LA TOSSICODIPENDEZA
CLINICA DELL’INSOSTANZA

Francisco Mele

Il paradosso della tossicodipendenza consiste nel fatto che il soggetto si appoggia su di una cosa illusoria definita “sostanza”, ma in realtà sarebbe meglio definirla “insostanza”. Perché l’insostanza diventa sostanza?

La tossicodipendenza 


Saggio tratto da “In – dipendenza un percorso verso l’ autonomia” 
Volume I
FrancoAngeli, Roma, Anno: 2006

La tossicodipendenza rappresenta la caduta della metafora e l’emergenza del reale che si impone con la spinta dell’urgente – cioè di qualcosa che brucia e che deve essere subito soddisfatto, quindi impossibile dall’essere differito. In un progetto terapeutico si deve reintrodurre il valore della parola e la capacità di differire la soddisfazione immediata del bisogno. In realtà si tratta di elaborare il lutto, una perdita, quella dell’oggetto perduto per sempre. Una signora obesa segnalava la difficoltà di perdere dei chili, come la difficoltà, avuta sempre nella vita nel realizzare una selezione fra le cose da conservare e quelle da perdere. Ad esempio, il marito le rimproverava la sua ossessione di conservare tutto le buste di plastica; forse non potendo conservare il contenuto ne manteneva il contenitore; si ricorda ancora della depressione subita quando alcuni anni fa aveva perso circa venti chili, che ha subito dopo nuovamente ripreso. Il rapporto con l’oggetto perduto rimane sul piano della fantasia intatto anche dopo la cura: si può verificare come gli ex tossici vengano spesso a parlare tra loro di droga e del periodo in cui si facevano; tra loro si riproduce un gruppo in un territorio ideale entro il quale ad altri non è possibile entrare: chi ha visto l’inferno – o il paradiso perduto – ne rimane segnato per sempre e non può condividerlo con chi non lo ha conosciuto. Forse hanno ragione quando al terapeuta dicono: “Lei non potrà mai capire perché lei non ha mai provato la droga”.

Che cosa cerca un soggetto nella droga? Nella linea della teoria lacaniana attraverso il meccanismo della ripetizione o della compulsione alla ripetizione, il soggetto cerca un oggetto perduto per sempre; il soggetto ritrova un surrogato di quell’oggetto da sempre perduto; questo oggetto – definito da Lacan come oggetto “petit a” – è la causa che mette in moto il desiderio umano. Questo oggetto perduto lascia un vuoto che diventa spinta pulsionale e quindi esso spinge il desiderio al suo ritrovamento, rinnovando così l’incontro con l’oggetto perduto. Secondo Lacan esiste uno iato, una discordanza tra l’oggetto ricercato e l’oggetto ritrovato, in quanto quest’ultimo non è mai identico all’oggetto perduto; la ripetizione, quindi, è la ripetizione di una discordanza tra l’oggetto ricercato e l’oggetto ritrovato. Freud, nel suo testo “Al di là del principio di piacere”, si interroga sul motivo per cui il soggetto ripete un godimento distruttivo, maligno. Nella teoria lacaniana viene differenziato il concetto di godimento da quello di desiderio. Il desiderio viene definito come il passaggio del godimento attraverso il significante, nel senso che il simbolico incide e limita il godimento. Massimo Recalcati2 nel suo studio su anoressia e bulimia, inserisce nella clinica del vuoto anche le tossicodipendenze. La clinica del vuoto non si configura come una quarta struttura che si aggiunge a quella descritta da Freud, e poi ancora sostenuta da Lacan, ossia nevrosi, psicosi e perversione; questa ipotesi è lontana dal concetto di personalità borderline di Otto Kernberg; la clinica del vuoto, quindi, è legato a una delle tre strutture elencate.

Lo psicanalista Ettore Perrella3, distanziandosi dalla posizione di Massimo Recalcalti, individua un’area – quella delle dipendenze – come autonoma rispetto alle tre originarie descritte da Freud – psicosi, perversione e nevrosi -; sposta la forma maniaco-depressiva – appartenente alla sfera delle psicosi – all’ambito delle dipendenze e la colloca come paradigma di tutte le altre forme di dipendenza, le tossicomanie, l’anoressia-bulimìa e il gioco d’azzardo.

L’analisi che conduce Perrella presuppone la teoria dell’oggetto, che nella forma maniaco-depressiva viene incorporato – divorato – e poi, nelle tossicomanie, diventa “sostanza”, nell’alcoolismo “alcool”, e nell’anoressia-bulimìa “cibo”. In psichiatria la mania e la depressione sono inscindibili dalla malattia conosciuta come ciclica e descritta come forma maniaco-depressiva. Tale forma maniaco-depressiva è alla base della diade anoressia-bulimìa. Un altro elemento relativo alle forme di dipendenza è il rapporto tra il soggetto con la propria madre che si configura patologicamente come una dipendenza del soggetto stesso nei confronti materni.

Un’ipotesi da me formulata, sulla base di una serie nutrita di constatazioni di casi di questo genere, è che la tossicodipendenza sia la conseguenza di una fuga da un’immagine materna opprimente e possessiva; è, in sostanza, un tentativo fallito di volersi liberare da questa dipendenza.

“FILIPPO – ‘Adesso sono andato a abitare per conto mio’.
MARGOT – ‘Sì?’.
FILIPPO – ‘Lei ( riferendosi alla madre) non riesce più a tenermi prigioniero. E quando ci incontriamo, mi lascia perfino dire qualche cosa’.”4

Secondo Perrella le dipendenze si caratterizzano per una mancanza avvenuta nel processo di formazione del soggetto; la clinica di conseguenza deve cambiare “setting” e muoversi in un ambito più aperto che includa quegli elementi che lo aiutino a sciogliere il blocco venutosi a creare nella formazione della sua personalità. Occorre una “clinica della formazione” molto vicina alle scienze della formazione. La proposta di Perrella considera le dipendenze come le vere strutture psicopatologiche del nostro tempo, e non più come sintomi di altre malattie. Questo non significa che una tossicomania non possa manifestarsi come una doppia patologia. Ma una vera diagnosi clinica deve tener conto delle differenze tra sintomo e struttura di base. L’anoressia, ad esempio, può presentarsi sia in casi di psicosi sia in casi di isteria, ma essa stessa può costituire una propria struttura anoressica, che non è epifenomeno di una struttura psicotica o di una struttura nevrotica. La sintomatologia delle dipendenze patologiche è difficilmente decifrabile secondo il binomio nevrosi/psicosi, nel senso che i sintomi non sono metaforicamente decifrabili; questo mette in difficoltà la tecnica dell’interpretazione. Il godimento di tipo narcisistico esclude lo scambio con l’altro sesso, ma si configura come un godimento asessuato, influenzato dalla tecnica e dalla chimica, legato intimamente alla pulsione.

