Alcol, un progetto per le aziende

UNO SPIRITO CHE ATTRAVERSA E VIVIFICA 

Francisco Mele[1]

Prefazione al libro “Volontariato e imprese esempi di buone pratiche” a cura di Mauro Ceccanti e l’Associazione Volontari per la Solidarietà all’interno del CeIS don Mario Picchi

 

Lo spirito del volontariato attraversa tutti i programmi che hanno come obbiettivo la promozione e lo sviluppo delle potenzialità positive dell’uomo, vivificandole dove chi non si regge in piedi da solo e cerca appoggi effimeri in droghe, alcool e altre sostanze-insostanze va scoprendo che potrebbe riuscirvi contando sulle proprie forze riscoperte mediante l’incontro con gli altri.

Il concetto di “insostanza” riguarda  l’oggetto di cui il tossicodipendente, l’alcoolista, il bulimico, l’anoressico o il giocatore non può fare a meno: tutta la vita  gira intorno a qualcosa che non esiste, ma che si crede esista: è l’insostanza. Il soggetto crede di aver trovato nella sostanza che nulla sostiene  il suo organizzatore esistenziale.

 

Il CeIS – Don Picchi nasce all’inizio degli anni Settanta[2] intorno a un gruppo di volontari.

La filosofia di base di Progetto Uomo mette in evidenza la capacità di ogni persona di potersi emancipare dai condizionamenti determinati dalla biologia, dallo sviluppo del carattere e dalle determinazioni dell’ambiente sociale, dalla famiglia oggi scarsamente capace di proteggere i figli dalle pericolose sollecitazioni di una società basata sul consumismo sfrenato e sull’invito al godimento avulso dalla morale: tutto ciò impedisce alla persona di attuare l’obbiettivo di una completa realizzazione. Tale filosofia è racchiusa in alcune frasi pronunciate da don Picchi in un dialogo con Maricla Boggio nel corso di un incontro riportato nel film “Farsi uomo – oltre la droga”.

 

Maricla Boggio – Che cosa rappresenta per te un ragazzo tossicodipendente?

 

Don Mario Picchi – Un uomo che ha un problema in più. Non è niente di diverso.

 

Maricla Boggio  – Tu parli di problema in più; il concetto di colpa, di peccato, in te prete, non si esprime mai. Perché?

 

Don Mario Picchi – Ma perché credo che per questo problema, per il problema della droga, forse non vada sottolineato tanto il concetto di colpa quanto piuttosto il concetto di una personalità che non è mai esplosa, che non ha mai avuto la possibilità di esprimersi, di rafforzarsi per potersi esprimere. (…) E allora mi sembra che lo si debba aiutare a riscoprire quegli agganci, quei valori utili, capaci di sviluppare la sua personalità, e quindi il senso della responsabilità e il senso dell’onestà, che sono fondamentali nello sviluppo della personalità.[3]

 

Quanto detto per la dipendenza dalla droga vale per ogni altro tipo di dipendenza, e quindi anche per l’alcoolismo.

 

Il progetto di don Mario non è stato pensato soltanto per andare incontro a chi fosse rimasto prigioniero della droga – fenomeno relativamente nuovo nel mondo giovanile -; questo fine è risultato necessario per l’urgenza del fenomeno, il suo crescere facendo vittime, senza che la società fosse in qualche modo preparata a contrastarlo.

In quei primi anni il tossicomane veniva ritenuto delinquente o malato di mente, e comunque un individuo marginale, pericoloso e da considerare isolato rispetto alla maggioranza dei “bravi ragazzi”. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nel discorso di Capodanno agli inizi del suo settennato, ebbe parole dure, di rimprovero e di discriminazione nei confronti di quelle “frange” di giovani che si erano resi schiavi della droga. Per fortuna Pertini, informato del progetto di don Picchi, rettificò la sua valutazione e poco tempo dopo diede il patrocinio al Congresso Mondiale contro la droga organizzato dal vicepresidente del CeIS, Juan Corelli, con gli operatori del Centro.

