Etica e giustizia

Locandina Aracne, libro

Con il prof. Catelani 2016Problemi giuridici della società contemporanea

Francisco Mele

sul libro del costituzionalista Alessandro Catelani

 24 giugno 2016, FUIS, p. Augusto Imperatore 4

Il diritto senza l’orizzonte etico è fonte d’arbitrio. L’etica senza un’articolazione nel diritto è cieca.

Dobbiamo tener conto del vissuto di questi ragazzi che ha a che vedere con l’istituzione scuola ma anche del rapporto con il mondo.

Vorrei portare una mia esperienza in merito.

Anni fa ho fatto una ricerca sulla coscienza morale dei ragazzi, quella dei professori e anche sulla coscienza morale dei genitori.

La ricerca ha coinvolto più di 1200 ragazzi, 220 famiglie e una cinquantina di insegnanti: ho dovuto constatare attraverso il risultato che la coscienza morale dei genitori era più bassa di quella dei figli. Un caso particolarmente triste è stato quello di un ragazzo che aveva investito una donna con la moto: ero presente quando il rettore stava cercando di capire perché il ragazzo aveva compiuto questo gesto gravissimo senza tener conto del danno alla persona, e arriva la madre che si getta con una rabbia e una violenza incredibili contro il rettore urlando: Come mai lei critica mio figlio? Che ha fatto? ha investito una zingara,!: per quella madre la zingara non era un essere umano!

Credo che questi siano gli argomenti che ci toccano tutti i giorni nell’ambito della giustizia e in rapporto alla persona, in riferimento quindi al tema del diritto.

Come psicoanalista ho dialogato sempre con il diritto, perché in particolare nella filosofia del diritto risiede la filosofia dell’uomo. Ognuno di noi si pone di fronte alla legge; ogni spazio della nostra vita è intessuta di diritto, per cui pensare che ci sia uno spazio libero totalmente dal diritto, rappresenta la convinzione che possa esistere una situazione perversa nella quale io posso agire impunemente senza considerare la legge.

Secondo Lacan la psicopatologia viene organizzata in funzione del rapporto che ha il soggetto nei confronti della Legge. Ad esempio, il soggetto perverso è colui che sapendo che esiste la Legge agisce in funzione del suo impulso-godimento di trasgressione di tale Legge. Il soggetto che appartiene all’area psicotica, invece, agisce con un atteggiamento nel quale la Legge viene annullata perché il meccanismo psicologico di base è il rifiuto. Per il soggetto nevrotico, invece, la Legge esiste in due modalità prevalenti, quella ossessiva in cui il soggetto si pone in modo totale dal lato della Legge o al servizio di essa, che può portare in alcuni casi a comportamenti eccessivi nel voler far rispettare la Legge. La personalità isterica vive in conflitto fra rispettare o trasgredire la norma a differenza del perverso, prevale il senso di colpa.

A sua volta, Jacques Lacan parla di quattro discorsi: il discorso del padre o del padrone, il discorso universitario – che riguarda il discorso burocratico e il discorso istituzionale -, il discorso dell’isterico, il discorso dell’analista.

Qui mi fermerei sul discorso del padre. Il discorso del padre è importante perché oggi ci troviamo a constatare che il padre, nelle sue funzioni di giudice, politico, professore ecc. in realtà non è il rappresentante della legge, ma crede di essere la legge. Il padre si crede – lui – non il rappresentante della legge, ad esempio all’interno della famiglia, per cui può commettere anche abusi o maltrattamenti alla moglie o ai figli, come succedeva nel diritto romano, in cui il padre aveva diritto di vita e di morte sull’intera famiglia: quando il padre si considera lui stesso la legge, ci si trova dinanzi all’arbitrarietà dei comportamenti. Altrettanto accade anche quando il giudice, crede di essere lui stesso la legge, non il rappresentante della legge.

Il concetto di rappresentante è importante, esso viene molto trattato nel libro del professor Catelani. In riferimento a tale tema, rifletto che il popolo che viene rappresentato, nel momento in cui viene rappresentato scegliendo il suo rappresentante, scompare: il popolo cioè scompare nel momento della sua rappresentazione. Roberto Esposito fa un’analisi interessante sul fatto che, nel momento in cui viene rappresentato, il popolo scompare: il popolo cioè diventa moltitudine. In che momento la moltitudine diventa popolo o il popolo diventa moltitudine? Moltitudine significa che l’insieme delle persone in oggetto scompare come popolo. E qui è importante, perché abbiamo un popolo dell’Europa: quello che è successo ieri – la Brexit – attacca un concetto fondamentale che è la costruzione dell’identità europea. Oggi ciascuno di noi può dire “Sono italiano”, mentre cento anni fa chi diceva “Io sono italiano”? Ciascuno sentiva di identificarsi con il luogo in cui era nato. Riuscire a dire “Io italiano” significa che ho interiorizzato, costruito la mia identità in funzione dell’Italia come complesso delle sue regioni. Ma oggi posso dire “Io sono europeo” rispetto all’insieme degli stati di cui l’Europa è composta?

Credo che quello che è accaduto ieri sia il risultato di forze contrapposte e centrifughe che stanno portando a una crisi di identità dell’Europa. che è collegata anche a una rivendicazione di identità che sta venendo dalla lotta dall’Isis, che è soprattutto un attacco all’identità europea. Noi ci sentiamo minacciati dal punto di vista culturale, politico, economico e anche a livello del territorio. Sull’accoglienza di alcuni popoli fra i migranti, sull’incognita di quali intenzioni abbiano se collegati alle forze dell’Isis, questi interrogativi risvegliano una serie di paure che sono antichissime.