Francisco Hugo Freda descrive questa forma di godimento: ” … che non passa né attraverso l’attività sessuale né attraverso il delirio, ma che elimina il partner sessuale e si esprime senza il supporto del fantasma. Si tratta di una nuova forma del sintomo, con un godimento che possiamo definire provvisoriamente come “godimento uno”. 5

Nelle dipendenze patologiche si assiste alla disarticolazione del legame dialettico tra vuoto, mancanza e desiderio; il vuoto non è più legato all’Altro, si presenta dissociato dal desiderio, è dunque innominabile. Si tratta di un vuoto che narcotizza l’essere stesso del soggetto, il suo riferimento non è più il conflitto fra desiderio inconscio e le esigenze dell’Altro, bensì l’angoscia; un’angoscia senza nome. Nel sintomo nevrotico c’è sempre una soddisfazione clandestina di un desiderio inconscio, invece nei nuovi sintomi, come nell’anoressia e bulimia, le tossicodipendenze, il gioco delle macchinette, c’è la dispersione del soggetto.

Jacques-Alain Miller definisce “antiamore” la posizione del soggetto tossicomane in rapporto all’Altro: invece di cercare l’oggetto attraverso l’amore verso l’Altro; il soggetto attraverso l’oggetto droga rompe il legame sociale con l’Altro. L’oggetto d’amore non è collocato nel campo dell’Altro, ma ricade narcisisticamente nel proprio corpo del soggetto. Il godimento non prende la via del sintomo, come nella nevrosi, bensì si consuma nella mera soddisfazione pulsionale.
La clinica del vuoto è la clinica dell’antiamore. Il soggetto nevrotico cerca nell’Altro quello che a lui manca; il tossicomane trova nella droga il godimento senza nessun rapporto con l’Altro. Io credo che gli autori ignorino un certo rapporto con l’Altro, che è il fornitore, lo spacciatore, il trafficante di morte. Si tratta di un rapporto di tipo economico, d’uso, di scambio sicuramente non d’amore, ma di ostaggi – il soggetto diventa ostaggio dell’Altro – ; il rapporto narcisista del soggetto con l’oggetto droga passa attraverso un riferimento all’altro. Nel campo delle tossicodipendenze – o delle altre dipendenze patologiche – si dovrebbe pensare alla scena in cui qualcuno maltratta qualcun altro nella logica del “tutto o niente”. Il soggetto “dipendente” mette in scena una rappresentazione che deve essere osservata da un luogo terzo come l’occhio dello spettatore che assiste ad una scena di violenza: nella rappresentazione la vittima paga per essere violentata in uno sdoppiamento lui stesso è vittima e spettatore della scena. Una parte del soggetto dipendente gode a guardare come un altro lo stupra, lo violenta, lo schernisce, lo picchia, lo lega, lo umilia, lo sporca, lo sodomizza in un rapporto doloroso privo di ogni piacere, ma – come diceva un paziente che nella scena in cui veniva maltrattato godeva nel masturbarsi e questo: “Mi fa sentire vivo”.

La clinica del vuoto cerca di spiegare la disperazione in cui cade un soggetto preso dall’angoscia che deve essere come scaricata in un’azione violenta in cui il soggetto stesso si vergogna; ogni rito di violenza estrema ha bisogno di un rito di purificazione a posteriori. Il tossicomane, per procurarsi la droga, è capace di farsi violentare, di prostituirsi, di rubare; scene di una specie di fiction personale o di gruppo in una fuga dal quotidiano, dal sistema sociale in cui si sente come prigioniero nell’atto del drogarsi, ma anche nell’entrare nel mondo violento; il soggetto esce dal tempo per vivere la brevità dell’eterno, per poi cadere malamente in un terreno che lo riporta di nuovo all’angoscia.

Nella tossicodipendenza la metafora non rimanda ad un altro significante, ma al reale di una realtà talvolta insopportabile che attanaglia il soggetto. Il linguaggio ci permette di essere nel mondo, raccontarlo, mediarlo; quando decade dalla sua funzione, appare il vuoto come pressione e come urgenza.

C’è uno stretto legame fra tossicodipendenza e anoressia-bulimia, prevalgono alcuni meccanismi similari. Nel rapporto con l’Altro, l’anoressia-bulimia offre un buon esempio dell’eseguire o no l’ingiunzione dell’Altro, in questo caso della madre. La madre “ordina” la figlia di mangiare, questa si difende con un secco no, che si traduce nel rifiuto del cibo e quindi, della madre nutrice; la bulimica, invece, sembra di accettare l’ordine, ma lo prende alla lettera e non si ferma, va oltre, come volendo svuotare tutto il “frigo-madre”; si inserisce quel meccanismo descritto da Claude Olievenstein: la dismisura; il no all’ingiunzione materna da parte della paziente avviene attraverso il “vomito”, “lo sputare”, che diventano forme dell’aggressività che non risparmia né la madre né se stessa. Il continuare a mangiare diventa un ordine senza prescrizione, senza una scadenza, in questo caso il no della madre “non mangiare più” è il rovescio del proprio no della paziente a un’invasione di un familiare percepito come nemico. E’ da segnalare che il conflitto dell’anoressica non comprende soltanto la coppia madre-figlia bensì include il padre; il padre è presente prima di nascere nella storia di un bambino, soggetto non rispettato e, come vedremo poi, un padre inefficace a effettuare il “taglio” simbolico fra madre e figlia.

Come esempio riporto il caso di Margot dal libro di Maricla Boggio “Farsi male”6, una ragazza con una struttura schizofrenica su cui si è innescata una grave tossicodipendenza (caso di doppia diagnosi); in questa storia, si verifica la presenza di un padre inefficace e incapace di frenare una madre invadente che senza badare alle conseguenze della propria azione sulla fragile personalità della figlia riesce a tergiversare la realtà :