Ma, anche se il fenomeno della droga cominciava ad essere considerato come un problema via via sempre più dilagante e quindi da contrastare, era soprattutto l’uso del metadone ad essere proposto nelle “USL”; oppure il carcere era l’unico luogo dove convergesse la maggior parte dei ragazzi tossici. Anche qui il CeIS influì sul cambiamento: l’allora ministro della Sanità, Aldo Aniasi – poi grande estimatore del CeIS –  partito con la convinzione che l’unico farmaco a tenere sotto tutela la droga fosse il metadone, si convinse ben presto dell’importanza delle comunità terapeutiche come effettivo rimedio alla tossicondipendenza, riconoscendo non solo più agli ex tossici la capacità di indicarne l’uscita, ma ad operatori professionalmente preparati di intervenire attraverso il lavoro di gruppo e i colloqui singoli, per riportare i ragazzi residenti in comunità ad un reinserimento sociale, il che significava acquisire una dignità personale e un ruolo attivo nel mondo del lavoro.

Questi modi di intervenire sulla persona in difficoltà hanno permesso di arrivare ad una trasformazione del costume attraverso un apporto culturale che ha cambiato radicalmente i paradigmi e gli schemi della società. E proprio in questo ambito, fu un giorno di grande festa quello in cui si seppe che una condanna di un giovane tossicomane al carcere era stata commutata dal giudice in un inserimento nella comunità terapeutica del CeIS: provvedimento innovativo in quanto, mentre nel carcere la situazione del soggetto è costrittiva e non comporta una diversa possibilità liberatoria tranne che la fine della condanna, l’entrata  in comunità terapeutica in Italia – diversamente dall’America in cui il tossico deve rimanere in comunità come alternativa al carcere – è una situazione  di libera scelta, dove il tossico potrebbe andarsene dalla comunità, ovviamente con le conseguenze che ne deriverebbero

Ciò che interessava al Progetto, nonostante l’apparente univocità iniziale rivolta al recupero dalla droga, era di intervenire sul tessuto sociale, attivando dei gruppi di auto-aiuto costituiti da familiari dei ragazzi e creando una fortissima associazione di famiglie, che nel momento più vincente del progetto coinvolgeva  almeno cinquemila persone  a diffondere una proposta rivoluzionaria: dalle dipendenze era possibile uscire attraverso la messa in discussione degli stereotipi di una società altamente competitiva, protesa all’individualismo estremo e alla lotta di tutti contro tutti. Il Progetto esaltava invece i principi di solidarietà, libertà, rispetto della vita e responsabilità.

 

. Lo spazio terapeutico, i centri di accoglienza, le comunità terapeutiche, i centri psico-socio- educativi costituiscono i luoghi dell’ospitalità narrativa; in questi luoghi la persona può raccontare e ricostruire la propria storia, esaminare la propria vita in rapporto agli altri e con gli altri. Il concetto di ospitalità riporta alla dialettica  dell’ospite/ospitante. L’ospitante – l’operatore, il maestro, il conduttore di un gruppo, anche il funzionario pubblico o privato – deve essere consapevole che la sua funzione è transitoria ed effimera perché non è lui il padrone assoluto dello spazio occupato, anche lui è un ospite ospitante.

L’ospitalità mette in atto l’accoglienza del volto dell’altro; l’accoglienza dell’altro non è il sequestro dell’altro; in terapia, il soggetto in cura non è un soggetto in ostaggio, è un ospite ospitato da un altro ospite. Ma l’ospitante – cioé l’operatore – non deve essere a sua volta ostaggio della fitta rete messa in atto dal soggetto in cura.

La funzione dell’operatore nell’ottica descritta è quella di creare le condizioni perché si realizzi il racconto. Il luogo della terapia individuale o di gruppo è il luogo dell’ospitalità narrativa, il luogo dove il racconto viene accolto, ascoltato ed organizzato con un inizio, uno sviluppo centrale e una fine. Nel racconto insieme agli altri  si ri-costruisce l’identità del soggetto. In funzione di questi presupposti si sono creati i gruppi di auto-aiuto, la comunità è una microsocietà di auto mutuo aiuto. Questo modello di microsocietà terapeutica, ha un valore politico, economico e culturale, incide attivamente in un determinato concetto di organizzazione sociale. Uno dei fondatori della comunità terapeutica e amico del CeIS, Maxwel Jones ha impostato un tipo di comunità organizzata democraticamente, nella quale tutti: educatori, operatori, psicoterapeuti, diventano co-terapeuti e partecipano attivamente al processo di ristrutturazione della persona in cura.

