IDENTITA’ E RICONOSCIMENTO

La teoria del riconoscimento

FRANCISCO MELE

Charles Taylor sostiene che esiste un legame fra riconoscimento e identità. La nostra identità è plasmata in parte dal riconoscimento o dal mancato riconoscimento o, spesso, da un misconoscimento da parte di altre persone, per cui un individuo o un gruppo possono subire un danno reale se le persone o una società che lo circondano gli rimandano una immagine di sé che lo umilia; il non riconoscimento è una forma di oppressione che imprigiona una persona in un modo di vivere impoverito.
Il concetto di riconoscimento si è sviluppato soprattutto alla fine del settecento, quando è avvenuta una svolta della soggettività. In questo periodo, soprattutto a partire da Rousseau, l’identità riguarda l’interiorità, scoprire l’io che è in me stesso, ascoltare la voce interiore della propria coscienza; questo incontro con se stesso va verso un ideale dell’autenticità; questo ideale è legato al senso morale, che permette ad una persona di percepire la differenza fra il giusto e l’ingiusto.
Chi ha contribuito allo sviluppo di questo nuovo concetto dell’identità è stato lo studioso Johan G. Herder; egli sostiene che ognuno di noi ha un modo originale di essere uomo, ogni persona ha una sua misura. Anche nel campo delle scoperte scientifiche il fatto che il dna di ogni individuo sia assolutamente legato alla persona e si differenzi per ognuno degli uomini esistenti è in un certo senso la conferma sul piano delle verifiche scientifiche di questa intuizione avuta in precedenza da un filosofo.
Questa lettura della diversità può essere interpretata come la chiamata a vivere una vita individualmente personale, non imitando quella di nessun altro. Il modello della mia vita è da ricercare in me stesso. Essere fedele a me stesso significa essere fedele alla mia “originalità”. Anche un popolo è originale come portatore di una propria cultura, quindi si è fedeli a se stessi e si è fedeli al proprio popolo.
Nelle società precedenti il settecento, l’identità era stabilita dalla posizione sociale, dalla funzione o dall’attività che accompagnava tale funzione; ma questa concezione di Herder risulta monologica, perché l’essere umano è fondamentalmente dialogico. In realtà la nostra identità si costruisce in un complesso contesto in cui intervengono sostanzialmente quattro elementi che sono: il soggetto, l’altro, gli altri e il sistema simbolico – il linguaggio, la cultura, la tradizione – della quale queste persone sono “incluse”. L’altro significativo è tale se viene inserito e riconosciuto in un sistema simbolico, ossia una padre diventa significativo non per il processo biologico della paternità ma in quanto deve essere riconosciuto – sostiene Jacques Lacan – dal discorso materno. Gli altri e il sistema simbolico: in questa rete simbolica il figlio viene a sua volta inserito nel sistema familiare e sociale; non basta che ci sia un altro a riconoscere una persona, è necessario che questo riconoscimento venga leggittimato dal contesto simbolico in cui le persone occupano posizioni diverse e significative; la nostra identità si costruisce con gli altri; noi siamo coautori della nostra propria storia; definiamo la nostra identità dialogando e qualche volta lottando con gli aspetti che gli altri vogliono vedere in noi; tale dialogicità è stata esplorata da Bachtin in Dostoevskij. L’identità prodotta interiormente non fruisce di un riconoscimento a priori venuto dall’altro, deve conquistarselo attraverso uno scambio con la società e può non riuscire in questo tentativo. Il riconoscimento si ottiene su due livelli, la sfera intima in cui gli altri significativi – famiglia, amici – giocano un ruolo importante, ma limitato all’ambito del privato, e la sfera pubblica – mondo del lavoro, degli studi, della politica -, dove gli altri svolgono una funzione di riconoscimento esterno, riscontrabile attraverso cariche, apporto economico e prestigio sociale.

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