DARE LA PAROLA ALL’ALTRO

FRANCISCO MELE
1997

Dal punto di vista terapeutico si tratta di mantenere la promessa che in quel luogo avverrà un cambiamento, non sul piano della fisicità ma sul piano della memoria, dell’identità o della trasformazione dell’aspettativa del soggetto.

Il concetto di Chöra, che Derrida prende dal “Timeo” di Platone, pone alcune questioni riguardo al ruolo e al luogo occupati dall’operatore.
Secondo la linea tracciata da Derrida, l’operatore deve uscire dalla dialettica mythos/logos; deve spostarsi verso un terzo luogo: il senza-luogo, la Chöra. La Chöra è più situante che situata, lontana dall’opposizione attivo/passivo. Nel “Timeo” viene tradotta come “madre”, “nutrice”, “ricettacolo”, “porta-impronta”; ma non possiede niente e non è possessiva. Il concetto di “Chöra” ha un valore polisemico. “Chöra” riceve, per dare loro luogo, tutte le determinazioni, ma non ne possiede alcuna in proprio. Dare luogo non rinvia ad un soggetto donatore, supporto o origine di qualche cosa che verrebbe ad essere donata a qualcuno.
La Chöra fa riferimento all’apertura di un luogo in cui tutto verrebbe a prendere posizione e a riflettersi, perché ci sono delle immagini che vi si inscrivono.
Il luogo non è un “qui” empirico – prosegue Derrida citando Heidegger -; il luogo non è la prossimità data, ma la promessa . In “quel” luogo viene promessa la cura; quel luogo viene chiamato dai pazienti “l’ultima spiaggia”, ma come la terra promessa esso non viene mai raggiunto, perché nessuno guarisce mai totalmente della ferita originaria del soggetto umano.
Dal punto di vista terapeutico si tratta di mantenere la promessa che in quel luogo avverrà un cambiamento, non sul piano della fisicità ma sul piano della memoria, dell’identità o della trasformazione dell’aspettativa del soggetto.
Freud aveva elaborato il concetto di transfert: l’analista sarebbe investito dal soggetto in cura di un ruolo, che va oltre a quello fissato dalla professione. Attraverso il transfert l’analista occupa il posto del padre, dell’amante, del perturbante portatore di angosce infantili .
La Chöra è anche una difesa dal discorso politico e dal discorso del potere che regolano la distribuzione dei luoghi e dei riconoscimenti.
Il ruolo dell’operatore è lontano da una funzione del potere e quindi della politica; ma è anche lontano dalla figura del filosofo hegeliano, che impersona il “sapere assoluto”; l’operatore non occupa nessun posto e non conosce tutto quello che il soggetto in cura gli attribuisce. Come può un operatore uscire da questa dialettica del potere e del sapere senza perdere la sua condizione di uomo, che viene definita in funzione della triade del potere, del volere e del valere ? E’ possibile che l’operatore – come il sacerdote -, nel rituale della terapia acquisti una funzione e un luogo che non appartengono alla fisicità?
Come può lo spazio terapeutico diventare il luogo del riconoscimento senza costituirsi come luogo di potere? Il ruolo del terapeuta, così come quello dell’educatore, è di saper entrare nella vita dell’altro e poi di saperne uscire senza lasciarvi un’impronta così determinante da far divenire una sorta di sua copia il soggetto in cura.
“Voi soli – dice Socrate ai filosofi e ai politici – avete luogo e potete dire al tempo stesso il luogo e il non luogo della verità; ecco perché vi restituisco la parola. Dare la parola all’altro significa dire: avete luogo, abbiate luogo, venite” .
Il ruolo dell’operatore è quello di rimettere la parola in movimento. Quando il soggetto riprende l’uso della parola, diventa protagonista e quindi capace di lasciare tracce di sé. Attraverso l’azione dell’operatore – che “sa parlare e sa tacere quando è necessario”, secondo la formula di Socrate nel “Fedro” – la parola che è bloccata nel sintomo, viene rimessa in circolazione . Dice Socrate:

“Così è in effetti, o caro Fedro, ma molto più bello diventa l’impegno su queste cose, credo, quando si faccia uso dell’arte dialettica e con essa, prendendo un’anima adatta, si piantino e si seminino discorsi con conoscenza, che siano capaci di venire in soccorso a sé e a chi li ha piantati, che non restino privi di frutto, ma portino seme, dal quale nascano anche in altri uomini altri discorsi, che siano capaci di rendere questo seme immortale e che facciano felice chi lo possiede, nella misura più grande che all’uomo sia possibile” .