“Ma via via che ci avviciniamo alla casa l’allegria di Margot diminuisce; sembra che più niente la interessi; diventa silenziosa, chiusa in se stessa; ansima, non riesce a respirare, è pallida, la fronte sudata; mi fermo in una radura, la aiuto a scendere; si appoggia a un albero e vomita; la sostengo, poi la adagio sull’erba.
‘La macchina…’, si giustifica, tirando finalmente un lungo respiro. La assecondo, ma so che non patisce l’automobile; le faccio bere un po’ d’acqua.
Dopo un po’ mi dice: “Sai a che penso? Alla festa per i miei sette anni…Ero così felice! Un sacco di regali…Tanti bambini venuti a festeggiarmi…Una merenda grandiosa…l’aveva preparata mia madre, tu la conosci…”.
Io subito: ‘Posso immaginare!’, e ridiamo tutte e due. Poi lei rimane zitta. ‘Allora? Che cosa mi volevi dire?’.
‘Non lo so. Mi sono ricordata quella festa. All’inizio era…una sensazione gradevole; poi…mi è venuto da vomitare’.
‘A che cosa colleghi questo senso di vomito? Cerca di ricordare…’. Eravamo abituate a parlare così, tante volte in seduta; lei ricordava qualche cosa e io tentavo di farle collegare i ricordi, le sensazioni; in parecchie occasioni aveva funzionato. Si stropicciava la fronte, come a volerne far uscire i pensieri:
‘Mah…non lo so…La festa andava avanti bene…Erano tutti allegri…Si facevano dei giochi…Però mancava la mia amica più cara. Claretta non era ancora arrivata…Ogni tanto mi veniva in mente…ed ero sempre più ansiosa; mi domandavo perchè non fosse già lì, con me. A un certo punto mi è venuta l’ansia; non riuscivo a respirare pensando alla mia amica…Allora ho chiesto a mia madre perché Claretta non arrivava ‘.
‘E che cosa ti ha detto?’.
‘Che aveva dovuto partire. Improvvisamente ‘.
‘Improvvisamente! Una bambina!?’ Mi pareva una risposta strana.
E Margot: ‘Mia madre ha detto che i suoi genitori si erano trasferiti in un’altra città. Io mi sono sentita tradita. Perché non dirmi niente? Anche se avessimo abitato in due città diverse, avremmo potuto incontrarci lo stesso…La festa non mi importava più, non vedevo l’ora che finisse’. Margot si era di nuovo interrotta. Il suo volto era arrossato come per febbre; riviveva una situazione già vissuta e soltanto allora scopriva l’influenza che aveva avuto su tutta la sua esistenza. ‘Giorni dopo ho incontrato la madre di Claretta; aveva l’aria triste, sai come quando si è pianto tanto e non si riesce a piangere più? Mi guardava e non diceva niente. Io ero presa dal terrore. Poi mi ha abbracciata:
‘Non c’è più Claretta. E’ morta…’; a me è venuto da vomitare. Ho odiato mia madre da quel giorno. Non le ho mai detto che l’avevo saputo’”.

La droga il “mana” nel deserto delle città

La follia – come la intendiamo oggi – non arriva ad avere due secoli e la tossicodipendenza si manifesta massivamente intorno agli anni sessanta8. L’OMS – Organizzazione Mondiale della Salute – sostiene che le cause della depressione, la malattia più diffusa in Occidente. Freud sosteneva che la nevrosi dipendesse dal conflitto psichico; la depressione invece non dipende da tale conflitto; il modello di Janet viene quindi riattualizzato.

In sintesi, la nevrosi è un dramma della colpa, la depressione è una tragedia dell’insufficienza.

L’area contigua alla depressione viene rappresentata dalla tossicodipendenza.

Il soggetto, per essere se stesso, può accedere a delle specie di protesi – gli altri, oppure l’uso dell’additivo, dei farmaci o delle droghe, o l’attaccamento a delle cariche, a delle forme di potere ecc. -, che considera necessarie per sentire di essere qualcuno, negando quindi il meccanismo di dipendenza che è alla base del suo “essere se stesso”.
Erhenberger sostiene che la nevrosi è una patologia dell’identificazione; invece il paziente borderline, che sovente è anche un tossicomane, presenta una patologia dell’identità: il soggetto, cioè, incontra delle difficoltà a identificarsi.
Il pieno additivo appare come l’altra faccia del vuoto depressivo – dice Erhenberger -; certi comportamenti che in passato venivano considerati malati, oggi sono considerati normali; tra questi, la bulimìa, l’anoressìa, e il recente abuso di internet.
Il paziente borderline esprime la contraddizione tra l’immagine inflazionata del Sé – eccessivo autoriferimento e costante bisogno di ammirazione – e la dipendenza patologica – dagli altri, dalla sostanza, ecc.-. L’oscillazione fra euforìa e sentimento depressivo esprime la personalità definita “tossicomane senza droga”. L’implosione depressiva e l’esplosione additiva corrispondono rispettivamente alla diade vuoto/impotenza e vuoto/compulsione.

La tossicodipendenza e l’onanista

Una delle tre figure del mostruoso descritta da Foucault9 è quella dell’onanista. La masturbazione si pone come un segreto condiviso da tutti, ma che nessuno comunica a nessun altro; è un segreto che non viene condiviso apertamente con gli altri. La masturbazione a metà del XIX secolo viene considerata la radice virtuale di quasi tutti i mali, soprattutto la causa delle malattie nervose e psichiche.
Sempre secondo Foucault, queste tre figure inserite nel quadro degli anormali -il mostro, l’individuo da correggere e l’onanista – hanno dato origine alla nascita delle diverse discipline o scienze umane che nascono dal modello delle scienze naturali applicate all’uomo (psicologia), alla società occidentale (sociologia) o ai popoli primitivi (antropologia) .
Nell’800 si inserisce con più pieni poteri la psichiatria; quell’individuo che non può essere punito con la legge viene indirizzato allo psichiatra che deve dare il suo verdetto. Si pone l’interrogativo se il mostro sia o no un malato di mente.

Dall’individuo da correggere si occuperà la pedagogia.
Dell’onanista invece, segnala Foucault si occuperà la famiglia insieme al medico di famiglia; dovranno persuadere, controllare, punire il bambino che si masturba. La famiglia deve sorvegliare da vicino che cosa fa il bambino quando si chiude nel bagno, rimane solo nella sua stanza o si nasconde in luoghi appartati; più che peccato, la masturbazione viene considerata una vera e propria azione che va contro i principi della salute; siamo in pieno periodo della medicalizzazione della società; si impone il concetto di norma stabilita dalla medicina ufficiale: coloro che non entrano nella norma sono considerati anormali e quindi devono sottomettersi al discorso giuridico o al discorso medico; si scatena una vera e propria crociata contro i bambini e gli adolescenti che si masturbano, anche la scuola viene coinvolta in questa caccia alle streghe. I manuali di patologia riportano la masturbazione come l’origine di malattie agli occhi, meningiti, tisi, tubercolosi, e soprattutto gli alienisti considerano la masturbazione causa di alcune forme di malattie mentali. In un periodo posteriore lo studio si concentra sul desiderio degli adulti per i bambini che diventa lo stimolo per la masturbazione; si consiglia di prestare attenzione al comportamento del domestico, della governante, del precettore, dello zio o della zia, dei cugini, che potrebbero sedurre i bambini e quindi introdurre la dimensione perversa della sessualità. I genitori vengono messi sotto accusa se non sono in grado di sorvegliare adeguatamente, e a loro vengono insegnate delle strategie per sorprendere il bambino nel momento in cui tenta di masturbarsi.

I medici consigliano ai genitori di dormire nella stessa stanza dei bambini; i genitori diventano degli agenti della crociata medica: una volta scoperto il colpevole, si deve chiamare il medico, che deve fornire le cure al bambino onanista. La medicina aveva creato tutta una serie di apparecchiature per evitare la masturbazione. La presa di contatto fra la medicina e la sessualità avviene attraverso la famiglia. Della sessualità dei bambini si sono occupati gli psicoanalisti. La masturbazione entra in quell’atto compulsivo e ripetitivo che viene anche definito come vizio. Questo legame fra medicina e famiglia lo troviamo poi nella terapia familiare in cui i genitori di un figlio con problemi psicotici, di comportamento, di tossicodipendenza vengono considerati come dei co-terapeuti. In un primo tempo del lavoro con i tossicodipendenti nelle famiglia si sono trattati i tossici come si faceva in precedenza con i bambini onanisti; gli esperti consigliavano ai genitori di guardare i ragazzi negli occhi, di sorvegliarli nel bagno e nella loro stanza, da soli o quando vi si rinchiudevano con gli amici; di cercare dove nascondessi gli strumenti della droga, di ascoltarne le telefonate, di eseguire dei blitz nel bagno per prelevare l’urina da controllare nonché di inseguirli per strada al fine di scoprire chi frequentava.
La tossicodipendenza ha molti punti in comune con la masturbazione, ma ormai non è più – come la masturbazione – da nascondere e da non condividere.