Il diritto è l’istituzione più adatto a mediare il conflitto sociale, e avrebbe la capacità di pacificare il conflitto, o almeno di gestirlo. La teoria del conflitto implica che continuamente siamo in conflitto, continuamente siamo in guerra.

Allora se tutto il corpus sociale vive continuamente il conflitto, come si gestisce il conflitto? Uno degli strumenti che abbiamo per gestire il conflitto è il diritto. Per questo è fondamentale il diritto. Il problema è che c’è stata dagli anni Settanta in poi la critica al padre, l’uccisione del padre, l’uccisione della legge, c’è stata tutta la demolizione di una struttura vissuta come autoritaria, senza pensare che in questo modo abbiamo buttato – come si suol dire – l’acqua insieme al bambino, e abbiamo cercato di cancellare quello che rimaneva del diritto insieme quello che si buttava.

Invece qui siamo arrivati al punto di ritenere che si possa vivere senza diritto o ai margini del diritto. Tornando al tema del diritto credo che importante è un’altra considerazione. Seguo molto un autore, Paul Ricoeur un filosofo che tratta la triade dell’etica della personalità, che riguarda la stima di sé, il rapporto con l’altro all’interno delle istituzioni giuste. Ed è all’interno delle istituzioni che succede ogni genere di ingiustizia, per questo il diritto all’interno delle istituzioni è importante. Cosa succede all’interno delle istituzioni? Tutte lee ingiustizie di questo mondo accadono all’interno delle istituzioni; la gente si ammala nelle istituzioni. Noi vediamo che, ad esempio, con la crisi economica dal 2008 in avanti, la quantità di manager che si sono suicidati all’interno delle loro imprese in Italia e soprattutto in Francia; si sono suicidati dei proprietari e dei direttori a diversi livelli. Ciò significa che all’interno delle istituzioni si verifica una violenza tutti i giorni. E in quel campo, della violenza all’interno delle istituzioni, che parola ha il diritto?, quale discorso può fare il diritto? Questa è una domanda che faccio anche al professor Catelani, dato che l’ultimo capitolo del suo libro riguarda soprattutto le istituzioni, come ad esempio quelle relative alla scuola, da me richiamate. Il diritto può entrare in quello spazio fra il privato e il pubblico, che Agamben chiama la stasis, che non riguarda solo l’individuo o il sociale, ma è uno spazio intermedio segnato dal conflitto costante, conosciuto anche come “la guerra civile”. Quello spazio del conflitto si verifica tutti i giorni all’interno delle istituzioni. Stranamente tantissimi ragazzi non vogliono far parte delle istituzioni; essi rimangono fuori dalle istituzioni, non vogliono andare a scuola, rifiutano l’organizzazione istituzionale, come la scuola che è la prima forma di istituzionalizzazione a cui si trovano di fronte e che precede altre, come il lavoro e varie altre forme di aggregazione politica, sindacale ecc.: essi in sostanza rifiutano di entrare in un sistema di diritto.

C’è qualcosa in cui questi ragazzi si sentono rifiutati dalle organizzazioni, se ne sentono esclusi. Allora come avviciniamo questi ragazzi che vivono fuori dalle istituzioni? Credo che questo sia un problema da considerare.

Un altro tema che si dovrà presto affrontare riguarda, a mio parere, il diritto che relativo al mondo del web. Come il mondo web influisce e contribuisce o decostruisce la formazione dell’identità di un ragazzo di oggi? Che effetto produce il discorso del web sulla personalità di un ragazzo, di un giovane che è nato in questo contesto? Noi ancora abbiamo un doppio binario, il discorso di un’identità che era pre-web. Questi ragazzi sono nati nel web, come facciamo noi a dialogare con loro? L’altro problema che si pone è come uscire da sé attraverso il web e come tornare a sé: se io non so come tornare a me stesso, perdo la mia identità. E credo che questa sia una delle funzioni che dovrà compiere il futuro educatore e il genitore. Come aiutare i ragazzi a tornare a sé quando sono “partiti con il web”. Dov’è la tua patria, dov’è il tuo terreno, dov’è la tua radice?

Tocco ancora la scuola perché essa è trattata nell’ultimo capitolo del professor Catelani, tema che mi riguarda con particolare interesse per questo lavoro che abbiamo fatto nelle scuole, di cui ho fatto cenno prima.

Uno degli argomenti su cui ho insistito in quanto riguardava i ragazzi era il tema della giustizia, perché mi sono reso conto che la scuola è l’unico luogo dove si può comprendere il concetto di giustizia. In famiglia non esiste il concetto di giustizia: c’è l’emotività fra i membri della famiglia, non c’è la possibilità della terzietà, mentre una delle prerogative essenziali della giustizia è la terzietà. Il rapporto con il Terzo, il bambino – il giovane – può averlo nel mondo della scuola, la scuola è il luogo dove si può acquisire il concetto di giustizia. È importante, questo di portare di nuovo nella scuola la riflessione della sua funzione, che non è soltanto il fatto di andarvi a imparare delle materie, perché oggi i ragazzi potrebbero imparare anche diversamente. Il processo di socializzazione, il senso di giustizia a livello soggettivo e oggettivo vanno considerati.

La domanda – una domanda triadica che io facevo partendo dal filosofo politico John Rawles– era: Quando ti poni davanti a un atto ingiusto contro di te, come reagisci? Poi ancora: Come reagisci quando un altro commette un’ingiustizia a un terzo e se ti rendi conto di quando tu sei ingiusto con gli altri.

Credo che una riflessione sulla giustizia nelle scuole possa essere un elemento importante per la formazione dei giovani. Questo libro potrebbe aprire diversi campi di indagine, per cui si potrebbero creare dei gruppi di discussione, coinvolgendo genitori, professori e ragazzi.

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