflitto fra immortalità e la paura della morte. E’ da considerare che nella sua storia di famiglia ci sono stati dei suicidi, uno zio paterno e un cugino, figlio dello stesso zio suicida.
Il lavoro terapeutico si è poi concentrato sull’accettare i limiti della vita, il riconoscere la brevità e la rinuncia al pensiero onnipotente e grandioso del padre. L’uso dei testi non è servito a guarire il paziente, bensì a mettere in risalto certi conflitti e, forse, a intravedere delle possibili uscite dal proprio malessere. Luciano stesso ha trovato un altro libro di Hesse che gli è stato utile: “Dalla Nevrosi si può guarire”, nel quale l’autore racconta la sua lotta interiore con la depressione e come è riuscito a liberarsi.

Data di pubblicazione on line: 30 luglio 2007

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Francisco Mele, psicoanalista , didatta e psicoterapeuta della famiglia, di recente ha pubblicato insieme a Maricla Boggio e Raffaella Bortino “Il disincanto. Le patologie dell’abbondanza”, Roma 2006, Armando.

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