La perversione non è più un’azione da nascondere come una volta; certe forme di comportamento oggi chiedono di essere legittimate – omosessualità, sadomasochismo, voyeurismo, esibizionismo e altre forme un tempo deprecate, combattute e represse: se ne è ribaltata la valutazione morale, cancellandone la condanna; le nuove tecnologie contribuiscono a tale mutamento operando aggregazioni che si formano attraverso internet e che, liberi da controlli giuridici, si incontrano, si forniscono notizie, venendo a costituire gruppi di pressione che possono arrivare a influenzare, con la forza del numero l’elaborazione di leggi ad essi favorevoli.
In questo campo inoltre è il Potere a incitare al “godimento”. L’ingiunzione di rappresentanti di potere che sorridono incitando al consumo e all’edonismo esistenziale, non nascondendo, come una volta, forme di corruzione e di trasgressione delle leggi, contribuisce ad operare tale sovvertimento. Questa stessa pressione, dal basso e dall’alto, verso la soddisfazione di tutte le pulsioni porta poi a reazioni talvolta di restaurazione, di moralizzazione, e di repressione.

All’inizio la tossicodipendenza, l’anoressia e bulimia e altre forme di dipendenza patologica, come il gioco, erano circoscritta a piccoli gruppi e tollerate dal Potere; quando però tali fenomeni si diffondono a livello di massa e soprattutto la tossicodipendenza e il gioco vengono gestiti a livello mafioso in quanto fonte di forti guadagni, si verifica un rischio grave nei confronti dell’intera struttura sociale.

La società post-nevrotica

A livello familiare nella società postnevrotica si trovano una serie di caratteristiche che ho già delineato in altri lavori:
a)lo svincolo precoce da parte dei genitori nei confronti dei figli;
b) un figlio nasce in una famiglia nell’arco di pochi anni si trova a vivere in una terza famiglia;
c) la difficoltà ad assumersi delle responsabilità da parte di giovani adulti, e quindi, a definire il rapporto di coppia; si deriva: la precarietà dei rapporti di coppia; la centralità del bambino;
d) l’investimento di diverse famiglie d’origine su un ragazzo che vive la pressione di diventare il primo; rinuncia da parte dei figli dei modelli “benestanti” dei genitori; la rivalità fra genitori e figli;
e) difficoltà ad arginare la violenza all’interno della famiglia in quanto la frammentazione, il piccolo nucleo familiare non riesce a neutralizzare la pressione e gli stimoli contrastanti che vengono dall’esterno;
f) la preoccupazione da parte dei genitori di essere sempre giovani, coltivare il piacere del proprio corpo, difficoltà a superare il narcisismo che impedisce l’ascolto dei bisogni degli altri.
g) La perdita dei confini, riguarda anche la perdita di confini a livello degli Stati. In questa società in cui si passa dal confine dello stato nazione alla perdita del confine dello stesso territorio in favore di espansione di uno spazio che coinvolge tutto il pianeta, in una fase economica definita come globalizzazione si instaura il conflitto fra il “locale” e il “globale” 11, il “glocal”; siamo vicini alla costruzione dell’identità planetaria descritta da Edgar Morin; ma l’identità planetaria deve essere, forse, preceduta dall’identità europea.12 L’ingiunzione che predomina nella società postmoderna, il “Sii te stesso”, determina la costruzione di un soggetto totalmente libero che paradossalmente è schiavo di un comando che lo obbliga a essere libero.

h) Il soggetto fuori dai limiti – o senza i limiti – rischia, secondo me, la perdita dell’identità, la frammentazione o la molteplicità di un Sé che non si riconosce nelle proprie opere, perdendo quindi quei parametri estetici che gli facciano capire la differenza fra bello e brutto, quei principi morali che possano fargli differenziare bene e male, quei principi di giustizia che possano aiutarlo a distinguere il giusto e l’ingiusto.

Questo soggetto totalmente libero, senza limiti, si confonde nella massa diventando soggetto manipolabile nei pensieri, nelle scelte, nei comportamenti. Ed è in questo terreno che nasce il leader dell’agire manipolativo, il nuovo padrone che non ha più bisogno di identificarsi con quello tradizionale, duro, severo, rigido; è un Padrone che sorride, che addirittura può presentarsi come “uno di noi”, “alla mano”; si sposta, non è più un bersaglio che farebbe scaturire la ribellione; come un moderno virus, è mutante, e quindi ,imprendibile, sfuggente a connotazioni e quindi ad azioni coscienti di difesa.13

La diffusione della tossicodipendenza ha messo in crisi quel sistema di potere descritto da Foucault14 come il potere psichiatrico. Non essendo punibile come un delinquente o un criminale né un malato di mente il tossicodipendente, come abbiamo già segnalato, diventa un soggetto da correggere. Ma con la creazione del concetto della “doppia diagnosi” – congiunzione nella stessa persona di quadri psicopatologici gravi abbinati alla tossicodipendenza – il tossicodipendente rientra di nuovo nel dominio del controllo del potere psichiatrico, come sostiene Claude Olievenstein.15

L’arsenale medico-psicologico

Il paziente rientra quindi nuovamente nella categoria della persona pericolosa, e di nuovo si rimette in piedi il sistema di contenimento e si riattiva l’arsenale medico psicologico: voglio dire che il linguaggio medico-psicologico deve molto al linguaggio bellico dell’esercito. Secondo me, fino a poche decadi fa, la medicina si era sviluppata in torno alle guerre; oggi la medicina – e anche la psicologia – si sono sviluppate attraverso la scienza spaziale; il linguaggio bellico comprende tutta una serie di termini, come “cordone sanitario”, “le guardie”, “sorvegliare il paziente”, “l’attacco della malattia”, “le difese del paziente”, “il bersaglio della malattia”, “l’arsenale medico”; e alcuni concetti della medicina diventano metafore sociali come “quel gruppo rappresenta il cancro della comunità, e quindi deve essere estirpato”, il concetto di “virus” è stato esteso ai diversi campi come “i virus” utilizzati dai temibili hackers per distruggere le difese del Pentagono o il computer delle poste. Ma nel campo del disagio psicologico è difficile individuare l’effetto negativo prodotto dai principi salutisti, igienici, di normalizzazione sul soggetto che deve adeguarsi a quei principi; nessuno può contestare i principi della salute, in realtà è la vera religione dell’epoca moderna: essere sano, un corpo perfetto, diventa l’ingiunzione che coinvolge figli e genitori in un obiettivo incontestabile. Una grande fascia di giovani rifiutano questi principi, si vedono ragazzi che “escono dal sistema”, preferiscono vivere per strada, talvolta con poca igiene personale, insieme ai loro cani, che dormire in letti comodi, case confortevoli. E’ interessante come alcuni ex-tossicodipendenti che hanno usato siringhe contaminate, vissuto in posti sporche, frequentato prostitute e transessuali incontrati per strada, poi sono così ossessivi nel pulirsi i denti tre volte al giorno, preoccupati che il cellulare non si messo vicino agli organi sensibili come il cuore; l’eccesso di pulizia quando si è vissuto in un mondo invaso da batterie e contratti dei virus dell’aids o dell’epatite.

