DELITTO IN TEMPO DI FACEBOOK

FRANCISCO MELE

Il delitto avviene all’interno del contesto dei social networks, in particolare di facebook: tutto un mondo del quale non conosciamo le conseguenze pratiche circa l’uso di tale mezzo. Questo delitto si è costruito intorno a facebook.

L’uccisione di Carmela costituisce il centounesimo “femminicidio” del 2012. La polemologia del quotidiano che si materializza in ambito familiare si presenta come l’eruzione di un vulcano affettivo senza argini, una vera emergenza dei sentimenti.

Il delitto avviene all’interno del contesto dei social networks, in particolare di facebook: tutto un mondo del quale non conosciamo le conseguenze pratiche circa l’uso di tale mezzo. Questo delitto si è costruito intorno a facebook.

Lucia e Samuele si erano conosciuti attraverso facebook.

Appartenevano a livelli sociali differenti: lei, figlia di un funzionario della Corte dei Conti, con sua sorella Carmela studiava in uno dei licei più esclusivi di Palermo; lui, dopo il diploma di scuola tecnica, faceva saltuariamente il barista.

I sostenitori del sistema di comunicazione internet affermano che facebook è uno strumento veramente democratico, perché nel processo di comunicazione web scompaiono le distanze, non soltanto relative allo spazio ma soprattutto in quanto le persone, indipendentemente dalla loro condizione culturale, economica, di gruppo ecc. comunicano attraverso i messaggi che si mandano reciprocamente. Ma nel “faccia a faccia” che inevitabilmente a un certo punto deve verificarsi se i fruitori intendono approfondire un rapporto, le differenze fra i due soggetti – o gruppi – vengono alla luce.
Forse Lucia, dopo qualche incontro, si rende conto della distanza culturale che la separa da Samuele. Il conflitto del rapporto reale ha messo in crisi quello appagante del virtuale. Lucia ritorna a pensare di rimettersi nuovamente con un suo “ex”. Samuele conosce la password del suo facebook, – poteva entrare quando voleva nella vita di lei – e scopre che la ragazza invia messaggi al ragazzo di prima. A un certo punto Samuele viene a sapere che circolano delle foto di Lucia che si bacia con questo rivale. Il delitto nasce all’interno di un sistema triadico – Lucia e i due ragazzi – : Samuele non sopporta di essere stato lasciato, ma soprattutto non può tollerare di vedere Lucia riannodare il rapporto con un uomo che stava con lei prima di lui.
Una lettura triadica mette in risalto il problema del desiderio. Secondo René Girard si desidera di occupare il posto dell’altro, di possedere l’oggetto desiderato dall’altro. In questa triade l’“ex” diventa l’ostacolo al possesso di Lucia, oggetto conteso: si tratta di una triade dell’invidia. Ma al tempo stesso si attiva anche la triade della gelosia. Colui che una volta stava con Lucia, si è di nuovo appropriato di quel posto, spodestando lui. Perché, allora, Samuele non uccide il rivale? Perché, uccidendo Lucia, si realizza il suo desiderio più forte, che supera quello del possesso dell’oggetto-Lucia ( che perderà), quello cioè di vedere soffrire il rivale.
La comprensione di tale situazione si fonda su di una figura geometrica triangolare, in cui si verifica una sorta di circolazione della corrente affettiva all’interno dei tre soggetti-oggetti. In questa triade, chi viene punito è un quarto elemento, apparentemente esterno: chi muore è Carmela, la sorella. Non sappiamo come si muova il desiderio, si possono soltanto fare delle ipotesi, che non sono mai del tutto definibili e circoscrivibili rispetto all’animo umano. Perché Carmela si intromette in modo così deciso, per difendere la sorella? Si sente defraudata di un affetto esclusivo fortissimo che la lega alla sorella maggiore? Perché Samuele si rivolta contro di lei con tale violenza da ridurla in fin di vita, abbandonando per un momento di scatenarsi contro la donna che lo ha tradito? Si sente forse a sua volta defraudato da un rapporto esclusivo nei confronti di Lucia da parte di Carmela che, al di là di un rapporto erotico, lo supera in importanza? La morte di Carmela getta un’ombra di dolore irreparabile su entrambi i superstiti. Lucia si sentirà per sempre in colpa per quella morte, determinata dalla difesa a lei; al tempo stesso proverà odio per Samuele che le ha ucciso la persona che ha sacrificato la sua vita per lei. A sua volta Samuele, oltre al fatto di essere colpevole di un delitto, come avrebbe potuto essere uccidendo Lucia, avrà da parte di questa un odio che impedirà una riconciliazione.

Sono da considerare due aspetti nel contesto di questo caso.
Uno riguarda le parole che il padre di Lucia pronuncia dopo che è avvenuto il delitto, e quelle della madre a seguire il commento del marito.
L’altro aspetto riguarda la reazione della madre di Samuele.
I genitori di Lucia non sapevano della storia che la figlia aveva intrecciato attraverso facebook.
Il padre, subito dopo il delitto, dice: “ Che cosa voleva quel ragazzo dalla nostra Lucia? Perché ci ha fatto questo?”.
La madre dice: “Le mie figlie stavano sempre chiuse nella loro camera a studiare. Uscivano pochissime volte. (…) Ma che cosa deve fare un genitore per proteggere i propri ragazzi?”.
La madre di Samuele, al Giornale di Sicilia, dice: “Mio figlio è un bravo ragazzo. Giornali e televisioni lo hanno definito un killer, ma non è così, non è un mostro. La nostra è una famiglia perbene”. Aggiunge comunque: “Siamo profondamente addolorati per quello che è successo. Un’esistenza è stata spezzata e non so che cosa darei per riportare in vita quella ragazza”.