La funzione dell’operatore è quella di dare la parola all’altro, azione compiuta da un luogo che è un non-luogo – la chöra -, ma rende possibile che l’altro si situi in un luogo.
Socrate finge di porsi egli stesso come simulacro tra i sofisti per combatterli con le loro stesse armi, fino a rendere evidente l’inconsistenza del loro pensiero. La stessa cosa pone in atto l’operatore quando strategicamente asseconda i pensieri del soggetto in cura, al fine di mettersi in contatto con lui, senza per questo perdere la sua posizione.

Per definire la funzione dell’operatore si può utilizzare il metodo della teologia negativa: Dio viene definito per quello che non è e non per i suoi attributi positivi. L’iniziatore della filosofia tedesca, il Maestro Eckart, riprende la differenza tra Dio e la divinità :

“Dio e la deità sono tanto differenti tra loro quanto il cielo e la terra…Dio opera, la deità non ha nulla da operare, non c’è operazione in essa, non ha mai progettato alcuna operazione” .

Che cosa opera nella terapia? E’ la persona dell’operatore?, la cornice teorica?, il contesto come luogo? Si può misurare l’effetto della funzione terapeutica come si può misurare l’effetto di un antibiotico?
Secondo il percorso che vado sviluppando è la “parola piena” in Lacan o la “metafora viva” in Ricoeur ad operare, se l’una o l’altra riesce a trovare il tempo ed il terreno adatto. Ma la Parola non appartiene all’operatore né al soggetto in cura. Allo stesso modo che nello spazio del sacro è possibile ascoltare la “parola di Dio”, lo spazio terapeutico si pone come luogo di ascolto di una parola che non appartiene né alla sfera dell’economia, né della politica o del potere in tutte le sue forme.
Socrate si cancella, e nel cancellarsi si situa o si istituisce come destinatario ricettivo, come ricettacolo di tutto ciò che procede ad inscriversi.
Anche l’operatore si cancella, perché una sua eccessiva presenza impedirebbe la crescita del persona in cura; allo stesso modo che l’eccessiva presenza della madre o del padre può ostacolare la crescita del figlio calpestandone la fragile soggettività.
In linguistica è stato accentuato il valore della mancanza nella genesi del simbolo, cosa che aveva già notato Freud nell’analisi del gioco di un suo nipote, che in assenza della madre lancia la bobina e dice “Fort” – Vattene! – e poi risponde “Da” – qui -. La parola viene a sostituire qualcosa del reale. La caduta del valore simbolico della parola porta il soggetto a rimanere intrappolato nell’appiattimento dell’immediato e quindi a perdere la distanza dall’anonimato, dal neutro.
Nell’ambito della società, tra quanti non hanno luogo e parola ci sono i tossicodipendenti. Fingono di appartenere a un gruppo, a un qualcosa, simulacro di personalità senza sostegno. Si caratterizzano per la difficoltà, che subito manifestano, di mantenere la parola data. Come Socrate, l’operatore deve porsi nel posto del non-luogo, del non sapere per ascoltare il desiderio di chi si illude o finge di occupare un posto, mentre è un essere errante; l’operatore deve dare la parola a chi è incapace di mantenere quella stessa parola.
Socrate occupa questo luogo, irrimpiazzabile ed insituabile, ricevendo la parola di coloro dinanzi a cui si fa meno visibile; ma è da Socrate che questi ricevono la parola, dato che è lui a farli parlare.
Dare la parola, far parlare l’altro è una funzione che si sviluppa nel rituale senza tempo e senza luogo dello spazio terapeutico. Allo stesso modo che un soggetto viene trasformato dalla lettura, dalla partecipazione a un rituale religioso, a un evento fuori dal tempo ordinario, così questo soggetto può modificare i suoi pensieri e sentimenti attraverso lo spazio della terapia, a condizione che si senta riconosciuto, riconoscendo a sua volta questo spazio come significativo e capace di operare delle trasformazioni

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