 

In questo contesto, i volontari erano la maggioranza. Arrivavano dagli ambiti più diversi: dalle famiglie stesse che avevano i figli nel programma, genitori, parenti, amici di varia estrazione sociale, animati tutti dal desiderio di raccontare la loro esperienza facendola diventare esemplare per chi si trovava in analoghe situazioni. C’erano poi dei religiosi: preti con spirito di dedizione e servizio, sulla scia di don Picchi; suore, convinte di poter esercitare un servizio fuori dai conventi e dalle pratiche tradizionali; insegnanti, che gratuitamente ponevano a disposizione dei ragazzi il loro sapere; professori comandati, che per la prima volta il Ministero inviava per sostegno ai ragazzi tossici, alcuni dei quali perduti dalla scuola e riportati ad essa; questi professori poi, riprendendo la loro attività nella scuola,  vi immettevano l’esperienza vissuta al CeIS e con più consapevolezza lavoravano con i loro studenti; medici, assistenti sociali, psicologi che varcavano la soglia di una comunità terapeutica, fino a poco prima considerati incapaci di comprendere  un problema spesso confinato ad essere gestito in modo endogamico soltanto dagli ex tossici.

 

Che il CeIS abbia stabilito contatti e instaurato rapporti con l’università, le scuole di specializzazione a livello nazionale e internazionale, ha immesso all’interno del CeIS una circolazione di idee in continua evoluzione che ha permesso anche di creare progetti terapeutici di varie finalità, come, ad esempio, un interscambio con le scuole in particolare sul piano della prevenzione; dei progetti con il mondo del lavoro, che ha avuto il supporto iniziale con il Tavistock Institute, attraverso la figura di uno dei suoi fondatori, Harold Bridger: si è creata una struttura terapeutica di aiuto per chi, pur non essendo tossicomane, aveva necessità di essere sostenuto.

 

Il progetto Alcoolweb è il frutto di questa collaborazione fra il CeIS e il mondo univesitario e delle strutture come …. diretto dal professor Ceccanti. Di nuovo in questo progetto il CeIS ha avuto un ruolo significativo, che dovrà sicuramente continuare perché si tratta dell’utilizzo delle nuove tecnologie al servizio della promozione umana, dato che queste nuove tecnologie hanno sviluppato nuove forme di dipendenza, inimmaginabili agli inizi del CeIS.

Il modello Alcoolweb può essere anche destinato alla creazione di altri progetti, come  quello dell’ ”Informa-famiglia”, o addirittura la creazione di un telefono “web” azzurro per i genitori che subiscono violenza da parte dei figli.

Questo stesso schema può servire agli insegnanti che si trovano in prima fila ad affrontare un disagio sociale e  una violenza che li rende oggi i lavoratori a forte rischio di depressione e di stress.

Nella società attuale non dobbiamo quindi soltanto occuparci del disagio giovanile, certo elemento determinante da combattere per il futuro del mondo, ma dobbiamo farci consapevoli di quanti hanno speso le loro forze per mettersi al servizio dei più deboli, rimanendo a loro volta travolti dalle tensioni e dai mali di un sistema stravolto di valori, ed aiutare anche loro.  Anche nel mondo del lavoro, in cui l’apparenza è quella di un sano andamento sociale, la gente si ammala: per le ingiustizie subìte nei luoghi in cui svolge la sua attività, per la competizione all’estremo che porta l’organizzazione dell’azienda a lottare per affermarsi in un mercato percorso da una guerra economica in perenne  conflitto.

Ampliando, in tale sistema di disagio, la cerchia di coloro che hanno necessità di sostegno, raggiungiamo quanti subiscono l’attrazione dell’alcool, del gioco, delle nuove tecnologie e che si trovano in quasi tutti gli ambiti del lavoro, spesso ignorati nel loro bisogno di aiuto.

 

 



[1] Docente di sociologia della famiglia, psicoanalista.  Responsabile del Servizio Famiglia del CeIS.

[2] Don Mario Picchi, Progetto Uomo. Roma,  Edizioni Paoline.

[3]

Dal film “Farsi uomo – oltre la droga”, parte I, di Maricla Boggio, RAI, 1981

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