IL BAMBINO GETTATO

FRANCISCO MELE
8 Febbraio 2012
Un padre in-affidabile e in-sostenibile

Un uomo di 25 anni, disoccupato, con precedenti penali per spaccio di droga, alle 5 e trenta del mattino, quando Roma si è svegliata tutta imbiaccata di neve, sequestra il figlio di poco più di un anno alla madre ed alla sorella della sua compagna che era ricoverata in ospedale dopo un tentativo di suicidio. L’ennesima lite è causata dalla questione relativa all’affidamento del bambino. L’uomo corre via dalla casa e arrivato al ponte Mazzini getta il figlio giù nel Tevere. Il gesto è stato notato da un funzionario della polizia penitenziaria che transitava in quel luogo e che ha chiamato il 113, i carabinieri sono riusciti a bloccarlo vicino il ponte del Testaccio. L’assassino ha confessato di aver gettato il bambino dal ponte. Sabato 4 febbraio 2012.

La lettura del fatto mette in evidenza tre livelli di analisi.

Il primo livello riguarda la guerra quotidiana nell’ambito della famiglia e nel contesto sociale. Secondo la teoria della polemologia familiare, la famiglia oggi è quanto mai bersagliata dalle crisi sociali, politiche ed economiche. Tale stato di cose si esprime all’interno dell’istituzione famiglia che soffre della crisi di un ordine gerarchico – mediatore interno – e della carenza di strutture esterne della comunità – scuola chiesa, famiglia allargata – e non può quindi da sola neutralizzare la violenza, che facilmente degenera coinvolgendo tutti i suoi membri.
L’ordine gerarchico è il riconoscimento delle funzioni paterna, materna e filiale. L’ordine gerarchico è l’appartenenza in pieno all’ordine simbolico, si tratta del riconoscimento come persone di ciascuno da parte di un altro o di altri; l’articolazione dell’ordine simbolico presuppone il passaggio di un essere vivente a un essere riconosciuto come soggetto di diritto – diritto alla vita, allo studio, al lavoro; il soggetto nella dimensione del diritto è un individuo assoggettato alle leggi giuridiche e alle norme morali; il soggetto deve anche essere riconosciuto come soggetto politico: capace di scegliere e di decidere un proprio progetto di vita.
Riguardo alla funzione paterna, il padre dovrebbe essere in grado di esercitare il suo ruolo di padre, di educatore, senza essere bloccato da lotte intestine tra marito e moglie. Tanti casi di padri che ad ogni azione educativa corrisponde una contro-azione neutralizzante da parte della moglie, la suocera o altre figure significative all’interno della famiglia. La moglie-madre si sente in diritto di essere soltanto lei a imporre un ordine educativo al figlio. Il risultato di tali azioni e contro-azione è un figlio incapace di organizzare un proprio percorso di vita. Il gioco bloccante delle lotte intestine a livello familiare, può avvenire anche nei confronti della madre da parte del padre o della sua famiglia d’origine.

Il secondo livello riguarda il padre che, generando un figlio, è incapace di proteggerlo dalla sua ira e colpisce la compagna privandola della sua posizione di madre. Questo padre non riesce a capire la sua condizione a distanziarsene in modo da poter sostenere la sua funzione di padre. Non riconosce il figlio come un altro da sé, ma lo vive come un oggetto di prolungamento dalla madre e da sé, di cui si sente proprietario con il diritto di farne ciò che vuole, quindi anche di ucciderlo.

Il terzo livello riguarda l’affidamento a cui vorrebbe avere diritto, mentre è incapace di gestire la violenza nei confronti di chi si è assunto tale compito, in attesa di una sentenza in merito. Nella lotta intra familiare, si dimentica che il bambino è la persona che deve essere per prima tutelato; prevale invece la ragione di parte della lotta, in questo caso dell’uomo contro la famiglia della compagna, perdendosi di vista quindi, l’oggetto della contesa, il bambino.
Paradossalmente, questo padre porta via il bambino alle due donne della famiglia della sua compagna e, pur di non farlo tenere da loro, se ne priva anche lui, cancellando così anche la sua condizione di padre. Se l’uomo uccidesse la compagna, questa cesserebbe di soffrire en non avrebbe per sé il bambino; uccidendo il bambino, lascia alla donna un senso di colpa irreparabilmente incancellabile.
Sarebbe da conoscere la situazione della famiglia dell’uomo; se è stato lui ad agire singolarmente, oppure ha agito anche per quelli della sua famiglia d’origine, anche loro determinati a pretendere l’affidamento del bambino.
La metafora può esprimersi secondo questa domanda: come si potrebbe attribuire un affidamento ad un soggetto che a sua volta non è affidabile?
Il racconto ancora incompleto da parte di alcuni testimoni, segnala che l’uomo portava con se il bambino, al vedere l’agente penitenziario lo butta dal ponte. Aveva gridato “Io sono Dio”. Con la droga l’individuo passa da sentirsi come un piccolo “verme” a Dio. Sorpreso dalla guardia penitenziaria butta “l’oggetto che lo incriminerebbe”, tutto si muove in un triangolo delineato dalla legge, Regina Coeli, la guardia penitenziaria, il corpo del reato. La droga le fa sentire di essere sopra la legge, dopo di ché di quella legge ne ha bisogno, non riesce a scappare, rimane nei presidi del territorio della legge ai fini di sentirsi riconosciuto. Ognuno ha bisogno di essere riconosciuto. Gli ordini di riconoscimenti sono i luoghi in cui il soggetto acquista una sua identità, in questo caso quello dell’assassino, commette il delitto davanti agli occhi della legge. Secondo la mia teoria, la droga si colloca come una strategia di sopravvivenza. A differenza di tanti altri casi di omicidi in famiglia che finiscono con il suicidio, qui, l’autore del tragico crimine rimane in vita, tutto si è giocato in un mondo immaginario dove i confini, le differenziazioni vengono cancellati. Non c’è spazio per la coscienza morale, soprattutto si verifica un’altra forma di Disturbo etico di personalità, inteso come il blocco del meccanismo simpatetico che permette di percepire la sofferenza dell’altro, in questo caso della sua compagna, della nonna e zia del bambino, e soprattutto l’assassino non riesce a percepire che nei suoi bracci porta una creatura vivente, una persona. Il figlio-amico diventa nemico e ostacolo da eliminare davanti agli occhi di quella legge di cui lui ha bisogno per essere qualcuno. Da adesso in poi, l’uomo di 25 anni, sarà qualcuno, un figlicida. In questa condizione si troverà con il massimo della pena da parte della Giustizia, ma si troverà isolato all’interno del carcere, non sveglierà nessuna pietà negli altri detenuti. Nella dura legge del carcere non avrà nessun perdono, nessuna solidarietà da parte di delinquenti, assassini, rapinatori ecc. Il figlicida come il pedofilo non ha scampo, non appartiene al mondo criminale “ufficiale”.

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