Le nuove dipendenze patologiche, includerei anche quelle affettive – che acquisiscono delle nuove forme in un contesto d’incertezza e precario- , rappresentano chiaramente l’altra faccia di una società che promuove l’igiene, la magrezza, il consumismo di tutti i generi, il “bello” effimero, l’edonismo, l’individualismo come espressione dell’essere auto-manager di se stesso, il godimento, la contraddizione fra l’accanimento terapeutico e le guerre preventive (di nuovo prevenzione, rischio, attacco, costituiscono termini militari e medico-psicologici).
Le tossicodipendenze

Un avvenire in cui la mente umana controllasse tutto salvo se stessa sarebbe funesto

La trialettica fra realtà, utopia e ucronia condiziona l’agire umano.

Edgard Morin descrive la mente come “l’emergenza della dialogica tra il cervello e la cultura e retroagisce sul cervello:(…) Così, dalle sue origini, la mente umana è intervenuta sul cervello con l’uso di droghe, eccitanti, inebrianti, estasianti, e questo in tutte le società arcaiche e contemporanee”.17 La società offre agli individui sonniferi, tranquillanti, euforizzanti, antidepressivi, per influire sul cervello; le persone ricorrono all’uso di sostanze stupefacenti di origine vegetale – come la cannabis, il papavero, la coca, il peyote – o alle droghe chimiche, come l’ecstasy. Morin sostiene che la possibilità di agire sul cervello con sostanze chimiche sarà in un futuro immediato ancora più numerose e sofisticate. Egli auspica un avvenire in cui la mente umana sia padrona di se stessa, “capace di autosvilupparsi e di trarre dalla straordinaria macchina cerebrale, le cui virtualità rimangono immense, le possilibità cognitive, estetiche ed etiche più meravigliose”18 ; avverte i pericoli di un futuro stato neo-totalitario che potrebbe riuscire a controllare le menti con l’instillazione, nell’acqua di consumo, di sostanze che possano alterare l’umore delle persone, costringendole alla sottomissione e alla rinuncia alla propria libertà.

La dipendenza secondo Anthony Giddens19

Il sociologo Anthony Giddens definisce la dipendenza un modo di agire strutturato che viene praticato in maniera coatta; rinunciare a tale comportamento genera ansia. L’autore differenzia sette caratteristiche insite nelle dipendenze, di qualunque tipo esse siano:

1 – l’ebbrezza è ciò che l’individuo cerca quando aspira a realizzare un tipo di esperienza che lo fa sentire fuori dal comune, superando illusoriamente la banalità del quotidiano;

2 – la “dose”: la persona necessita di una “dose” per raggiungere l’ebbrezza; la dose libera l’ansia e porta l’individuo alla fase narcotizzante della dipendenza, dopo questo rituale generalmente subentra una fase di depressione e di sentimento di vuoto che possono essere soltanto risolti attraverso una dose successiva;

3 -sia l’ebbrezza che la dose sono delle forme di evasione; in alcuni casi le persone credono di poter gestire la dipendenza e lasciarla quando vogliono; invece in tanti casi essa si rivela sempre più schiavizzante;

4 – l’esperienza della dipendenza rappresenta una resa dell’io, un temporaneo abbandono della protezione riflessiva dell’identità di sé, che accompagna la persona nel suo vivere quotidiano;

5 – il senso di perdita di identità è seguito da sentimenti di vergogna e di rimorso;

6 -la dipendenza viene percepita come un’esperienza “molto speciale”, nient’altro è altrettanto soddisfacente; ci sono situazioni in cui una persona abbandona una dipendenza per un’altra, in quanto le dipendenze sono intercambiabili; esistono delle dipendenze che non paiono tali – come l’eccesso di lavoro, l’attaccamento a un persona – in quanto non vengono penalizzate dalla società, ma in realtà nascondono stati di soggezione ancora più profondi e incancellabili che le dipendenze riconosciute tali.

Diventando a loro volta degli esperti se non dei “brillanti” professori, capaci di affascinare su un campo in cui “l’insostanza “ prende corpo e cattura l’attenzione attraverso un discorso vicino all’agire drammaturgico descritto da J. Habermas.20

Ritengo che non sia sufficiente che un individuo lasci la droga per considerarsi liberato dalla dipendenza, in quanto bisogna constatare come poi questo soggetto viva la sua ritrovata “libertà”, se ne usa davvero o se non ha sostituito la precedente dipendenza con l’alcool, il fumo o la devozione a un leader carismatico o a un gruppo di appartenenza, come avviene nel caso di certe comunità nei confronti del loro capo, o certe sette pseudo-religiose in cui soggetti deboli si rifugiano affidando ad esse la loro vita; e ci sono anche quanti, scelto il campo della specializzazione in tossicodipendenze, rimangono ancorati ad esse studiando ogni sorta di novità in questo ambito, quasi ne fossero rimasti legati. 7 – le dipendenze sono dei disturbi dell’autodisciplina, che possono manifestarsi in due direzioni: verso la liberazione o verso la restrizione; esempi tipici ne sono la bulimìa coattiva e il digiuno anoressico; in altri casi possono verificarsi attraverso la sessualità sfrenata e il controllo totale di essa; prevale in quest’ultima categoria la logica del “tutto o niente”, o della diade “limitazione /eccesso”.

Classificazioni delle tossicodipendenze

Lo psichiatra Nicola Lalli descrive due forme di dipendenze: “La dipendenza fisica è legata alle modificazioni farmaco-metaboliche indotte nell’organismo a causa dell’esposizione più o meno protratta alla sostanza. Questa dipendenza si determina quando la sostanza si innesta nel metabolismo e nella dinamica biologica dell’individuo, così da costituire un elemento indispensabile al suo funzionamento, tanto che la sua scomparsa dall’organismo determina sintomi e segni di squilibrio, di sofferenza e di alterazione funzionale (sindrome di astinenza). La dipendenza psichica riguarda invece un’esigenza sentita sul piano psichico, come bisogno compulsivo più o meno incoercibile di esperire gli effetti piacevoli legati all’assunzione”.21

Luigi Cancrini pone la questione della differenza fra il consumatore occasionale di una “sostanza” legale o illegale e il consumatore che arriva ad uno stato di dipendenza grave come la tossicodipendenza. Il consumatore può fare uso di una sostanza per motivi di curiosità o per la “ricerca di determinati effetti in situazioni ben delimitate”22.