L’omicida è andato a casa delle ragazze armato di un lungo coltello.
Le ha aspettate sotto il portone e ha cominciato a colpire Lucia. Carmela ha tentato di difendere la sorella e nel tentativo di allontanarla dai colpi del giovane, è stata colpita lei, con maggiore gravità della sorella, morendo poco dopo. Lucia ha chiamato con il cellulare i carabinieri mentre Samuele fuggiva.

Da questa storia emergono alcune riflessioni. I genitori non sono in grado di fornire ai figli una educazione per dar loro degli strumenti tali da consentir loro di affrontare i rischi dell’esistenza di oggi, da una parte; dall’altra non riescono a fornire ai figli dei principi tali da renderli responsabili dei loro comportamenti. Dicendo: “Mio figlio non è un mostro”, la madre automaticamente si sostituisce alla legge e alla giustizia.

Non si tratta di accusare la famiglia come totale responsabile del comportamento dei figli. Nella loro educazione entrano in gioco numerosi altri fattori non sempre metabolizzabili dal punto di vista morale ed etico. Nella costruzione dell’identità di un soggetto, internet è l’ultima grande rivoluzione che ha portato il mondo in casa. La vera sfida per ognuno di noi è di poter discernere fra tutto il materiale che arriva quello che vale la pena di conservare. La fragile identità di un adolescente si trova in balìa di innumerevoli informazioni, pensieri, indicazioni, imposizioni, lusinghe fra cui è difficile differenziare il bello dal brutto, il giusto dall’ingiusto, il vero dal falso. Da qui la necessità di differenziare l’identita webizzata da un’identità capace di entrare nel mondo web e tornare a sé senza perdere la propria posizione.

L’altro elemento che riguarda i genitori è che essi non conoscono realmente che tipo di vita conducano i figli, le loro frequentazioni, i nuovi modi di comunicazione e di scambi che essi instaurano attraverso le vari forme di comunicazione di internet, facebook ecc.

Nell’attuale società, ci si pone la domanda: chi è oggi in condizione di insegnare a riconoscere e a gestire i sentimenti, sviluppare un’etica del comportamento che tenga conto dell’altro.
Nel caso specifico qui segnalato, la vittima finale del comportamento delittuoso è stata Carmela, che non era l’obbiettivo esplicito dell’assassino. Ma la ragazza ha agito mettendosi nel posto dell’altra, sentendo come fosse ingiusta l’azione della quale doveva essere oggetto. Carmela ha dimostrato con questo gesto uno sviluppo della coscienza morale, che si esprime attraverso una partecipazione alla situazione di chi viene offeso dal comportamento altrui.
La maturazione della coscienza morale non riguarda l’età di un individuo; può esistere in un giovane e mancare a un individuo maturo.
Da che cosa dipende la sua presenza, e come la si può sollecitare per far sì che essa non appartenga a pochi, considerati eroici?
La coscienza morale la si apprende attraverso il rapporto con figure significative che inducono un individuo ancora in giovane età a considerare gli altri con rispetto e non come ostacolo o oggetto di manipolazione.
Messo a contatto con persone che possano fargli vedere la possibilità – e l’esigenza – di comportamenti che tengano conto della presenza di altri a cui rapportarsi con le stesse modalità con cui si vuole essere considerati – e quindi con giustizia e non prevaricazione – l’individuo in età giovanile – quando quindi è in grado di apprendere con maggior facilità e di assorbire dei modelli ( anche purtroppo a rischio di seguire esempi negativi) può formarsi una coscienza morale.
Anche la lettura di grandi testi dell’umanità possono supplire alla carenza di maestri in vita a cui affiancarsi.
Il soggetto, in un momento della vita agli inizi dell’entrata nel mondo sul piano della consapevolezza, opera una scelta esistenziale di fondo, che determinerà tutta la sua esistenza successiva; a questa si aggiungeranno gradualmente altre scelte, che si indirizzeranno alla primaria, fondamentale per l’operato del soggetto e per le sue finalità.

Sono due, essenzialmente, le scelte di fronte a cui si trova un soggetto.
Aderire alla logica del calcolo – per cui l’altro è un mezzo per i propri scopi -, oppure alla logica per cui le ragioni dell’altro sono rispettate, al punto di porsi nella sua situazione, comprendendola e condividendola.
Partendo da questa scelta esistenziale, il soggetto sviluppa una coscienza critica, che si manifesta attraverso una maturità morale, oppure può scegliere quella morale di tipo patologico che si può definire “deficit etico di personalità”: esso riguarda l’incapacità del soggetto di mettersi al posto dell’altro o di rendersi conto dell’effetto della propria azione nei confronti dell’altro. Questo genere di comportamento può essere modificato attraverso una terapia, l’educazione, i principi religiosi e spirituali e così via. Diversamente, non volendo modificarsi, il soggetto che presenta tale disturbo etico di personalità ne svilupperà l’intero percorso: il soggetto è consapevole del suo comportamento criminale – ne è quindi responsabile -, ma decide di continuare a comportarsi in tal modo, ignorando le regole etiche, morali e della giustizia.

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