LO SPAZIO E IL POTERE IN SUPERVISIONE

FRANCISCO MELE

E’ corretto continuare a usare il termine supervisione? Si è visto che alcuni autori preferiscono ad esempio il concetto di paravisione.
La supervisione riguarda una visione dall’alto, quasi di un fratello maggiore, o quella del panopticon di Bentham descritto da Foucault; un grande occhio circolare usato nel sistema penitenziario, che osserva tutto e tutti, mentre chi è osservato non sa da chi e quando viene osservato: questa struttura del panopticon richiama con efficacia il sistema di sorveglianza che, non più in senso strettamente architettonico ma come disciplina del sistema penitenziario, è disceso poi nella struttura della fabbrica, della scuola, delle istituzioni. Lo specchio unidirezionale è il sogno che avrebbe voluto Bentham. Certo che nell’ambito della terapia familiare non viene utilizzato con gli stessi scopi dalla guardia carceraria o dal capo che vuole controllare se i suoi impiegati lavorano.
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I VOLTI DELLA DEPRESSIONE

I volti della depressione: da malattia sociale a occasione di cambiamento
mercoledì, luglio 4th, 2012.
AL CONVEGNO SULLA DEPRESSIONE ORGANIZZATO DALL’ARPCI

convegni e seminari by Piera Lombardi

È bene secondo il terapeuta parlare di meccanismi d’attacco dei disturbi da aggiungere a quelli più noti di difesa. Mele ha individuato le modalità d’attacco del depresso nell’atteggiamento di passività o, se prevale la fase maniacale, nell’iperattività. Ambedue presuppongono ciò che ha definito ‘deficit etico di personalità’ o nella versione più grave ‘disturbo etico di personalità’. In entrambi i casi, c’è il non rispetto dei principi etici fondamentali e universali: della vita, della libertà dell’altro, della responsabilità delle proprie azioni. Situazioni in cui tutti noi in vari modi cadiamo. “Ma mentre se i batteri attaccano l’organismo non c’è giustificazione che tenga, se noi attacchiamo lo facciamo sempre e solo per difenderci o per il bene degli altri, forse per questo il meccanismo di attacco non c’è in psicologia”. Sia il deficit che il disturbo implicano quindi secondo il relatore un’intenzionalità: “tanti pensano in psicopatologia che uno scelga la propria malattia, la scelta è anche di non scegliere, di non uscire dalla depressione perché ha vantaggi la scelta della propria infelicità, le persone a volte scelgono di essere infelici, ripetono lo stesso comportamento che le porterà al proprio scacco, lo scacco del soggetto. La depressione è anche il soggetto in ostaggio di se stesso”. Un ostaggio che imprigiona anche la famiglia. Senza arrivare agli estremi di Lacan che considerava la depressione una viltà morale (“non ritengo lo sia, ha obiettato Mele perché chi è depresso sconta il proprio stato”), c’è comunque una scelta della propria infelicità. Continua a leggere

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