Il tossicodipendente, invece, ripete l’uso della sostanza in quanto il consumo è connesso a bisogni profondi della propria personalità. L’autore23 segnala che dalle ricerche emerge che la dipendenza può evolvere in tossicomania se l’ambiente familiare o sociale non reagisce in forma adeguata; si verifica spesso l’alternanza tra forme di dipendenza e tossicomania con il totale coinvolgimento di tutta la persona; questo stato non dura più di alcuni mesi o anni. Si trovano anche un numero di tossicomani che guariscono in forma spontanea o riescono ad avere un rapporto meno coinvolgente con il farmaco; un numero non indifferente può arrivare ad una situazione di cronicità dopo tentativi fallimentari di programmi di cura e/o dopo essere sopravvissuti a esperienze autodistruttive di overdose, infezioni varie e così via. Cancrini individua alcuni punti fondamentali nello studio della tossicodipendenza: la storia personale del tossicodipendente e i suoi rapporti con la propria famiglia, con l’ambiente sociale, con la sostanza e con le strutture di cura. In una struttura un operatore che si prende cura di un tossicodipendente deve considerare una serie di items necessari alla costruzione di un progetto terapeutico (Cancrini, 1997):
a) l’organizzazione psicologica, i meccanismi di difesa, i sintomi ecc;
b) i modelli di comunicazione prevalente nelle famiglie d’origine dei tossicodipendenti;
c) le caratteristiche dell’abitudine, del “tipo di rischio di overdose e di altre conseguenze fisiche o sociali, (….), la capacità di riconoscere, apprezzare e ‘godere’ gli effetti delle singole sostanze”24
d) il modo in cui la persona si rapporta con le strutture di cura; e)gli effetti sull’individuo dei differenti programmi terapeutici. Cancrini 25 nei primi lavori differenziava quattro tipi di tossicomanie che aveva denominato traumatiche, di area nevrotica,di transizione e sociopatiche. Nel suo manuale “Lezioni di psicopatologia” l’autore modifica la prima nomenclatura e differenzia, preferendo l’uso di concetti che più che a stati si riferiscono ad aree:

A. l’area delle reazioni o del disturbo di adattamento: Qui l’area A segue le indicazioni del DSM III, in cui i disturbi “si caratterizzano per il rapporto evidente, sul piano dei contenuti espressi attraverso il sintomo oltre che su quello della cronologia, fra l’evento esterno (il trauma psichico) e il manifestarsi delle difficoltà” 26 In linea generale si tratta di situazioni in cui un figlio ritenuto “esemplare”, dopo un’esperienza traumatica diventa tossicodipendente. Per l’autore, questo a cui viene affidato il ruolo di parental child (secondo Salvador Minuchin ed altri) è abituato a tener per sé i propri problemi; l’evento traumatico coincide con la fase dello svincolo o del giovane adulto che non ha ancora consolidato l’organizzazione della propria identità. Tale evento può essere la perdita di una persona significativa, il crollo di un’ideologia, una situazione familiare di crisi che influisce sulla sua posizione e così via. E’ questo un lutto relativo ad una perdita reale che, non elaborato, viene coperto dalla sostanza. Queste forme di tossicomania hanno un pronostico positivo; i risultati di uscita sono maggiori in un programma di comunità terapeutica

B.l’ area delle nevrosi: Nell’ambito della famiglia si riscontra: il coinvolgimento forte di uno dei genitori nella vita del figlio; il ruolo periferico dell’altro genitore; l’evidenza del “triangolo perverso”; la debolezza dei confini tra i sottosistemi; lo sviluppo della polarità “figlio buono/figlio cattivo”. La tossicomania è preceduta da disturbi dell’area nevrotica con somatizzazione dei conflitti nel corpo e/o disturbi nell’area sessuale, stati d’animo depressivi ecc.

C.l’area delle situazioni limite e delle psicosi: Il termine di “transizione” (della vecchia classificazione) è stato utilizzato dallo psicanalista Glover riferendosi ai tossicomani che presentano dei meccanismi di difesa nevrotici e psicotici molto vicini alle situazioni limite o personalità borderline, e nelle psicosi maniaco- depressive. Nella clinica del tossicomane si evidenziano stati di esaltazione gioiosa e momenti depressivi profondi, comportamenti distruttivi e ipomaniacali con un forte rischio di suicidio. A livello familiare le relazioni non vengono mai definite; i membri della famiglia ignorano tendenzialmente i messaggi provenienti dagli altri; la malattia viene usata ai fini di manipolare gli altri imponendo un potere attraverso di essa.

D. L’area delle sociopatie: Le tossicomanie sociopatiche si riscontano in personalità che presentano comportamenti antisociali prima dell’inizio della tossicodipendenza. Questi tossici sono incapaci di amare o di accettare di essere amati; presentano dei comportamenti distaccati e freddi. I pronostici sono di tipo alterno e proprio dalla tossicodipendenza, ma lasciando qualche margine al successo, a seconda della gravità dei casi nei quali essa si riscontra.

