LA CLASSE COME COMUNITA DI GIUSTIZIA

La classe come “comunità di giustizia”

DI FRANCISCO MELE

I presupposti dell’attività educativa: a) l’obiettivo dell’educazione morale nella scuola pubblica è stimolare il ragionamento orientato ai principi etici universali; b) il metodo educativo consiste nella discussione collettiva di situazioni dilemmatiche, allo scopo di suscitare in ogni studente confllitti etico-cognitivi; c) l’educatore ha una funzione ‘socratica’; d) i contenuti dell’educazione morale sono i dilemmi morali ipotetici.
La scuola introduce il minore nella tradizione morale della società e nel sistema normativo della stessa. Osserva Kohlberg, ispirandosi a James Dewey ed a Emil Durkheim: “La democrazia educativa consiste nella giustizia fra insegnante e alunno, entrambi membri responsabili della comunità”. La giustizia educativa costituisce un radicale cambiamento nella struttura d’autorità della scuola.
Il metodo di discussione è insufficiente per raggiungere gli obiettivi formativi, di fronte al problema della droga e della micro-criminalità sono necessari interventi immediati e a volte impositivi. Il lavoro dell’insegnante non costituisce soltanto una funzione socratica, ma anche un agente di socializzazione, di fronte a situazioni particolari deve imporre norme e assumere atteggiamenti direttivi tendenti a mantenere una disciplina in classe. Si deve, comunque, rispettare i diritti dei minori e sollecitare la loro partecipazione nell’elaborazione e nella discussione delle regole della classe. L’insegnante ha la possibilità di proporre i valori di giustizia mediante la ragione e non l’imposizione autoritaria.
“La percezione, da parte di ogni studente, di esssere parte attiva nella conduzione del gruppo scolastico consolida il sentimento di responsabilità individuale e sociale e rafforza la coerenza fra i giudizi orientati alla giustizia e la condotta morale”
L’esperienza della comunità di giustizia implica il coinvolgimento di tutte le dimensioni della personalità superando la dicotomia fra la sfera della giustizia e la sfera dell’affettività.
Negli anni ”70 il gruppo di Harvard diretto da Kohlberg in collaborazione con le autorità penintenziarie avviò un progetto per l’istituzione minorile nel Connecticut. L’obiettivo era la rieducazione dei giovani delinquenti soprattutto attraverso lo sviluppo della dimensione etica della personalità; si cercava di suscitare un clima comunitario modificando i rapporti fra detenuti e sorveglianti, promovendo forme di auto-governo e di assunzione democratica delle decisioni.

Ho sperimentato personalmente il lavoro con insegnanti, educatori e studenti, proponendo vari brani di scritti letterari o teatrali tratti da opere che potevano suscitare la discussione morale.
Oltre ai quesiti di Kohlberg, ho proposto il monologo del Giudice, tratto da un testo teatrale, “Spax” di Maricla Boggio. Il Giudice deve decidere se punire o no la giovane nemica che non ha portato a termine un’azione suicida rivolta a far saltare in aria un gruppo di persone, perché avendo visto dei bambini ha rinunciato a quella che considerava la sua missione. Il Giudice, pur consapevole che la ragazza non è colpevole e che i bambini si sono salvati, dovrebbe applicare la legge che deve condannarla; ma la sua coscienza è in crisi.

GIUDICE – Sdoppiato. Contraddizione insolubile.
Anni di studio. Una missione
la giustizia, farla nascere dalle mie mani.
Articoli, commi…La legge. Tutto il sapere ben articolato,
cosa dire, che pena impartire…
Punizioni…aggravanti, attenuanti…
Nessuna responsabilità personale, ma l’orgoglio
del libro sapiente, applicarlo!
E adesso, questo solido libro del sapere
è un ammasso di fogli, impotente
a trovare soluzioni al “caso”.
Bisogno di trovare risposta. Bisogno in me.
Voglio parlarmi, sentire che cosa dice
questa mia persona, senza la stampella della legge dello Stato.
E’ una ragazza a sconvolgere l’ordine costituito,
muro dall’apparenza indistruttibile, argilla secca
crollata in un istante, di fronte alle sue parole
che rivelano verità che tolgono il respiro
tanto sono semplici e incontrastabili.
Voleva farsi saltare in aria per uccidere gente
del nostro popolo, a vendicare gente uccisa dal nostro popolo.
Ha visto dei bambini. Non si è fatta saltare in aria. I bambini vivono.
Ma noi l’abbiamo presa. Per l’intenzione.
L’altro arrivato con lei ha portato a termine il suo impegno.
Non vive più, e non vive gente del nostro popolo.
Quello non possiamo processarlo, non possiamo condannarlo,
non possiamo giustiziarlo. E i nostri sono morti.
La ragazza, è viva… e sono vivi i nostri figli.
Ma lei, l’abbiamo messa in prigione, e forse morirà, odiata
dal nostro popolo e dai suoi, che la disprezzano come una vigliacca.
Dimmi tu, uomo adulto, giudice sereno,
sapiente conoscitore del diritto,
difensore del tuo popolo, padre tenero e severo verso i tuoi figli,
dimmi se la tua giustizia vale ancora, se i tuoi libri
ti offrono appiglio a una risposta che ti dia pace,
Oppure…
Oppure la risposta tu la devi trovare in altri spazi,
che ti creeranno inimicizia e denigrazione.
Sarai messo in crisi,
darai scandalo al tuo stesso popolo e non sarai capito dall’altro popolo che continuerà a valutarti con diffidenza.
Né salverai la ragazza con questa posizione
che la coscienza sta dettandoti malgrado te stesso.
Sarai infelice e solo, in lotta con tutti. E nemmeno lei,
la ragazza, ti sarà riconoscente, perché avrà sospetto
che tu voglia raggirarla.
L’eccezione è accolta con timore
da chi è abituato all’agire comune…

MARICLA BOGGIO, vedere il sito WWW.MARICLABOGGIO.IT

FRANCISCO MELE, ( 2004 ) “Le spie dell’incertezza – famiglia, scuola, istituzioni – la costruzione del Sé allo sbando”, Bulzoni , Roma;

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