LA CRISI DEL MODELLO AZIENDALE ITALIANO

2009
Pubblicato in CaosInforma 29

La crisi economica è il risultato di una guerra che sta attraversando tutti gli strati sociali in ogni paese; una crisi che è anche un riflesso delle tensioni che viviamo oggi perché nella società moderna si è innestata un’accelerazione, un aumento della competizione di tutti con tutti: è così che il collega di lavoro, in altre occasioni sentito come collaboratore, diventa un nemico da sconfiggere.

La crisi economica attuale rappresenta un’opportunità per modificare il paradigma della violenza propria della guerra economica. Si deve tendere a passare da una logica diadica della competizione all’estremo per una logica triadica dell’etica e del rispetto di una legge più equa che armonizzi il mercato.

Ho scelto tre casi fra i numerosi segnalati sui giornali a partire dai primi mesi del 2009, quando la crisi economica stava crescendo di pericolosità facendo sentire il suo effetto, specie nell’ambito dei posti di lavoro di piccole imprese guidate da imprenditori che attraverso il loro operato avevano creato fonti di produzione di ricchezza e di occupazione.
I casi riportati sono descritti partendo dal lavoro di cui ciascun dirigente era responsabile nei confronti di alcuni dipendenti che avrebbe dovuto licenziare.
Questi dirigenti hanno preferito suicidarsi piuttosto che affrontare quello che ritenevano un disonore, un tradimento della fiducia che le maestranze avevano loro concesso.

Vittima della crisi è un dirigente d’azienda di quarantatre anni di Villorba, in provincia di Treviso. Si è gettato sotto un treno sulla linea Venezia-Bassano del Grappa, a Castello di Godego. A giorni avrebbe dovuto convocare i sindacati per annunciare la cassa integrazione. Il manager non ha lasciato scritti per spiegare il suo gesto, ma chi lo conosce bene non ha dubbi: lo ha ucciso lo stress di queste settimane, le trattative infinite con i rappresentanti sindacali, l’angoscia che la crisi avrebbe annullato l’azienda in cui lavorava.

A Lutrano, un paese non lontano da Treviso, il titolare, di cinquantotto anni, di una falegnameria, azienda di famiglia che porta il nome di suo padre e dei suoi fratelli, si è impiccato in un capannone della ditta. Era ossessionato dall’idea che la crisi che aveva colpito il settore lo costringesse a dover mandare a casa alcuni dei suoi otto dipendenti. Da gennaio gli ordini erano diminuiti: lui aveva perso il sonno, e l’angoscia di non avere alternative ai licenziamenti lo ha spinto al suicidio.

La depressione per la crisi economica ha gettato nel baratro un imprenditore padovano di sessant’anni morto con un colpo di pistola al petto. L’uomo era preoccupato che qualcuno, con cui aveva contratto debiti, potesse far del male ai suoi figli. Vedovo da tempo, iscritto all’albo dei geometri, era riuscito a costruire un’attività affermata. Ma la crisi di questi mesi aveva peggiorato i suoi affari e dopo una domenica pomeriggio trascorsa chino sui conti che non riusciva più a far quadrare, ha puntato la canna della sua Smith&Wesson calibro 40 contro il cuore e ha fatto fuoco.

Fra il manager e i suoi dipendenti si crea un rapporto particolare, che coinvolge la persona: l’azienda, da chi vi lavora, è vissuta come una famiglia; questo aspetto, mentre arricchisce il lavoro dandogli un volto umano, in un momento di crisi economica può portare ad una fragilità in quanti sentono il peso delle responsabilità; esso provoca un forte crollo emotivo da parte di chi vive la situazione di crisi, perché un progetto di vita viene meno, si sfalda. Anche la proiezione di un presente difficile verso un futuro di ricostruzione viene a mancare: ecco allora il gesto estremo, la paura della mancanza di futuro che porta al suicidio.
Tale paura è pericolosa, porta a gesti estremi perché rende vulnerabile l’identità delle persona. La simbiosi con l’azienda, vissuta dal suo titolare come una co-identità tra l’azienda e lui stesso sul piano delle responsabilità e delle decisioni, può causare crolli di personalità, paure difficili da affrontare e da superare, tanto che l’unica soluzione che si prospetta alla persona provata da tale situazione è il suicidio.

In una società in cui si fa fatica a scindere il lavoro, la professione, l’azienda dall’uomo, la crisi economica può portare a profonde crisi depressive. E’ necessaria una distanziazione tra l’Io e il lavoro, per evitare un eccesso di risonanza emotiva. L’uomo deve crearsi degli interessi al di fuori del lavoro, prendendo delle distanze come persona dalle sue responsabilità di lavoro, che occorre siano condivise, altrimenti egli rischia di entrare in uno stato di follia in cui tutto diventa indifferenziato.

La crisi economica è il risultato di una guerra che sta attraversando tutti gli strati sociali in ogni paese; una crisi che è anche un riflesso delle tensioni che viviamo oggi perché nella società moderna si è innestata un’accelerazione, un aumento della competizione di tutti con tutti: è così che il collega di lavoro, in altre occasioni sentito come collaboratore, diventa un nemico da sconfiggere.

E’ necessario creare degli spazi nei quali discutere sulla crisi, affrontare la questione in gruppo per poter trovare in altri degli appoggi, riservarsi momenti di riflessione e soprattutto di condivisione dell’angoscia e della paura del futuro, che si possono affrontare non da soli, perché soltanto dialogando e riflettendo insieme ad altri, tutti

Share on Facebook

I commenti sono chiusi.