La trialettica del riconoscimento/misconoscimento/rivalità mimetica
Il concetto di lotta per il riconoscimento presuppone una teoria del conflitto intersoggettivo. Il giovane Hegel, prima del Hegel della Fenomenologia dello Spirito, discute la teoria di Hobbes, della guerra di tutti contro tutti, e propone la sua interessante tesi che il conflitto è legato alla ricerca di un riconoscimento che a ognuno di noi necessita per costruire la propria identità. Purtroppo il filosofo non ha continuato su questa linea, impegnandosi nell’approfondimento della dialettica dell’etica tesi/antitesi/sintesi, attraverso cui lo Spirito si autorealizza come se non avesse più bisogno dell’altro. Oltre a questa intuizione della lotta per il riconoscimento Honneth propone di tener conto anche delle forme del misconoscimento: “L’esperienza del misconoscimento si accompagna al pericolo di una lesione che può devastare l’identità dell’intera persona” 27 L’autore sostiene che il misconoscimento è una forza che spinge il soggetto a lottare per il riconoscimento, alla base delle lotte sociali per i diritti civili, la libertà religiosa, l’attività politica. Le forme di misconoscimento, che passano dalla tortura allo stupro, quindi a tutto quanto attiene al dolore fisico, comprendono anche l’aspetto morale; le persone che subiscono vari tipi di maltrattamenti, in realtà più che il dolore fisico in sé, patiscono di essere sottoposte senza difese all’imposizione di un altro soggetto. Il maltrattamento fisico danneggia la fiducia in sé, acquistata attraverso l’amore in famiglia o tra gli amici; ne consegue una vergogna sociale. Un’altra forma di misconoscimento riguarda l’essere escluso dai diritti all’interno di una società; la persona senza diritti ha difficoltà a relazionarsi con i suoi simili. Ancora una diversa forma di misconoscimento consiste nel negare valore sociale a singoli individui o gruppi; tale forma danneggia la stima sociale; la persona si sente di non essere riconosciuta nelle proprie capacità. La reazione negativa al misconoscimento sociale può essere la vergogna o l’ira, l’offesa o il disprezzo. La persona che ha sperimentato l’insuccesso si vergogna di sé, si sente in possesso di un valore sociale inferiore a quello che in precedenza si era attribuito; l’insuccesso colpisce l’io ideale del soggetto. La vergogna viene avvertita solo in presenza di partners reali o immaginari che assumono il ruolo di testimoni dell’io ideale umiliato; quando subentra la vergogna, il soggetto non si sente in diritto di affermare le proprie pretese. In questa linea, ritengo necessario domandare ad una persona con chi dialoga quando “parla con se stessa”? Chi sono gli interlocutori virtuali? Con chi si sente in competizione all’interno della famiglia, del gruppo di amici, i compagni di scuola, i compagni nelle attività sportive? i colleghi del lavoro? Chi sono stati i personaggi che lo hanno disprezzato o valorizzato? Da tutto quanto segnalato, se ne deduce che una dialettica riconoscimento / misconoscimento nella costruzione dell’identità di una persona; questa dialettica la si trova nella dimensione dell’Amore nella terminologia di Honneth, che comprende la famiglia e gli amici stretti, all’interno delle istituzioni, e il riconoscimento / misconoscimento sociale delle proprie capacità e qualità. Poiché il concetto di amore presuppone la sua esistenza, mentre spesso esso non si manifesta, ritengo più pertinente alle considerazioni relative al riconoscimento dell’individuo nell’ambito della famiglia e delle affettività, parlare di area dei sentimenti, che può essere proiettata verso una positività o invece verso una negatività. Rispetto al concetto di diritto, preferisco valermi della definizione “giuridico-istituzionale”. Scrive Honneth che: “gli individui si costituiscono come persone solo apprendendo a rapportarsi a se stessi dalla prospettiva di un altro che li approva o li incoraggia, come essere positivamente caratterizzati da determinate qualità e capacità”.28 Nell’esperienza dell’area dei sentimenti è contenuta la fiducia in sé; nell’esperienza del riconoscimento giuridico-istituzionale, il rispetto di sé; e nell’esperienza della solidarietà, la stima sociale. Le forme del riconoscimento nell’area dei sentimenti, nel diritto e nella solidarietà costituiscono i dispositivi di sicurezza intersoggettivi necessari alla costruzione di un individuo autonomo e capace di disegnare un proprio progetto di vita. Una persona si può sentire amata se riesce a essere sola con se stessa senza paura. Honneth scrive che l’amore rappresenta una simbiosi spezzata dalla reciproca individuazione; nella dimensione dell’amore il soggetto consolida la propria sicurezza emotiva, riuscendo a conservare l’affetto anche dopo aver recuperato la propria autonomia. In sintesi, la persona acquista la propria libertà senza perdere il legame emotivo.29 All’interno delle istituzioni vige il diritto per cui tutti sono uguali davanti alla legge, al di là delle qualità personali, della classe sociale, dell’appartenza etnica o religiosa. Il misconoscimento in questa dimensione giuridica riguarda soprattutto la mancanza di diritti e l’esclusione alla partecipazione della cosa pubblica. Il terzo ambito riguarda la stima sociale. La persona viene riconosciuta o misconosciuta secondo le sue capacità e le sue qualità individuali, al di là del fatto di essere una persona rispettata giuridicamente. In tale ambito predomina il reciproco riconoscimento, non solo l’essere riconosciuto o misconosciuto, ma anche le mie capacità di riconoscere le qualità particolari dell’altro. In una società tradizionale il valore di una persona è legato al ceto sociale a cui apparteneva. In una società come la nostra, che è post-tradizionale, il valore di una persona è in rapporto a quanto fa o può fare la persona. Questa apparente valorizzazione lascia paradossalmente il singolo senza protezione, perché nell’attuale situazione sociale le capacità di una persona vengono velocemente esaurite o contraddette dal mutamento veloce delle conoscenze nelle quali una persona è preparato, in quanto esse vengono rapidamente sostituite dallo sviluppo inarrestabile della società, soprattutto sul piano tecnologico.

Se quindi l’identità di una persona è legata alla stima sociale, questa varia in relazione al mercato, e l’individuo si trova a vivere queste profonde variazioni sulle quali può influire ben poco. Questa situazione ha posto le persone in una situazione conflittuale e competitiva, richiamando la tesi di Hobbes, per cui sussiste una guerra di tutti contro di tutti, e rendendola quanto mai attuale.
Si vengono così a creare situazioni nelle quali un individuo raggiunge un notevole successo, e poco dopo precipita nell’emarginazione, nell’esclusione da quei posti di comando nei quali si era attestato, e di conseguenza nell’oblìo.
Viene a crearsi non soltanto una lotta per il riconoscimento, ma anche una lotta per cancellare chi ha aperto strade nuove, sviluppate poi da altri senza alcun riconoscimento dell’iniziatore.
Questa guerra di tutti contro tutti in realtà rappresenta il meccanismo della rivalità mimetica descritta da René Girard.

La rivalità mimetica e la genesi della violenza

Il ciclo mimetico, elaborato da René Girard, è una chiave di lettura per comprendere il modo di risolvere le tensioni da parte dei gruppi umani; si scompone in tre momenti:
a) la crisi mimetica che nasce con il desiderio di rivalità e prosegue con ,
b) la violenza che rischia di coinvolgere tutto il gruppo, quindi con il rischio di mettere in pericolo la sua esistenza e si conclude con,
c) l’apparente risoluzione della crisi attraverso la scelta di una procedura : la scelta della vittima sacrificale o del capro espiatorio, trasformando così la formula del “tutti contro tutti” in “il tutto contro l’uno mimetico” o meccanismo vittimario.

La scelta della vittima sacrificale fa convergere la violenza collettiva su un bersaglio, o un individuo o una minoranza con delle qualità “anormali” o eccezionali.

La crisi mimetica inizia con rivalità mimetica, in cui un individuo desidera l’oggetto desiderato da un altro; questa violenza circoscritta a pochi individui può espandersi e contagiare un intero gruppo o una comunità. Si impone la scelta di un “vel” escludente “meglio sacrificare un individuo all’intera comunità”; in questo processo si innesca un meccanismo in cui viene fuori “un regista” o “un piccolo gruppo che crede interpretare la voce del popolo”, questo individua il soggetto bersaglio e contro di lui attizza la folla incapace di valutare la propria azione.

Scaricata la violenza collettiva contro il bersaglio inerme, avviene a posteriore un periodo di calma e di pace; la pacificazione della comunità crea una metamorfosi della vittima, da individuo o soggetto pericoloso, abietto, brutto, portatore di calamità, stregato, diabolico, handicappato, malato di mente, si trasforma in eroe, semidio, modello ed esempio da seguire. Basta poco ad un soggetto eccezionale, fuori del comune, idolatrato dalle masse, diventare vittima sacrificale, in questa categoria possiamo incontrare gli uomini di successo come gli sportivi, politici, artisti, ecc.

Tossicodipendenza e la competizione all’estremo

Una lettura della tossicodipendenza secondo la teoria della rivalità mimetica permette di differenziare due tipi di soggetti: quelli che entrano e vivono la competizione in una logica del tutto/niente o di vita/morte e quindi, per sostenere il livello competitivo hanno bisogno di una sostanza come la cocaina e altre sostanze stimolanti che da al soggetto la carica necessaria per essere in forma, essere sempre sulla cresta dell’onda o essere primo in una gara senza fine; in questi predomina l’atteggiamento ipomaniaco, l’onnipotenza di pensiero, il sé glorioso, sentimenti di invulnerabilità, meccanismi di manipolazione del prossimo, la ricerca del successo, coinvolgono il mondo della politica, dello sport, dell’industria ecc; e poi, sempre in questa linea della teoria della rivalità mimetica, si trovano quelli, che rinunciano alla competizione: sono gli eroinomani; persone che si cercano di diventare invisibili nel gioco sociale, e senza volerlo entrano in un altro gioco, quello della violenza senza regole.

Gli ordini di riconoscimento

La dialettica riconoscimento / misconoscimento e l’innesco della rivalità mimetica si verificano all’interno di un sistema descritto da Jean Marc Ferry come “ordine di riconoscimento”; all’interno di tali ordini di riconoscimento un soggetto viene investito del ruolo di colui che riconosce un altro, ossia che è abilitato a conferire all’altro l’accesso o l’uscita a un sistema – come la scuola, l’università, il lavoro – ; la persona che riconosce compie la sua funzione in uno spazio e in un tempo determinato. Fuori dagli ordini di riconoscimento un professore non è più un professore, un genitore diventa soltanto un uomo, o una sorella una donna.

Il riconoscimento – afferma J-M. Ferry – è mediato da “regolatori sistemici, quali il segno monetario e il regolamento giuridico, (…)”il sistema nei suoi’svariati aspetti tecnici, monetari, fiscali, giuridici, democratici, mediatici, pedagogici, scientifici…con tutti i segni corrispondenti che costituiscono altrettanti indicatori di comportamento per coordinare le azioni individuali e trasformarli in iniziative collettive di grandi dimensioni”30. Un caso di rivalità fra padre e figli.

Attraverso l’intreccio fra la trialettica del riconoscimento / misconoscimento e il concetto di rivalità mimetica si può costruire uno schema che serva a identificare i luoghi di conflitto, i punti di forza e i punti deboili nella costruzione di identità di un soggetto.

Un esempio può illuminare circa l’utilità di tale schema come strumento per terapeutico di analisi nel colloquio con il paziente. Luca, di circa trent’anni, è psicologo e psicoterapeuta; lavora senza valersi dei suoi titoli, facendo il badante con persone anziane e hadicappati; si droga con eroina. Proviene da una famiglia benestante: il padre è psichiatra, la madre non esercita alcuna professione, ma essendo ricca di suo, separata dal marito, conduce una vita agiata; il fratello, minore di lui, fa il pittore con relativo successo di mostre e quotazioni. Luca non si è mai sentito riconosciuto dal padre; questi lo ha sempre disprezzato, e ancora di più quando lui ha scelto di diventare psicologo, dal momento che la psichiatria del padre è tutta basata sui fondamenti biologici e neurologici, e quindi la terapia della parola viene da lui considerata svalutata; per il padre è valida la scelta del figlio minore, che ha optato per l’arte figurativa, che secondo lui è reale, si può vedere e toccare. Come prima ipotesi possiamo dire che Luca vive i suoi conflitti nell’area dei sentimenti; è lì che non si è sentito riconosciuto dal padre, anzi si è sentito misconosciuto. Non gli sono bastati gli incoraggiamenti della madre, che ha cercato di compensare e neutralizzare il disprezzo del padre. Paradossalmente Luca ha ottenuto dei riconoscimenti a livelli giuridico-istituzionale – voti altissimi in facoltà, punteggio notevole nelle scuole di specializzazione -; comunque questi successi nel campo dello studio, che lo rendono abilitato a esercitare una professione, non sono sufficienti a dargli la fiducia in sé per poter fare lo psicoterapeuta. Le sue ricadute nella droga sono avvenute nei passaggi fondamentali del riconoscimento giuridico-istituzionale; inizia a drogarsi dopo la maturità, segue un programma terapeutico e ricade nella droga dopo la laurea. Attualmente vive con una tossicomane, e a livello della stima sociale il suo magro stipendio è il simbolo della mancanza del riconoscimento sociale che lui stesso non riesce a ottenere, dando adito al padre di continuare ancora di più a disprezzarlo. Secondo l’asse della rivalità mimetica il conflitto con il padre parte dalla rivalità del padre con il figlio, in quanto prediletto dalla madre. Infatti quando Luca era appena adolescente, i genitori si sono separati. In sostanza, Luca ha vissuto la rivalità mimetica con il padre e con il fratello nell’area dei sentimenti. Nell’ambito dell’area giuridico-istituzionale, Luca ha avuto sempre voti ottimi, ma trovava difficoltà a solidarizzare con i compagni e quindi non aveva ad esempio successo nella squadra di calcio; egli rifiutava sistematicamente qualsiasi confronto con gli altri ragazzi, non entrando neanche in competizione con loro. Faceva invece più facilmente amicizia con le ragazze sue compagne di scuola, e questo suo comportamento scatenava nei compagni invidia ma anche derisione: essi lo prendevano in giro dandogli dell’effeminato e talvolta lo picchiavano. All’università la competizione con gli altri ragazzi era più ridotta, dal momento che le ragazze erano in numero maggiore, e inoltre lui frequentava poco le lezioni: il sintomo quindi appariva meno evidente dal momento che si verificano meno occasioni di confronto. la terapia è in corso, non si può quindi offrire una risoluzione del caso; ma quello che mi interessa è di delineare le aree sensibili e l’applicazione di uno strumento valido per far emergere le conflittualità, per poter poi intervenire con maggiore consapevolezza. Le due assi del riconoscimento / misconoscimento e della rivalità mimetica devono essere strettamente connesse con la sfera dei sentimenti individuando quelli che prevalgono in un individuo quando questo si trova in una posizione di riconoscimento/misconoscimento o di rivalità. Tra i sentimenti di maggior pregnanza individuiamo l’amore, l’odio, la paura, l’invidia, la gelosia, il risentimento, la rabbia, la vergogna, il dolore, la gioia. Tali sentimenti sono il risultato di esperienze vissute, ma che si ripresentano ogniqualvolta il soggetto vive situazioni analoghe a quelle che hanno scatenato all’origine tali sentimenti; ma i sentimenti stessi possono trasformare situazioni nuove, che di per sé non sono legate ai sentimenti elencati, e che tuttavia si trasformano ripetendo l’esperienza del passato. Il soggetto quindi non è libero di vivere ciò che gli accade o che vuole costruire lui stesso liberamente, ma è condizionato dalla situazione passata.

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